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CLAMOROSA SVOLTA NELLE INDAGINI: Incendi a Canneto di Caronia, un indagato e 11 perquisizioni

C'è un indagato per gli incendi finora ritenuti spontanei e inspiegabili che si sono susseguiti a Canneto, frazione costiera di Caronia (Mes...
RASSEGNAWEB - Discarica di Tripi, la Procura: processate imprenditori e tecnici pubblici. chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli indagati per il disastro ambientale al sito di stoccaggio dei rifiuti scoperto dal Noe dei Carabinieri
Alessandra Serio - Si vada al processo per stabilire se ci sono colpe e di chi sono, per il disastro ambientale della discarica di Tripi, in particolare per il cosidetto secondo modulo. E' questa la richiesta che il pm di Barcellona, Mirko Piloni, ha avanzato al giudice per l'udienza preliminare che si sta occupando dell'inchiesta scaturita dal blitz del Noe del 2012. ...
Barcellona: Sorveglianza speciale e beni confiscati a Rotella
L’operazione Vivaio, le infiltrazioni mafiose nella gestione delle discariche della zona tirrenica, Mazzarrà e Tripi. E una figura chiave, quella del “barone”, Michele Rotella. Il cui impero, in questi anni, è finito nel mirino della Procura e della direzione distrettuale Antimafia. Ed è dalle richieste del sostituto della Dda Giuseppe Verzera che trae origine il provvedimento della Sezione “Misure di prevenzione di pubblica sicurezza” del Tribunale di...

Montalbano Elicona (ME): Giovane 23enne ucciso con una fucilata al volto. Il pastore Nicola Di Stefano vittima di un agguato in aperta campagna

Terzo omicidio nell’hinterland di Barcellona Pozzo di Gotto. Ieri sera, a essere ucciso nelle campagne di Montalbano Elicona è stato un giovane pastore di 23 anni, Nicola Distefano, “figlioccio” del boss Tindaro Calabrese, capo dell’ala scissionista del clan dei “Mazzarroti”. Il giovane pastore che in aprile avrebbe compiuto 24 anni, con la passione per i cavalli, è stato assassinato con un colpo di fucile sparato da distanza ravvicinata. Distefano è stato colpito mentre ancora si trovava nell’oscurità, in aperta campagna, su un fondo agricolo di contrada Pavarina, ubicato lungo la strada provinciale che dal centro abitato di Montalbano Elicona conduce fino alla frazione di Braidi. L’omicidio è avvenuto a poca distanza, circa 50 metri, dall’ovile nel quale erano custoditi gli armenti. Un delitto senza testimoni, se si considera che il cadavere è stato scoperto solo dopo le 21 di ieri sera, quando i familiari preoccupati per il mancato rientro a casa di Nicola, si sono messi alla ricerca del congiunto. Il giovane infatti non rispondeva al telefonino. Il padre, con alcuni amici, si era messo alla ricerca del figlio. Parcheggiato lungo la Provinciale per Braidi, in prossimità della strada interpoderale che conduce all’ovile, è stato ritrovato il fuoristrada utilizzato dalla vittima. Da qual momento, nel buio più fitto in cui è immersa l’intera zona rurale, sono scattate le ricerche che più tardi – a circa 50 metri dall’ovile – hanno permesso di ritrovare il cadavere del pastore riverso a terra col volto sfigurato da una fucilata che con molta probabilità potrebbe essere stata esplosa da uno o più sicari da distanza ravvicinata. Inutili si sono rivelati gli estremi tentativi di soccorso, con l’arrivo sul posto di un’ambulanza del servizio 118. Al medico dell’équipe di soccorritori non è rimasto altro che constatare la morte del ragazzo.

LA STORIA: La mitraglietta di Jimmy Fontana: da Acca Larentia alle Brigate Rosse

Il mondo/non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno/ e il giorno verrà…”. Era il 1965 quando Jimmy Fontana, con “Il mondo”, ebbe a Un disco per l’estate un successo improvviso e travolgente. Poi vennero “Pensiamoci ogni sera”, “La mia serenata”, “La nostra favola”… Nel 1971, la sua canzone rimasta più nota, “Che sarà”, è presentata al festival di Sanremo da José Feliciano e dai Ricchi e poveri, imposti dai discografici al posto dell’autore.

