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Acr Messina, il Cda respinge l’offerta della cordata Barbera


Dopo le dichiarazioni a mezzo stampa del vicepresidente Pietro Gugliotta, è arrivata la nota ufficiale della società, che ha respinto al mittente l’offerta dei sei imprenditori guidati da Francesco Barbera, che aveva proposto la ricapitalizzazione del 75% delle quote, lasciando all’attuale proprietà il restante 25%. Nel comunicato, la società del presidente Stracuzzi afferma come sia intenzionata a proseguire il progetto, lasciando una porta aperta...
MESSINA: Sbarco del Primo maggio, arrestati nove presunti scafisti


Tra i 249 migranti arrivati al Molo Marconi a bordo della Nave Dattilo della Guardia Costiera sono stati individuati i presunti scafisti, identificati grazie alle testimonianze degli altri profughi. Si tratta di sei maggiorenni, adesso rinchiusi nel carcere di Gazzi, e tre minori, che sono stati condotti nell’apposito centro di prima accoglienza di Catania. Le indagini hanno permesso inoltre di scoprire come gran parte dei migranti, durante la traversata...
L'INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: Indagato a Bari il businessman dei migranti della città dello Stretto




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Cinema: Richard Gere presidente onorario del TaorminaFilmFest. Al Teatro Antico con 300 senzatetto



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MESSINA: GIRO SCOMMESSE CON ANTILLE, CHIUSO UN CENTRO: La Guardia di Finanza ha chiuso un centro nella zona sud della città

Un centro di scommesse, denaro, un videoterminale, sette computer e due stampanti. Questo è il frutto del sequestro operato questa mattina dalla Guardia di Finanza di Messina, che ha posto i lucchetti ad un centro scommesse della zona sud, che operava in assenza delle dovute autorizzazioni. In particolare è emerso che le apparecchiature utilizzate dai clienti erano collegate ad un allibratore estero, ...
L'INCHIESTA DI LUCIANO MIRONE: Manca, il giallo dell’autopsia

Mai un’autopsia sul cadavere di un “drogato” è stata così affollata. Mai un’autopsia effettuata su una persona deceduta per “auto inoculazione” di eroina – come sostengono da dodici anni i magistrati di Viterbo – ha visto la presenza di persone di cui si sconosce l’identità e in certi cassi la professione, con l’aggravante che nella relazione autoptica non sono segnalate neanche le necessarie autorizzazioni firmate dal magistrato....

L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: Carte false del Ministero della difesa nel giudizio sul MUOS

Gioca le sue ultime carte il Ministero della difesa italiano per riaprire la partita sul MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari militari che le forze armate Usa intendono realizzare nella riserva naturale di Niscemi, Caltanissetta. Alla vigilia dell’udienza del 25 luglio in cui Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana dovrà decidere sull’appello del ministro Mauro contro l’ordinanza del TAR che ha confermato la legittimità degli atti di revoca delle autorizzazioni del MUOS, gli avvocati-prestigiatori dello Stato estraggono dal cilindro magico due relazioni “scientifiche” che documenterebbero l’innocuità del nuovo sistema di guerra. A ben guardare le “carte” prodotte si scoprono però provvidenziali tagli e rimaneggiamenti dei testi originali ed omissioni e stravolgimenti nelle valutazioni finali. E si confermano le impressioni che pur di completare il MUOS in Sicilia, legalità e rispetto della verità sono optional di cui militari e governo preferiscono farne piacevolmente a meno.

Il primo dei documenti è uno studio a firma dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulle problematiche ambientali del MUOS, il suo impatto elettromagnetico e le condizioni complessive dello stato di salute della popolazione residente nel niscemese. Ma si tratta di una versione mutilata. A conclusione dei lavori della Commissione speciale composta da studiosi ISS ed esperti nominati dalla Regione siciliana (i professori Zucchetti, Sansone Santamaria e Palermo) lo scorso 11 luglio, era stato concordato che della relazione finale da trasmettere alle autorità di governo erano parte integrante le note assai critiche sulla sostenibilità ambientale del MUOS dei tecnici della Regione. Note che, invece, sono state stralciate e non prodotte in giudizio dall’Avvocatura dello Stato. “Qualunque trasmissione o riferimento parziale al lavoro succitato, privo della nostra nota, è incompleto e stravolge il senso del lavoro collegiale tenutosi presso l’ISS, dove proprio sulla pericolosità del MUOS sono emersi pareri differenti”, spiega il prof. Massimo Zucchetti, docente del Politecnico di Torino. “Ciò che oggi accade al Consiglio di Giustizia Amministrativa è ancora più grave della fuga di notizie dello scorso 18 aprile, quando fu violato l’accordo fra gentiluomini che prevedeva la non diffusione della relazione finale dell’ISS fino a quando non vi fosse stato un comunicato ufficiale da parte dei committenti. Una gola profonda ha fatto circolare una versione incompleta dello studio, censurando ad arte le conclusioni del nostro contro-rapporto di otto pagine allegato, in cui si smentiscono pesantemente le versioni pro-MUOS citate dai vari mezzi di stampa”.

