26 Febbraio 2025 Giudiziaria

Via d’Amelio, il pentito Avola si è autoaccusato dell’omicidio De Pedis a Roma. Ma solo 14 ore prima era a Catania, controllato dalla polizia

di Giuseppe Pipitone - Lo affiancarono a bordo di una moto di grossa cilindrata, presero la mira a gli spararono un colpo, uno solo, perché la pistola s’inceppò. Lui era alla guida di uno scooter 50, proseguì per qualche metro a zigzag, poi andò a schiantarsi su una Renault rossa, crollando faccia a terra sui sampietrini di via del Pellegrino. Il botto si sentì anche dalle bancarelle di Campo de’ fiori, attorno alla statua di Giordano Bruno, dove i commercianti stavano cominciando a mettere via le cassette di frutta e verdura. “L’hanno accoppato, l’hanno accoppato”, cominciarono a gridare. Erano quasi le 13 del 2 febbraio del 1990 e a essere stato “accoppato” era Enrico De Pedis, in arte Renatino, il “Dandy” di Romanzo criminale, uno dei boss più celebri della Banda della Magliana.

È anche di questo omicidio che si è autoaccusato Maurizio Avola, già killer della famiglia mafiosa dei Santapaola di Catania e dal 1994 collaboratore di giustizia. L’abbiamo commesso “io e Aldo Ercolano“, ha detto durante l’incidente probatorio davanti al gip di Caltanissetta, celebrato il 26 giugno scorso nell’ambito delle indagini sulla strage di via d’Amelio. Nel 2020, dopo più di 25 anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, Avola ha infatti sostenuto di aver partecipato all’eliminazione del giudice Paolo Borsellino. La procura di Caltanissetta, però, non ha creduto alle sue affermazioni e poche settimane fa ha chiesto per la seconda volta l’archiviazione dell’indagine, confermando il “sospetto” che Avola possa “essere eterodiretto“. Insomma i pm sospettano di avere tra le mani un depistaggio e sarebbe l’ennesimo nelle indagini sulla strage di via d’Amelio. L’opinione del procuratore Salvatore de Luca e dell’aggiunto Pasquale Pacifico non è cambiata dopo il supplemento d’indagine ordinato dal gip due anni fa. Anzi la convinzione dei pm è stata quasi rafforzata dalle nuove dichiazioni del collaboratore.⁠ Durante l’incidente probatorio davanti al gip Santi Bologna, infatti, Avola ha raccontato alcuni fatti inediti. Come il suo coinvolgimento nell’omicidio De Pedis, insieme ad Aldo Ercolano, nipote e braccio destro del superboss Nitto Santapaola. “Questo gli ha voltato le spalle e se ne era andato. Aldo gliel aveva giurato e gli ha sparato un colpo solo e l’ha preso nelle spalle…è caduto dal motorino e ce ne siamo andati”, ha raccontato, rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. “Aldo si era fatto autorizzare perchè avevano grossi interessi i palermitani con sto con sto capo diciamo”, ha aggiunto il collaboratore, uscito dal programma di protezione. Dunque l’omicidio di Renatino sarebbe stato compiuto dai catanesi di Cosa nostra e non invece da Dante Del Santo, detto “il Cinghiale“, su ordine di Marcello Colafigli, detto “Marcellone”, come era stato ritenuto fino a oggi? Spetterà alla procura di Roma stabilirlo, dopo l’invio dei verbali di Avola da parte dei pm di Caltanissetta.

La Dia di Caltanissetta, però, sembra aver già escluso un coinvolgimento del mafioso catanese. All’epoca, infatti, Avola era sottoposto alla sorveglianza speciale: ogni sera doveva tornare a casa entro le ore 21. Dagli accertamenti compiuti al commissariato di Catania Borgo Ognina sono emersi numerosi controlli, tra i quali gli investigatori sottolineano “quelli del 1.2.1990, rispettivamente alle ore 21.15 e 22.10, nonché quello del 3.2.1990 alle ore 23.00″. Nella serata di giovedì 1 febbraio 1990, dunque, gli agenti di polizia andarono due volte a controllare Avola e lo trovarono a casa sua, a Catania. Circa quattordici ore dopo quei controlli, però, l’ex killer sostiene di essere stato a Roma, per partecipare all’omicidio del boss della Magliana. “Quest’ultimo dato getta ulteriori gravi ombre sulla credibilità dell’Avola anche in relazione alle ultime estemporanee esternazioni”, ha scritto la procura di Caltanissetta nella richiesta d’archiviazione depositata il 17 dicembre del 2024.

Certo, in via ipotetica, si può anche supporre che Avola abbia preso un aereo nella prima mattinata del 2 febbraio per spostarsi a Roma. Oppure che, subito dopo il controllo delle 22 e 10, sia salito in auto per dirigersi verso Campo de’ Fiori, a circa 900 chilometri da casa sua. Per coprire quel percorso oggi servirebbero almeno nove ore. All’epoca, però, le condizioni dell’autostrada tra Salerno e Reggio Calabria erano sicuramente meno agevoli. Calcolando anche una pausa fisiologica, si può ipotizzare come Avola sia arrivato nella Capitale al massimo un paio di ore prima che De Pedis venisse assassinato. Nell’informativa del 30 luglio 2024, tra l’altro, la Dia sottolinea come all’epoca Renatino fosse “in stato di irreperibilità“. Avola ed Ercolano, però, lo trovarono subito tra le botteghe di Campo de’ Fiori: evidentemente avevano fonti di prima mano. Dopo l’omicidio, tra l’altro, il collaboratore deve essere tornato indietro abbastanza velocemente: la sera del 3 febbraio, infatti, gli agenti fanno un altro controllo e lo trovano nella sua casa di Catania.

Gli accertamenti sull’omicidio De Pedis, come detto, spettano per competenza territoriale alla procura di Roma. I pm di Caltanissetta hanno girato ai colleghi capitolini anche i verbali con le dichiarazioni Avola su un altro delitto, che il killer sostiene di aver commesso per conto dei Servizi segreti nel 1993. Per la procura nissena si tratta di racconti inediti che proiettano “un’ulteriore ombra sull’attendibilità” del pentito. Il motivo? “Se si dimostrasse la falsità” di queste affermazioni sarebbe “la prova di una personalità incline alla calunnia”, scrivono. Se invece Avola avesse detto la verità, vorrebbe dire che ha avuto “contatti con settori dei Servizi segreti” poco dopo la strage. Rapporti che “si è sempre ben guardato dal riferire e che assumerebbero certamente rilievo nel contesto delle indagini”. Fonte: Il Fatto Quotidiano