Segue periodo di depressione per Jimmy Fontana, che per qualche anno ridiventa Enrico Sbriccoli e si ritira a Macerata, dove apre un bar. Mette da parte per un po’ la musica, ma non l’altra sua passione: le armi. Colleziona pistole. Ha un regolare porto d’armi. E proprio nel febbraio 1971 compra, in un’armeria di Sanremo, un oggetto che è tutt’altro che un giocattolo: una mitraglietta Cz 61 Skorpion calibro 7.65. Acquisto regolare. “So far tutto o forse niente/da domani si vedrà/e sarà, sarà quel che sarà”. Dieci anni dopo, il 15 giugno 1988, quella stessa mitraglietta viene scoperta in un covo delle Brigate rosse, in via Dogali a Milano. I periti dei carabinieri ricostruiscono la sua storia. È l’arma che uccide, nel 1978, due giovani missini in quella che passa alla storia come la “strage di via Acca Larentia”. Nel 1985 fulmina l’economista Ezio Tarantelli. L’anno successivo ammazza l’ex sindaco di Firenze Lando Conti. Nel 1988 abbatte il senatore democristiano Roberto Ruffilli. Intanto Jimmy Fontana è tornato alla musica, ha creato i SuperQuattro (con Riccardo Del Turco, Gianni Meccia e Nico Fidenco) ed è salito sull’onda del revival degli anni Sessanta. Tutto è bene quel che finisce bene? No, perché c’è qualcuno che non ci sta. Il tarlo della memoria gli impedisce di acquietarsi. È Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco repubblicano di Firenze ucciso dalle Br. Ha scritto una lettera ai presidenti del Senato e della Camera, al ministro della Giustizia e al procuratore della Repubblica di Roma, per chiedere di conoscere i “pezzi mancanti” di questa strana storia.

Com’è passata ai soldati del partito armato, la Skorpion di Jimmy Fontana? Chi sono i responsabili dell’omicidio di suo padre? Domande già rivolte al governo, nel maggio 2012, anche da un deputato del Pdl, Francesco Biava. La risposta scritta, firmata dal sottosegretario all’Interno, Carlo De Stefano, mette in fila qualche fatto, ma non soddisfa Conti. Jimmy Fontana, ovvero Enrico Sbriccoli, sentito dalla Digos di Roma nel 1979, ha raccontato di aver venduto la sua Skorpion nel 1977 a un funzionario di polizia, Antonio Cetroli, che allora dirigeva il commissariato del Tuscolano. Cessione avvenuta presso l’armeria Bonvicini di Roma: “Ho venduto a Cetroli la mitraglietta più una pistola Star 7.63, ricevendo un assegno di 200 mila lire”, dice Jimmy Fontana. La signora Bonvicini conferma di conoscere sia Cetroli, sia Sbriccioli, entrambi suoi buoni clienti, ma non conferma i particolari riferiti dal cantante. Cetroli nega: mai comprata la Skorpion. Qualche mese dopo, una Skorpion viene trovata nell’appartamento del br Valerio Morucci, a Roma. Viene ritenuta (sbagliando) quella che ha sparato in via Acca Larentia: in realtà, si scoprirà in seguito, è quella che ha ucciso Aldo Moro.

Vengono comunque riascoltati Sbriccoli, la Bonvicini e Cetroli. Jimmy Fontana cambia parzialmente versione: ripete di aver venduto la sua Skorpion al poliziotto, ma ricevendo in cambio non un assegno, ma 200 mila lire in contanti. La moglie dell’armiere ribadisce di aver messo in contatto i due, ma di non aver saputo se la vendita fosse poi avvenuta. Il commissario Cetroli, interrogato nel 1988 dal procuratore aggiunto di Firenze, precisa la sua versione: “Non ho comprato la Skorpion, l’ho rifiutata dopo aver appreso che era classificata come arma da guerra”. “Ma come mai”, protesta oggi Lorenzo Conti, “non sono mai stati indagati né Sbriccoli, né Cetroli? È mai possibile? Certamente Sbriccioli ha commesso un illecito, perché ha venduto un’arma da guerra senza far registrare il nome del compratore. E come arriva, quella mitraglietta, a uccidere mio padre, dopo una violenta campagna denigratoria di Dp a Firenze, che lo dipingeva come un mercante d’armi? Perché l’indagine sull’uccisione di Lando Conti, vittima delle Brigate rosse-Partito comunista combattente, fu archiviata nel 2009? Non m’importa della galera per nessuno, ma voglio sapere la verità. Sto aspettando, senza troppe speranze, le risposte dei presidenti del Senato e della Camera e del ministro della Giustizia. Se non arriveranno, non mi resterà altro che procedere legalmente contro lo Stato italiano, sia in sede nazionale che internazionale, per aver contribuito a occultare la verità. Davvero non mi volete rispondere?”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2012 – di