Nella relazione dell’ISS prodotta dal ministero mancano pure le conclusioni dello studio pluridisciplinare del gruppo di lavoro composto dal prof. Zucchetti e da altri sette esperti (Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, Eugenio Cottone del Consiglio nazionale dei chimici, Valerio Gennaro dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova, Angelo Levis dell’Università di Padova, Alberto Lombardo dell’Università di Palermo, Marino Miceli e Cirino Strano, medici di medicina generale di Niscemi e Vittoria). Gli studiosi, in particolare, hanno evidenziato come i campi elettromagnetici emessi fin dal 1991 dalle antenne della stazione di trasmissione radio della US Navy di Niscemi hanno raggiunto valori “di poco inferiori, prossimi o superiori ai livelli di attenzione stabiliti dalla legge italiana”. “Sia per queste antenne che per il MUOS manca tuttora un modello previsionale atto a determinare la distribuzione spaziale dei campi elettromagnetici”, aggiungono. “Valutazioni teoriche approssimate effettuate per il MUOS, seguendo la normativa italiana, indicano che il rischio dovuto agli effetti a breve e lungo termine di questo sistema di telecomunicazioni satellitari è rilevante e ne sconsigliano l’installazione a Niscemi: effetti a breve termine dovuti ad incidenti, effetti a lungo termine dovuti ad esposizione cronica, interferenza con apparati biomedicali elettrici, disturbo della navigazione aerea”.

L’Avvocatura dello Stato ha prodotto infine in giudizio uno studio inedito dell’ENAV risalente a fine giugno, che escluderebbe interferenze strumentali del MUOS con le operazioni di volo nel vicino aeroscalo di Comiso. Nelle premesse, l’ente controllato dal ministero dell’Economia e delle finanze precisa trattarsi “esclusivamente” di una valutazione della “compatibilità elettromagnetica” sugli apparati di comunicazione, navigazione e sorveglianza installati a Comiso, ma non dei potenziali effetti delle emissioni del MUOS sulla salute delle popolazioni, sull’ambiente e sulle strutture degli aeromobili. “Anche nell’eventualità in cui l’aeromobile dovesse trovarsi per qualche motivo alla quota raggiunta dal fascio di antenna in quel punto, gli effetti del MUOS nei confronti dei ricevitori di bordo potranno ritenersi del tutto trascurabili”, affermano i tecnici ENAV.

Di parere opposto il fisico sardo Massimo Coraddu, esperto dei Comitati No MUOS e del Comune di Niscemi. “Le conclusioni dello studio dell’ente nazionale contengono alcuni grossolani errori e, al di là delle apparenze e dei termini tecnici, mi sembrano tutt’altro che rassicuranti”, spiega Coraddu. “I puntamenti previsti per le antenne MUOS intercettano buona parte delle rotte previste dagli aeromobili in fase di partenze e atterraggio da Comiso. Così, l’ENAV ritiene opportuno, per evitare interferenze, la modifica di almeno due delle procedure di volo strumentalmente assistito per evitare potenziali problemi (SID OBAXU 5A ed ENEPA 5A). Nelle conclusioni si dice inoltre che il settore angolare interessato dalle emissioni ha un’ampiezza di soli 5 m. Sfugge a chi ha scritto questa relazione che, se in partenza il fascio emesso ha un diametro di 18,4 m, questo non si può certo ridurre in volo. Quindi sui cieli di Comiso il fascio emesso continuerà ad avere un diametro attorno ai 20 m, quattro volte maggiore rispetto a quanto ipotizzato”.

Sempre per Coraddu, il rapporto ENAV evidenzia alcune carenze. “Non viene fatta nessuna valutazione di quanto sia intensa l’emissione e quanta energia venga trasferita all’aeromobile per effetto dell’attraversamento del fascio, cose invece raccomandate dal prof. Marcello D’Amore dell’Università “Sapienza” di Roma, nella relazione sul progetto MUOS consegnata al TAR di Palermo”, aggiunge Coraddu. “Non si comprende inoltre perché si siano limitati gli accertamenti alle sole procedure di partenza e atterraggio da Comiso e non a tutte le rotte civili che attraversano la Sicilia orientale, visto che per quote interessate, sono tutte potenzialmente vulnerabili. Possiamo prendere quella dell’ENAV come una relazione preliminare, le cui conclusioni non sono per nulla tranquillizzanti. Come avevamo ipotizzato, l’entrata in funzione del MUOS richiede, quantomeno, un’attenta riprogettazione delle procedure di partenze e atterraggio dall’aeroporto di Comiso”.
In occasione dell’udienza del Consiglio di Giustizia Amministrativa, i Comitati No MUOS hanno indetto per la mattina del 25 luglio un presidio con conferenza stampa a Palermo. “Se è deprecabile l’ostinazione con cui il Ministero della difesa persegue, anche con carte false, la realizzazione del MUOS, è censurabile il comportamento della Regione Siciliana che si è costituita nel procedimento con appena due paginette occupate in gran parte dall’elenco delle parti in giudizio, e con la mera richiesta immotivata di rigetto dell’appello, senza la produzione di alcun documento”, affermano i No MUOS. “Si tratta dell’atteggiamento tipico delle avvocature pubbliche quando non hanno particolare interesse all’esito del giudizio. Questo fatto conferma i sospetti che abbiamo sempre avuto: c’è un preciso accordo fra la Regione e il Ministero della difesa per il quale il deposito del parere incompleto ed addomesticato dell’ISS avrebbe costituito la chiusura del cerchio per autorizzare la prosecuzione dei lavori, con buona pace dei cittadini niscemesi e del popolo siciliano”.

