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RASSEGNAWEB - MESSINA: Crac Demoter, il Riesame conferma gli arresti dei Borella
Carlo Borella deve restare in carcere. Per l’ex presidente dell’Ance e capo delle imprese di famiglia e soprattutto della Demoter spa società che operava nel settore degli appalti pubblici, non sussistono i presupposti per tornare in libertà o andare ai domiciliari. Così si sono pronunciati i giudici del Riesame che hanno respinto le istanze dei difensori degli indagati dell’operazione Buco Nero. Secondo la Procura sare...
CASO MESSINA: La Cassazione annulla sentenza del "Processo Lembo". Dovrà essere una nuova sezione della Corte d’Appello di Catania a giudicare

GIOVANNI LEMBO - FOTO EDG La seconda sezione della Corte ...
PALAZZO DEI NORMANNI: Accorinti, "In questo palazzo c'era puzza di mafia e continua a esserci". E l’Ars insorge

"In questo palazzo c'era puzza di mafia e continua a esserci". A pronunciare queste parole, qualche giorno fa, è stato il sindaco Renato Accorinti durante...

Il capomafia Provenzano migliora ma per ora niente test psichiatrici

PALERMO – Continuano a migliorare le condizioni del boss Bernardo Provenzano ricoverato nell’ospedale di Parma dopo un intervento chirurgico d’urgenza al cervello. Il gup Piergiorgio Morosini, che celebra l’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia in cui Provenzano è imputato – la sua posizione è stata stralciata proprio per motivi di salute da quella degli altri imputati – ha acquisito l’ultimo bollettino medico sullo stato del padrino di Corleone. I medici notano lenti miglioramenti, il boss risponderebbe agli stimoli, ma sembra ancora esclusa la possibilità di sottoporlo ai test psichiatrici decisivi per capire se è o meno in grado di partecipare coscientemente all’udienza. Un dubbio fondamentale dalla cui soluzione dipende l’eventuale sospensione del procedimento penale. Qualora i periti dovessero concludere per un rinvio dei test cognitivi, il gup fisserà una nuova udienza a breve, come ha fatto nelle scorse settimane, per potere tenere sotto controllo l’evoluzione della situazione e decidere se riunire o meno la posizione del boss con quella degli altri imputati. Alla scorsa udienza, il giudice ha anche chiesto di avere le immagini girate in carcere da maggio scorso, mese in cui il boss fu protagonista di uno strano episodio inizialmente interpretato come tentativo di suicidio. Negli ultimi mesi, infatti, Provenzano è caduto più volte in cella: incidenti – l’ultimo dei quali gli ha provocato un ematoma e poi il coma – su cui indagano anche i pm di Palermo che stanno cercando di accertare se si tratti di cadute accidentali. I video però potrebbero non essere decisivi visto che Provenzano non ha, a differenza di altri boss al 41 bis, videocamere in cella e le immagini riprendono solo i corridoi dell’istituto di pena.

REGIONE SICILIA – Tutti i nomi dei dirigenti. Regione, maxi rotazione dei dirigenti. «Ingaggiato» anche Tano Grasso

PALERMO – La giunta regionale ha deliberato l’assetto definitivo dei nuovi dirigenti della Regione. Così si completa il quadro delle rotazioni di tutti i dirigenti e avvengono nuovi inserimenti. E’ di particolare rilievo la scelta affidare a Tano Grasso, presidente nazionale della federazione delle associazioni antiracket, il ruolo di dirigente del nuovo dipartimento tecnico che verrà avviato dal primo marzo.

CROCETTA – «La scelta di affidare a Tano Grasso, presidente nazionale della Federazione delle associazioni antiracket, il ruolo di dirigente del nuovo dipartimento tecnico, è legata alla politica di legalità adottata dal governo regionale siciliano», afferma il governatore Crocetta. «Dal dipartimento, che sarà operativo dal prossimo 1 marzo – sottolinea il presidente Crocetta – dipenderà anche l’osservatorio regionale per i Lavori pubblici e quindi la politica di legalità e di controllo che il nostro governo intende portare avanti. Una politica di legalità – osserva il governatore – che è potenziata con la massima espressione antiracket italiana, proprio perchè è necessario fare pulizia e monitorare gli appalti, per evitare infiltrazioni in ogni settore».