Abu Omar, pg Milano chiede 12 anni per Pollari e 10 per Mancini

Il sostituto pg di Milano, Piero DePetris, ha chiesto una condanna a 12 anni di reclusione per Nicolò Pollari e una condanna a 10 anni per Marco Mancini nel processo d’appello ‘bis’ sul sequestro Abu Omar a carico degli ex vertici del Sismi. La Cassazione, il 19 settembre scorso, aveva annullato i proscioglimenti degli 007 italiani a causa del segreto di Stato e aveva ordinato un nuovo processo. Secondo i supremi giudici agirono “singoli agenti” e quindi sulla vicenda non poteva essere apposto il segreto di Stato. Che, nel corso degli anni era stato confermato dal governo Prodi e Berlusconi, e nei giorni scorsi anche dal governo Monti.

Questa mattina i due imputati lo hanno confermato ribadendo l’innocenza rispetto al rapimento dell’imam (17 febbraio 2003) per cui sono stati condannati in via definitiva solo gli agenti della Cia. “Confermo la mia assoluta estraneità e quella del Sismi ai fatti contestati. Un’estraneità provata negli atti e conosciuta dalle autorità di governo e dagli organi parlamentari” ha detto Nicolò Pollari, ex capo del Sismi, nelle sue dichiarazioni spontanee nel processo d’appello bis. Pollari ha ricordato che per lui è “obbligatorio il segreto di Stato, già confermato da tre governi”, ma si è anche chiesto se “esiste un organo che possa sciogliere il segreto per darmi la possibilità di difendermi”. Anche Marco Mancini ha ribadito la sua innocenza. Rendendo dichiarazioni spontanee ha spiegato di dover “opporre il segreto di Stato” perch^é apposto da tre governi. Segreto di Stato che, secondo Mancini, non gli garantisce la possibilità di difendersi “perché dovrei parlare delle mie attività e di quelle degli appartenenti al Sismi cioè dovrei riferire fatti coperti da segreto”.

I due ex funzionari hanno presentato, tramite la difesa, una lettera a firma del direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), Adriano Santini per cui le attività degli uomini del Sismi devono “ritenersi coperte da segreto di Stato anche in quanto inquadrabili nel contesto delle attività istituzionali del Servizio di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamica”. Nella lettera, datata primo febbraio scorso, si legge che “il Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis, ndr) ha segnalato la necessità di comunicare alla signoria vostra (ossia agli ex vertici Sismi, ndr) che le attività del personale del Sismi risultanti dagli atti ammessi nel processo (…) sono da ritenersi coperte da segreto di Stato anche in quanto inquadrabili nel contesto delle attività istituzionali del Servizio di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamica”. L’imam Abu Omar, che fu consegnato agli americani che lo spedirono in Egitto dove fu imprigionato e torturato, sarebbe stato arrestato dalla polizia italiana perché su di lui pendeva una ordinanza di custodia cautelare per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo. Tre giorni fa i giudici della corte d’appello di Milano, nel processo stralcio, hanno condannato a sette anni l’ex capo della Cia in Italia, Jeff Castelli.

Secondo l’accusa: il rapimento fu “un crimine che ha violato anche il diritto umanitario” e venne realizzato anche grazie alla collaborazione degli ex uomini del Sismi, tra cui Pollari e i quali agirono “in un quadro opaco e al di fuori delle istituzioni”. Nella sua requisitoria il magistrato ha ricostruito il sequestro di Abu Omar, spiegando che l’ex imam, dopo essere stato rapito in Italia, venne “portato in Egitto” e “sottoposto a torture”. Crimini di tortura “vietati dall’ordinamento internazionale”. Il sostituto pg, inoltre, ha fatto più volte riferimento alla sentenza della Cassazione dello scorso settembre, che aveva in sostanza inquadrato le responsabilità degli ex vertici del Sismi in attività “non istituzionali” e quindi al di fuori del ruolo del servizio segreto militare, ‘bocciand0′ parzialmente dunque la copertura del segreto di Stato per quelle azioni. “Qui ci si muove – ha spiegato De Petris – in un quadro opaco di azioni non istituzionali, nel quale gli uomini del Sismi hanno dato collaborazione alla Cia per il sequestro”.

Abu Omar, attraverso il suo legale, l’avvocato Carmelo Scambia, ha chiesto “10 milioni di euro” di risarcimento danni a carico di Pollari, Mancini e altri tre ex appartenenti del Sismi imputati per il sequestro dell’ex imam di Milano nel processo d’appello ‘bis’. “Il mio assistito – ha spiegato l’avvocato – dopo il rapimento ha subito torture e vessazioni, per usare un eufemismo, che si sono spinte fino alla violenza sessuale, come è agli atti”.