Messina: “Corsi d’oro”, in tre rispondono al Gip

Lunga mattinata di «interrogatori di garanzia» ieri a Palazzo di Giustizia davanti al gip Giovanni De Marco per l’inchiesta “Corsi d’oro” con cui la Procura, la Guardia di Finanza e la Polizia hanno scoperchiato il pentolone della formazione professionale a Messina e in Sicilia. Innanzi al magistrato, quindi, i dieci indagati eccellenti che da mercoledì scorso si trovano agli arresti domiciliari con una lunga serie di accuse, che vanno dall’associazione a delinquere alla truffa aggravata, dal peculato al falso in bilancio, passando anche per una serie di reati finanziari. Al centro l’attività delle onlus Lumen, Aram e Ancol, più una serie di enti satelliti. Dalle 9.30 del mattino e fino alle 14 sono sfilati Chiara Schirò, moglie del deputato nazionale del Pd Francantonio Genovese, Daniela D’Urso, consorte di Giuseppe Buzzanca, ex deputato regionale del PdL, e poi Elio Sauta, la moglie Graziella Feliciotto, Concetta Cannavò, Natale Lo Presti, Nicola Bartolone, l’ex assessore comunale Melino Capone e il fratello Natale, Giuseppe Caliri. È stato ascoltato il funzionario dell’Ispettorato del lavoro Carlo Isaja, che è accusato di rivelazione di segreti d’ufficio e ha subìto la misura interdittiva della sospensione per due mesi dalla funzioni. Isaja, Lo Presti e Caliri sono stati i soli tre indagati a rispondere alle domande del gip e dei due magistrati presenti agli interrogatori, ovvero il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e il sostituto Fabrizio Monaco. Tutti gli altri indagati si sono invece avvalsi della facoltà di non rispondere. Il gip De Marco, a conclusione della lunga tornata di interrogatori, ha poi rigettato tutte le richieste di scarcerazione, ad eccezione di quella presentata da Caliri, per il quale ha deciso la revoca degli arresti domiciliari e la liberazione anche su parere favorevole della Procura, che invece per tutti gli altri ha formulato parere contrario.

MESSINA – L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: L’infelice formazione di casa Genovese-Pd

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CHIARA SCHIRO’ OGGI IN TRIBUNALE TRA I SUOI AVVOCATI, GULLINO (A SX) E FAVAZZO – FOTO ENRICO DI GIACOMO

La notizia era nell’aria da tempo. La si commentava al bar, nell’atrio del Tribunale, nelle segreterie dei partiti e dei circoli in corsa per un seggio in consiglio comunale. Un segreto di Pulcinella che a Messina hanno tutti giurato di rispettare, nel centrodestra come nel centrosinistra, per non turbare le complesse manovre elettorali del Partito democratico locale. Prima quelle per le regionali dell’autunno 2012, poi quelle per le politiche di febbraio, infine quelle per la scelta del nuovo sindaco con un’inedita alleanza Pd-Udc-Fli-Sel-Megafono benedetta dal rottamatore Renzi e dal “rinnovatore” Crocetta. Adesso è ufficiale. Lo tsunami giudiziario sulla formazione professionale e la parentopoli in Sicilia sta per abbattersi sugli azionisti di maggioranza del Pd peloritano. Undici gli indagati di quella che è solo una tranche dell’inchiesta della Procura della repubblica. C’è il parlamentare di origini democristiane, finanziere, armatore e costruttore, già sindaco della città dello Stretto e brillante moltiplicatore di tessere e voti. C’è la moglie, una cognata e la sorella. C’è il cognato mister preferenze alle elezioni 2012 per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana. C’è un nipote. C’è l’onnipresente segretaria e un impiegato di fiducia. Più due consiglieri comunali di due piccoli centri tirrenici della provincia. E persino la moglie di un consigliere uscente del comune capoluogo.

I reati ipotizzati spaziano dall’associazione per delinquere al peculato e alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, con l’aggravante prevista dall’art. 61 n. 2 del codice penale, cioè l’averli commessi per eseguirne od occultarne altri. I fatti si riferiscono in epoca anteriore all’1 gennaio 2007 e successiva al 31 marzo 2013. L’iscrizione del fascicolo al registro generale delle notizie di reato porta il protocollo n. 7696 del 2011 e il 9 maggio di quest’anno il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e i sostituti Camillo Falvo, Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti hanno richiesto al Gip del Tribunale la proroga di sei mesi per il compimento delle indagini preliminari.

Indagato eccellente numero uno l’on. Francantonio Genovese, già presidente nazionale del Movimento giovanile della Democrazia Cristiana, nel 2001 deputato all’Ars con la Margherita-Ppi, sei anni più tardi segretario regionale del Pd, eletto la prima volta nel 2008 alla Camera dei deputati (ha ricoperto l’incarico di segretario della Commissione parlamentare antimafia) e riconfermato alle ultime elezioni dopo aver stravinto le primarie del partito in provincia di Messina con 19.590 preferenze, un record nazionale. Secondo nome che scotta nello scandalo formazione quello di Franco Rinaldi, ex chitarrista in una band cittadina, dottore commercialista e revisore dei conti, già membro della direzione regionale prima del Movimento giovanile Dc poi del Partito popolare, dal 2006 deputato regionale Pd. Rieletto lo scorso anno con 18.701 preferenze personali (il piddino più votato in Sicilia), Rinaldi siede oggi nell’ufficio di presidenza dell’Assemblea regionale siciliana.

Gli altri indagati sono Chiara Schirò, moglie dell’on. Francantonio Genovese; la sorella Giovanna Schirò; Rosalia Genovese, sorella del parlamentare; l’infaticabile animatrice della segreteria politica di Genovese, Concetta “Cettina” Cannavò; l’impiegato di fiducia Roberto Giunta; Nicola Bartolone, originario di Roitlingen (Germania) ma residente a Montalbano Elicona dove è consigliere comunale di maggioranza; il commercialista Salvatore Natoli, originario di Milazzo, anch’egli consigliere comunale ad Acquedolci; la formatrice Graziella Feliciotto (già dipendente dell’Enaip, l’ente di formazione professionale delle Acli), moglie del consigliere Pd uscente del Comune di Messina, Elio Sauta. Chiude l’elenco il taorminese d’adozione Marco Lampuri, indicato come un nipote dei Genovese.

L’on. Francantonio Genovese è uno dei volti più noti del Pd siciliano. La politica l’ha sempre avuta nel sangue: il padre Luigi fu senatore della Dc per sei volte mentre lo zio fu l’otto volte ministro della Repubblica, Antonino Gullotti. Il parlamentare è però innanzitutto un uomo d’affari di successo con interessi che vanno dalla finanza alle telecomunicazioni, dal settore immobiliare e delle costruzioni a quello turistico-alberghiero, dalla ristorazione alla navigazione. Il suo nome compare nei consigli d’amministrazione di quasi tutte le società del gruppo Franza, la holding più potente nell’area dello Stretto. Genovese è consigliere di Tourist Ferry Boat Spa (la società che gestisce i traghetti che collegano Messina e Villa San Giovanni), Esi – Ecological Scrap Industry di Pace del Mela (attiva nel settore industriale), Gf Consulting Spa (consulenza aziendale), Gf Building Spa (ex Fra.Imm., costruzioni di edilizia privata e residenziale), Gf Property & Facility Management Srl (gestione patrimonio immobiliare), L’Ancora Srl (ristorazione) e Mandarin-Wimax Sicilia Spa (attiva in Sicilia dal 2008 nel settore internet a banda larga, delle nuove tecnologie e della videosorveglianza).

Secondo una recente inchiesta del giornalista Daniele De Joannon (Centonove), l’on. Genovere ricopre poi l’incarico di presidente del Cda e amministratore delegato di Ge.Fin. Srl (le quote sociali sono detenute quasi interamente dal parlamentare) e presidente, amministratore e consigliere di Gepa Srl, società di cui è titolare insieme alla sorella Rosalia Genovese. Il parlamentare detiene poi quasi per intero il capitale sociale di Caleservice Srl (le quote rimanenti sono in mano all’on. Franco Rinaldi), un’agenzia immobiliare amministrata dalla cognata Giovanna Schirò e dalla moglie Chiara. Genovese è poi titolare di un terzo delle quote della Paride Srl, società che sino a qualche anno fa affittava al Comune di Messina i locali dell’Assessorato all’Urbanistica.

Ma è senza alcun dubbio la Ge.Fin. Srl la società più importante del firmamento Francantonio. Essa è amministrata dalla segretaria del deputato, Concetta Calabrò. Vicepresidente è Marco Lampuri, un altro degli indagati dell’inchiesta sulla formazione in salsa peloritana; consiglieri le sorelle Chiara, Giovanna ed Elena Schirò (quest’ultima è la moglie dell’on. Franco Rinaldi). Ge.Fin. controlla direttamente una parte della Gepa Srl che vede come vicepresidente ancora una volta Marco Lampuri e consiglieri Concetta Cannavò (anche amministratrice delegata), Chiara ed Elena Schirò. A sua volta la Gepa controlla in parte la Ge.Imm. (società immobiliare della famiglia Genovese con una piccola quota sociale in mano al nipote Lampuri), la Two Srl (gestione impianti balneari) e un consistente pacchetto di quote sociali della regina del traghetti dello Stretto, la Tourist Ferry Boat Spa, pari a 4 milioni 980 mila 460 euro.

È con Ge.Fin. e Ge.Imm. che la corazzata Genovese fa incursione nel campo minato della formazione professionale. Le due società, infatti, detengono insieme il 93% di Training Service, l’ente con sede a Barcellona Pozzo di Gotto che solo nell’anno 2011 ha incassato dalla Regione siciliana oltre 604 mila euro per la realizzazione di corsi professionali. Training Service compare nell’elenco dei 43 enti di formazione per cui è stato avviato nei mesi scorsi il processo di revoca dell’accreditamento regionale perché ritenuti non in regola con i pagamenti dei lavoratori.