Mafia, legale Dell’Utri chiede prescrizione anche per contatti fino al 1986. L’avvocato Giuseppe Di Peri ha terminato la sua arringa nel processo che vede imputato il senatore Pdl per concorso in associazione mafiosa chiedendo di restituire “dignità alla verità”

Prescrizione fino al 1977 e assoluzione per le contestazioni per i fatti successivi. E’ la difesa di Marcello Dell’Utri a chiedere il riconoscimento che troppo tempo è passato per un reato commesso. L’avvocato Giuseppe Di Peri, oggi nella sua arringa, ha chiesto di restituire “dignità alla verità”, ma di fatto ha accolto la tesi della Cassazione, che aveva annullato con rinvio la condanna in appello. In subordine l’avvocato ha invocato la prescrizione per i fatti commessi fino al 1986 e naturalmente l’assoluzione per quelli successivi. Al termine della requisitoria il pg Luigi Patronaggio aveva chiesto la conferma a sette anni della sentenza d’appello parlando di patto scellerato tra Cosa nostra e Berlusconi grazie alla mediazione dell’allora numero uno di Publitalia.

L’arringa della difesa era iniziata con un ringraziamento “innanzitutto la Corte d’appello e la pubblica accusa per il clima sereno che c’è stato durante il dibattimento perché, invece, gli altri gradi di giudizio del processo Dell’Utri sono stati connotati da un’atmosfera di tensione altissima che si è voluta realizzare attraverso la spettacolarizzazione del processo” in cui il senatore Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. ”In primo grado, senza che ne ve fosse necessità – aveva proseguito Di Peri – si è voluta dare l’immagine di un qualcosa di losco attraverso l’audizione, ad esempio, di una telefonata importante, cioè la conversazione tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, perché si voleva dare al processo una risonanza di carattere straordinario. Così si è tentato di coinvolgere innanzitutto la Finivest che in questo processo non c’entra niente”.

“Risibile che Dell’Utri abbia fatto carriera grazie alla mafia”. “Nel processo di primo e secondo grado si è voluto fare capire che il dibattimento fosse a carico di Silvio Berlusconi e non di Marcello Dell’Utri. Si è parlato di manovre politiche che avrebbe fatto la mafia. Addirittura si è detto che Forza Italia sarebbe nata su impulso della mafia, operazioni che miravano ad un altro obiettivo che in questo processo non era presente. Questo processo dura quasi da venti anni. Marcello Dell’Utri venne iscritto nel registro degli indagati nel 1994. Vent’anni di indagini e di processo. E Dell’Utri non ha mai utilizzato tecniche dilatorie, sono pochissimi i suoi impedimenti. Un processo che ha visto qualcosa come 253 udienze celebrate. I testi sentiti sono stati oltre 270″ aveva spiegato il legale che ha ribadito che Dell’Utri ha rinunciato alla candidatura per “l’amicizia e l’affetto che lo lega a Silvio Berlusconi. Abbiamo appreso che Dell’Utri ha rinunciato alla candidatura, ha fatto un passo indietro perché quando si ventilava l’ipotesi che con la sua candidatura il Pdl avrebbe potuto perdere qualche voto, ha preferito fare un passo indietro – aveva proseguito Di Peri – Allo stato non c’è una sola sentenza di condanna definitiva. Quando si è profilata ipotesi di danneggiare il progetto politico di Berlusconi, Marcello Dell’Utri ha fato un passo indietro. Ed è la riprova di un ulteriore e particolare affetto che muove Dell’Utri nei confronti di Berlusconi, di un’amicizia sana e sincera, un’amicizia che connota tutti i rapporti tra Dell’Utri e Berlusconi”.

Il difensore aveva spiegato i motivi che alla fine degli anni Settanta spinsero Dell’Utri a lasciare l’Edilnord con Berlusconi e passare con l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. “L’amicizia personale tra Berlusconi e Dell’Utri non è mai stata messa in discussione – aveva detto ancora Di Peri – non stava più bene con Berlusconi perché faceva solo lavoro di segretariato e ambiva a fare qualcosa di più, ecco perché passò con Rapisarda”. E ha aggiunto: “La Procura ha affermato che Dell’Utri avrebbe fatto carriera nelle aziende di Berlusconi solo per i suoi rapporti con la mafia. Risibile”.