Nella black list stilata dall’Assessorato competente c’è anche la Libera Università Mediterranea di Naturopatia (Lumen) di cui è presidente Elena Schirò, cioè ancora la moglie dell’on. Rinaldi nonché cognata dell’on. Genovese. Lo scorso anno la Lumen ha beneficiato di un milione di euro circa per l’organizzazione e la gestione dei corsi. Le sorelle Chiara e Giovanna Schirò hanno invece fatto parte del consiglio direttivo di un altro ente di formazione, Esofop, sciolto di recente “senza che abbia mai ricevuto fondi, né dalla vecchia Legge 24, né dall’attuale Avviso 20”, come ha inteso precisare l’avvocato Nino Favazzo, legale del gruppo Genovese-Rinaldi. Nella sfera d’influenza del gruppo Genovese, sempre secondo Centonove, ci sarebbe poi un altro ente di formazione, la Nt Soft di Messina, di cui è presidente Salvatore Schirò.

Vicina agli ambienti del Pd messinese c’è pure l’Associazione per le ricerche dell’area mediterranea (Aram), presente in cinque località dell’Isola con più di un centinaio di dipendenti. Presidente ed ex direttore generale di Aram è Elio Sauta, già presidente dell’Istituzione dei servizi sociali di Messina e consigliere comunale del Pd sino a un mese fa. Come la moglie Graziella Feliciotto, anche Sauta risulta indagato per truffa aggravata dalla Procura di Messina in un altro filone d’inchiesta sulla formazione professionale. Amico di vecchia data di Francantonio Genovese, Sauta è stato pure consigliere di Esofop accanto alle sorelle Chiara e Giovanna Schirò. Lo scorso mese di aprile la Regione Siciliana ha formulato la richiesta all’Aram di restituzione di quasi 4,6 milioni di euro, somma corrispondente ai fondi erogati fra il 2007 e il 2010 ai sensi della legge 24/76 ad integrazione dei costi per il personale, in quanto sono ritenuti non dovuti. Il provvedimento è stato duramente contestato dal presidente Sauta che ha annunciato una causa civile e una penale contro la Regione.

Nell’Aram talune assunzioni sembrerebbero rispondere alle indicazioni del cosiddetto Pum, il partito unico messinese che dai tempi del pluriministro Gullotti regola la vita politica e amministrativa locale. L’ente ha avuto alle proprie dipendenze come tutor l’ex consigliere della Margherita poi Pd Giacomo Caci e come formatore l’ex consigliere comunale Gaetano Caliò (prima con il Pd di Genovese poi con l’Udc dell’odierno ministro Giampiero D’Alia). E tra i dipendenti compare anche il nome di Veronica Marinese, figlia dell’ex deputato regionale Pdl Ignazio Marinese, zio a sua volta del commercialista palermitano Dore Misuraca, parlamentare del Polo nella scorsa legislatura. Aram, come pure Esosop, non disdegna il confronto diretto con gli appuntamenti elettorali che contano. Alle regionali dell’autunno 2012, quelle segnate dal record di preferenze per Franco Rinaldi, i due enti di formazione hanno richiesto ed ottenuto in alcuni comuni della provincia l’uso degli spazi destinati all’affissione di manifesti e materiali di propaganda. “La formazione per come è stata pensata in Sicilia in questi trent’anni, va rivista”, ha dichiarato a Tempostretto il candidato a sindaco di Messina della coalizione di centrosinistra. “Parentopoli? O la fa pinco o la fa pallino, basta che la fanno bene, si può fare. Non è tanto importante chi la fa. Importante è cha venga fatta bene…”. Sì, esattamente come la fanno da tempo in casa Genovese-Pd & soci. ANTONIO MAZZEO

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ELIO SAUTA ‘SVIA’ I FOTOGRAFI OGGI DAVANTI AL TRIBUNALE – FOTO ENRICO DI GIACOMO

MESSINA, L’INCHIESTA SULLA FORMAZIONE: A.A.A. cercasi corsista, anche a sua insaputa….

Leggendo le carte dell’inchiesta emerge come uno dei problemi più “assillanti” per gli Enti di formazione era il numero degli iscritti al singolo corso. Non si tratta d’interesse nei confronti del futuro occupazionale dei nostri giovani quanto piuttosto della necessità di avere la certezza dei fondi, in modo da poter pagare le spese dell’Ente stesso (personale e costi di gestione). La direttiva infatti impone la soglia minima dei 15 iscritti, pena la perdita dei fondi. La normativa regionale, che sembra fatta apposta per fare acqua da tutte le parti, prevede che,dopo l’avvio delle attività il numero degli allievi possa comunque diminuire e solo se si dimezza il corso viene chiuso. Ecco perché una delle “attività” era quella di reperire i corsisti a tutti i costi, usando tutti i mezzi possibili, dalla fantasia alle “bugie bianche” dalla richiesta di cortesia fino all’apposizione di firme false o prese da documenti firmati in altri periodi o per altri motivi. Se poi i ragazzi il giorno dopo abbandonavano il corso non importava, purchè quel benedetto nome venisse inserito nell’elenco da inviare alla Regione entro la scadenza prevista. Scovare il quindicesimo iscritto, anche a sua insaputa, era una questione di sopravvivenza (dell’Ente, ovviamente).

Nel giugno dello scorso anno l’Ancol Sicilia si vedeva autorizzare dalla Regione 20 corsi, per oltre 2 milioni e 700 mila euro, da effettuarsi nelle sedi di Messina, Barcellona, Catania, Mirabella Imbaccari, Palermo, Petralia Sottana e Priolo Gargallo. Uno dei corsi ammessi, per un finanziamento di 98 mila euro, era quello di “operatore amministrazione segretariale 3° anno formativo” da effettuarsi presso la sede formativa di Priolo per un ammontare di 900 ore e per 15 allievi.

La documentazione, con l’elenco dei 15, doveva arrivare alla Regione entro 40 giorni dalla notifica di ammissione al finanziamento, pena la perdita dei fondi.

A Priolo però al fatidico 15 ne mancavano almeno 3 all’appello. Così il 25 settembre Daniela D’Urso, direttore della sede Ancol Messina e incaricata di predisporre i corsi per le sedi di tutta la Sicilia chiama Daniela Pugliares, dipendente dell’Ancol di Priolo, per lamentarsi del fatto che ancora non fosse riuscita a trovarli.

D’Urso- A me di questi tre che non ci sono non m’interessa…! Ci metti la firma tu! Se io non ho una firma con quindici allievi, il corso lo perdo! Dopo che diventano otto, sette, dieci, undici, non m’interessa!Ma basta che l’avvio lo fai !,

P- Ho capito; poi, per il resto io non ho nulla, cioè non ho neanche i doce….i mo.. dico, i moduli con i docenti io non ce li ho !

D’Urso Noi, purtroppo, l’avviso venti sta morendo, capito ? Il prof, non c’è più niente, solo sull’obbligo possiamo puntare Va bene ? Quindi fai questo elenco allievi con queste firme e tutte cose, va bene ?… mi rimetti la firma !: Ascoltami gioia…se voi non mi fate partire questo corso, salta un posto di lavoro…. tu m’a fari partiri, sto corsu .. cu chinnici cristiani… che poi ne frequentano dieci… otto .. non mi interessa… ma se tu non me lo fai partire con quindici io debbo dire a Palermo che lo debbo chiudere… perdiamo il finanziamento… e debbo mettere a Titti e a Mirella a diciotto ore e diciotto ore…stop, .. figghioli non ho altro da farvi .. io vi …cerco di aiutarvi a trecento sessanta gradi…ma voi dovete aiutare me…

P- Bo non lo so … non so come fare…va bè ora…. ne parliamo…

D’Urso: ma tri…. tri cristiani ne truvati….. tra figghioli che non vannu a scola e poi si ritirano…

P-: ma non è che… quattrru iatti semu nta stu paisi, … non è come… i paesi che avete voi… voi siete più numerosi di abitanti…

D’Urso- vedi tu se li puoi convincere…ci regalamu na scheda telefonica…ecco vedi tu come…ci devono fare partire il corso, se no quei poveracci che vogliono continuare, perdono il corso a causa loro

P.: …è uno quello che deve fare l’esame… due volte l’ho convocato, non vuole venire… a fare gli esami…

D’Urso:vedi se lo chiami e ci dici, guarda ti regalamu noi dipendenti na scheda telefonica, na ricarica… di cento euro, di cinquanta euro .. vedi quello che vuoi fare dicu… possibile che devo perdere un posto di lavoro per centu euro ….

Alla fine la soluzione viene trovata ed il corso di formazione “professione operatore amministrativo segretariale” 3° anno, con l’elenco degli iscritti e le firme avrà quindi il via libera l’8 ottobre 2012.

Gli investigatori a dicembre interrogano i 15 allievi iscritti al corso. Tra questi Angelina Ranno disconosce la firma apposta all’elenco (al numero 15) così come Bruno Cultrera, che era il numero 12. Anche Alessia Galeota (numero 14) dichiara di non essersi iscritta, ma non esclude che la firma possa esserle stata carpita durante i corsi frequentati all’Ancol fino agli inizi del 2012. Il numero 9, Andrea Casella, racconta di essere stato contattato ed invitato ad iscriversi al corso ma di aver detto di no. L’impiegata gli avrebbe chiesto di firmare ugualmente per consentire l’avvio del corso anche senza frequentarlo. Ivan Frangi, (numero 11) riconosce la firma ma spiega di aver firmato un anno prima, nel 2011 in occasione di un altro corso. Situazione analoga per Lorenzo Petrolito (numero 2) che riconosce come propria la firma, ma sostiene di averla apposta alla conclusione del corso del 2011.