Il difficile rapporto con l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano. ”Un rapporto difficile da gestire” aveva spiegato Di Peri parlando dei rapporti tra l’ex manager di Publitalia e il boss mafioso Vittorio Mangano, ora deceduto. Di Peri smentisce che tra i due ci fossero rapporti reali e parla di timore da parte di Dell’Utri, costretto ad avere a che fare con lo “stalliere di Arcore” per proteggere Berlusconi. “Mangano si era rivolto a Dell’Utri – aveva sostenuto il legale – perché facesse da intermediario con Berlusconi. Dell’Utri usava toni amichevoli perchè Mangano allora faceva paura”. ”Spero che questa sentenza restituisca dignità alla verità, alla logica e al buon senso” ha poi concluso l’avvocato che ha chiesto che vengano dichiarate prescritte le accuse contestate a Dell’Utri fino al 1977 e che per i fatti successivi si arrivi a un verdetto assolutorio. In subordine l’avvocato ha invocato la prescrizione per i fatti commessi fino al 1986 e l’assoluzione per quelli successivi.

Il processo è stato rinviato all’11 febbraio per le dichiarazioni spontanee dell’imputato e le conclusioni dell’altro legale Massimo Krogh. da il fatto quotidiano.it

IL VIDEO: Il presidente Rosario Crocetta al teatro Vittorio Emanuele – 03-02-2013

LUCA BARBARESCHI rinviato a giudizio per la piscina abusiva nella sua villa alle Eolie

L’attore Luca Barbareschi, 56 anni, deputato uscente del gruppo misto al parlamento nazionale, è stato rinviato a giudizio con decreto di citazione emesso dal pubblico ministero Giorgio Nicola, perché dovrà rispondere di abusivismo edilizio a causa dei lavori per la realizzazione di una piscina e per l’ampliamento di un vano, nella casa delle vacanze di proprietà esclusiva dell’attore ubicata sull’isola di Filicudi, nell’arcipelago delle Eolie. Il sostituto della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, Giorgio Nicola, al quale il Procuratore capo Salvatore De Luca ha affidato le indagini le indagini su reati contro la pubblica amministrazione, ha infatti citato in giudizio diretto, dinanzi al Giudice monocratico del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto – sezione staccata di Lipari – il noto attore per l’udienza del prossimo 24 settembre. Barbareschi, affascinato dall’ameno paesaggio dell’isola di Filicudi dove d’estate si rifugia, questa volta dovrà recarsi nell’arcipelago delle Eolie – non per le vacanze – bensì per affrontare un processo a seguito dell’inchiesta giudiziaria effettuata su ipotesi di abusivismo edilizio commesse fino al 5 agosto del 2010 nella ristrutturazione di un immobile di Filicudi e delle relative pertinenze. La residenza di Filicudi da anni è stata eletta dall’attore come casa esclusiva delle vacanze. La Procura di Barcellona – diversamente dalla falsa notizia fatta circolare già due anni fa dalle agenzie di stampa su una presunta sanatoria della Soprintendenza che cassava ogni abuso – , contesta infatti all’attore col decreto di citazione in giudizio tre ipotesi di reato indicate analiticamente nel capo d’imputazione, per presunta violazione “dell’art. 44 comma 1 lett. C del D.p.r. 380/2001 perché‚ – si legge nel decreto che dispone il giudizio – , in qualità di proprietario e committente, in assenza della necessaria concessione edilizia e in zona sottoposta a vincolo paesaggistico catastalmente censita al foglio 23 particella 387 sub. 3 del Comune di Lipari , nell’isola di Filicudi”, Luca Giorgio Barbareschi che nella vicenda è difeso dall’avv. Irene Benenati del foro di Barcellona Pozzo di Gotto – “costruiva una piscina avente le dimensioni di mt. 5,50 x 3,4 x 1,2 di profondità, nonché‚ realizzava un ampliamento del vano tecnico con creazione di due finestre e una diversa distribuzione planimetrica del vano scala con creazione di una nuova porta di ingresso e di una nuova finestra”. All’attore si consueta inoltre l’art. 181, comma primo bis lettera a), del decreto legislativo n. 42 del 2004 per avere realizzato le opere “abusive” in zona sottoposta a vincolo paesaggistico e dichiarata di notevole interesse pubblico senza avere previamente ottenuto il nulla osta della competente Soprintendenza ai beni paesaggistici”. Altra contestazione mossa a Barbareschi è la violazione degli articoli 93, 94, 95 del D.p.r. 380/2001 “per avere realizzato le opere in zona sismica e in assenza del necessario preavviso e della preventiva autorizzazione rispettivamente da inoltrare e da ricevere dal Genio civile”. Nel decreto di citazione sono indicate le persone giuridiche che avranno la facoltà di costituirsi parte civile nel processo che prenderà avvio il prossimo 24 settembre. Oltre al Comune di Lipari, il Genio civile di Messina e la Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Messina. LEONARDO ORLANDO – GDS