Il registro delle presenze del corso, acquisito dagli investigatori, relativamente al periodo 12/11/2012-27/11/2012, conferma la sistematica assenza di Ranno Angelina, Cultrera Bruno, Galeota Alessia, Casella Andrea, Frangi Ivan, Petrolito Lorenzo. In sintesi, quanto preannunciato nelle intercettazioni era avvenuto.

“Le dichiarazioni inoltrate agli uffici regionali per rappresentare la sussistenza delle condizioni per l’avvio del corso e avere i finanziamenti- concludono i magistrati- sono ideologicamente e, in parte materialmente, false. Ideologicamente false in quanto riferiscono della adesione al corso di soggetti che mai hanno reso tale consenso: la cui firma, talora, è stata abusivamente carpita; talaltra è stata conseguita a titolo di cortesia, comunque sull’assunto che la stessa non corrispondeva all’effettivo intento del firmatario. Materialmente false in quanto contengono firme falsificate”.

In base all’indagine la ricerca dei nomi da mettere negli elenchi, indipendentemente dal fatto che questi poi frequentassero o meno, era quasi una prassi negli Enti. Tra le intercettazioni, ad esempio, nella sede Ancol di Messina risulta il 26 settembre 2012 una telefonata tra una dipendente e la madre di una ex allieva, nel corso della quale la donna invitava la signora a fare presentare la figlia per firmare il regolamento

Ancol Me-…dire a Valeria, gentilmente, se domani viene a firmare il regolamento che la prossima settimana inizia il corso..

Mamma di Valeria- Eh, guardi, però lei ora parte, si trasferisce a Milano giorno quindici, quindi…

Ancol Me- Ho capito. E intanto signora mi faccia la cortesia, la faccia venire… perché almeno così parte il corso perché se manca la sua firma… almeno facciamo partire il corso… e viene così firma… e il corso parte anche per gli altri, perché sennò rimaniamo bloccati noi….

L’impiegata ha fatto altre telefonate dello stesso tenore pur di convincere gli allievi ad apporre la firma anche se non erano intenzionati a frequentare.

Ancol Me-senti ciccia: vedi che inizia il corso la prossima settimana… ora, siccome si deve venire a firmare il regolamento, così mandiamo tutto all’ufficio del lavoro e se Dio vuole, la prossima settimana iniziamo…

Laura-«Eh, non lo so, in caso poi vengo,

Ancol Me-… intanto vieni !… Inizi, se poi trovi un lavoretto te ne vai… Invece di non fare niente, in ogni caso Laura, mi devi fare una cortesia…vieni a firmare perché così il corso non inizia e poi penalizziamo a chi si vuole frequentare…

Ma la ricerca dell’ iscritto non è peculiarità solo dell’Ancol, come emerge da una conversazione intercettata a gennaio di quest’anno tra Elio Sauta ed un’impiegata dell’Aram. Anche in questo caso mancava all’appello il quindicesimo per ottenere i finanziamenti destinati ad un progetto del Cesam e Sauta chiede alla dipendente: quattordici con questa che deve venire…me ne manca una….una domanda ….vediamo……..fai iscrivere a tua sorella…,

L’impiegata non si scompone, ma replica che non è possibile – non può… perche’ ha corsi cose…

In sostanza la formazione, che è poi lo spirito originario della norma, varata sul finire degli anni ’70, è diventata probabilmente l’ultimo degli obiettivi da raggiungere. Nata come la “mission” è scivolata al punto….15 delle priorità….

Rosaria Brancato – DA tempostretto.it

MESSINA: Grandi eventi. Scarcerato Bruno De Vita. Il Tribunale del Riesame ha disposto il provvedimento nei confronti dell’ex capo di gabinetto vicario dell’assessore regionale al Turismo

MESSINA – L’ex capo di gabinetto vicario dell’assessore regionale al Turismo è stato scarcerato dal Tribunale della Libertà. Bruno De Vita torna libero dopo essere finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sui cosiddetti “Grandi Eventi” della Regione Sicilia.

Il politico taorminese era finito in manette ad inizio luglio per l’indagine sfociata in numerosi arresti fra politici e funzionari della Regione Sicilia.

MESSINA, L’INCHIESTA ‘CORSI D’ORO’: Formazione, conclusi gli interrogatori dei 10 indagati dal Gip

Si sono conclusi poco dopo le 14,30 di oggi gli interrogatori delle persone arrestate lo scorso 17 luglio nell’ambito dell’inchiesta “Corsi d’Oro”. Nove gli indagati che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

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ELIO SAUTA SALE LE SCALE DEL TRIBUNALE – FOTO ENRICO DI GIACOMO

Alle 9.30 di stamattina era fissato l’inizio delle audizioni davanti la gip Giovanni De Marco. Alle 14 la fine. Si è finito mezz’ora dopo. Davanti al gip De Marco e alla presenza del procuratore aggiunto Ardita, dei sostituto Fabrizio Monaco, Camillo Falvo e Antonio Carchietti oggi si sono presentati Chiara Schirò, moglie di Francantonio Genovese, Concetta Cannavò, ex tesoriere del Pd, Daniela D’Urso, moglie dell’ex sindaco Giuseppe Buzzanca e ancora Elio Sauta ex consigliere del Pd vicino al deputato dei democratici e Melino Capone, ex assessore comunale nella giunta Buzzanca, Graziella Feliciotto, Natale Lo Presti, Nicola Bartolone, Natale Capone e Giuseppe Caliri. Tra le persone sentite oggi anche Carlo Isaja funzionario dell’ispettorato del Lavoro sospeso per due mesi dall’esercizio del pubblico ufficio per aver rivelato l’arrivo di un’ispezione a Sauta.

Chiarà Schirò si è avvalsa della facoltà di non rispondere, mentre ha chiarito le sue ragioni Natale Lo Presti così come Giuseppe Caliri.

Elio Sauta e Grazia Feliciotto si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Per loro l’avvocato Gullino che li difende ha già pronto il ricorso al Tribunale del Riesame. “Ho riscontrato diverse incongruenze nell’impianto accusatorio – ha spiegato – è presenterò istanza per chiedere la scarcerazione dei mie assistiti”.

Non hanno aperto bocca anche il resto degli indagati. Tra gli ultimi a presentarsi davanti al gip Daniela D’Urso e Melino Capone.

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DANIELA D’URSO SALE LE SCALE DEL TRIBUNALE – ENRICO DI GIACOMO

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MELINO CAPONE IN TRIBUNALE – FOTO ENRICO DI GIACOMO

MESSINA: CORSI D’ORO, OPERAZIONI IMMOBILIARI SOSPETTE. La lente della magistratura sul fabbricato di viale Principe Umberto n. 89: l’Aram lo acquistò dai Padri rogazionisti nell’interesse della Centro servizi 2000

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Dopo gli arresti i sequestri. Venerdì mattina le Fiamme gialle hanno apposto i sigilli a conti correnti e immobili, beni la cui gestione è finita nel mirino così come le locazioni gonfiate, le indennità di frequenza a quanto pare non corrisposte, l’utilizzo di auto di lusso e tanto altro ancora. Un sistema che soprattutto agli occhi di quanti vivono con estremi sacrifici appare inaccettabile. Un capitolo dell’ordinanza è dedicato all’acquisto dello stabile di viale Principe Umberto numero 89. Un’operazione condita da procedure secondo l’indagine poco chiare. A tal proposito, il 26 ottobre 2004, Graziella Feliciotto avrebbe chiesto, probabilmente per conto del marito Elio Sauta, l’emissione di 7 assegni circolari non trasferibili, per 325.696,98 euro, a favore della “Congregazione dei Padri rogazionisti”. In base a una segnalazione della Gdf, pare che il denaro provenisse principalmente da conti intestati all’Aram. «In particolare si legge nel provvedimento firmato dal giudice De Marco – la provvista era stata ottenuta quanto a 58.544,32 euro mediante 6 prelievi effettuati con modulistica interna su conti intestati all’Aram, recanti la firma di Sauta; quanto a 25.897,50 euro, mediante assegno bancario intestato all’Aram e girato alla stessa a firma Sauta; quanto a 138.200 euro mediante apporto in contanti, con provenienza sconosciuta; quanto al residuo di 103.055,16 euro, mediante negoziazione di 11 assegni». Secondo l’accusa, il pagamento riguardava l’acquisto dell’immobile non nell’interesse dell’Aram, bensì a favore della Centro servizi 2000 srl, al tempo amministrata dalla Feliciotto. «Ragionevole concludere che l’operazione costituisse una distrazione di fondi dell’Aram», evidenzia il gip. Peraltro, lo stesso immobile venne poi affittato all’Aram per cifre estremamente rilevanti, «sicché il costo veniva
pagato con fondi pubblici almeno due volte». Da ulteriori verifiche sulla polizza fideiussoria è emerso che la stessa non sarebbe stata stipulata dall’Aram, ma emessa tramite un’assicurazione da un intermediario a garanzia di un finanziamento ottenuto dall’Ancol Sicilia 12 di Messina ed erogato dalla Regione. «Evidente, dunque, che la polizza consegnata ai Padri rogazionisti costitutiva una contraffazione dell’originario documento, ragionevolmente effettuata da Sauta o Feliciotto», recita l’ordinanza. L’immobile veniva dichiarato come venduto al prezzo di 671.394 euro, come risulta dal contratto stipulato il 28 ottobre 2004 e registrato all’Agenzia delle entrate l’11 novembre 2004. Poi, il 30 maggio 2005 la Centro servizi 2000 avrebbe appaltato alla Geimm il completamento di un fabbricato a quattro elevazioni da adibire a centro di formazione sul viale Principe Umberto n. 39, al prezzo di 900mila euro iva esclusa («l’indicazione del numero civico “39” piuttosto che “89” costituisce probabilmente un errore materiale»). Nella copia del contratto non specificata data di inizio e limite della durata dei lavori. Tutte le fatture, inoltre, sarebbero state pagate in contanti, «procedura invero sospetta». E ancora: «I costi di completamento dell’immobile ammonterebbero a 652mila euro; sarebbe stato ultimato nel 2008; l’agibilità non sarebbe stata mai riconosciuta; mai richiesto il rilascio del certificato di prevenzione incendio». RICCARDO D’ANDREA – GDS

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Il treno del ferro


Voci nel fango