TUTTI I NOMI – Ecco i nomi degli altri dirigenti: al dipartimento Programmazione andrà Bonanno, alla Protezione Civile Falgares, all’ufficio Legale e Legislativo Palma, agli Affari Extraregionali Stimolo, al dipartimento Attività Produttive Ferrarra, al dipartimento Autonomie Locali Giuseppe Morale, new entry; alla Funzione Pubblica e del Personale Giammanco, al dipartimento Beni Culturali Geraldi, alla Ragioneria Pisciotta, al dipartimento Finanze e Credito Bologna, Lupo al dipartimento Energia e Rifiuti; alla Famiglia andra’ Bullara, al dipartimento Lavoro Corsello, Infrastrutture Lo Monaco, alla Formazione Professionale ad interim Corsello, Interventi Strutturali per l’agricoltura Barresi, alla pesca Greco ad interim per gli interventi infrastrutturali all’agricoltura, all’azienda forestale Arnone, alla sanita’ e pianificazione strategica Sammartano, al territorio e ambiente Sansone, all’urbanistica Gullo, corpo forestale Di Rosa, al dipartimento regionale per il turismo Rais, all’ufficio speciale autorità di certificazione Benfante, all’audit Agnese.

MESSINA – All’Istituto ortopedico del Mezzogiorno “F. Scalabrino”: Donna muore dopo intervento al polso, un medico indagato

È una vicenda sanitaria molto controversa. E c’è già un medico indagato con l’accusa di omicidio colposo per la morte della 64enne Rosa Mangiagli, che il 29 gennaio scorso è stata sottoposta ad un intervento chirurgico all’Istituto ortopedico del Mezzogiorno “F. Scalabrino” per la decompressione del nervo mediano al livello del tunnel carpale a destra, in concreto un’operazione al polso destro. C’è un legame tra la “semplice” operazione e il successivo decesso della donna? A questo interrogativo risponderà l’inchiesta aperta dal sostituto procuratore Federica Rende, che ha già affidato ai suoi consulenti, il medico legale Antonino Trunfio e l’anestesista Giuseppe Doldo, una serie di quesiti molto dettagliati, che sembrano indirizzarsi per l’eventuale nesso eziologico causa-effetto non soltanto verso l’intervento ma anche su alcuni farmaci assunti dalla donna in precedenza e dopo l’operazione, o verso i tempi d’intervento dei medici del 118. Il magistrato ha infatti chiesto ai consulenti di accertare in prima battuta se i trattamenti sanitari cui la signora Mangiagli è stata sottoposta all’Istituto “F. Scalabrino” siano stati effettuati correttamente, con l’individuazione delle condizioni generali della paziente al momento del ricovero, quelle successive e l’eventuale rapporto con il decesso. Per altro verso il pm Rende ha chiesto ai periti di accertare anche se l’assunzione di un farmaco, il Ceftriaxone, abbia comportato delle conseguenze, quali fossero i farmaci assunti periodicamente prima dalla donna, e soprattutto perché la dose di Ceftriaxone somministrata nella struttura privata non ha provocato alcuna reazione allergica, reazione che invece si è avuta con la dose che la paziente si è autoinoculata successivamente. Nella vicenda l’avvocato Nicola Giacobbe assiste il medico indagato, mentre i familiari della donna sono rappresentati dagli avvocati Cinzia Picciolo e Teresa Di Pietro.

MAFIA A BARCELLONA (ME) – IN 14 PAGINE DI SENTENZA I GIUDICI SPIEGANO I PERCHE’ DELL’ANNULLAMENTO CON RINVIO: SARO CATTAFI, ECCO LE MOTIVAZIONI DELLA CASSAZIONE

CATTAFI Rosario Pio

Il tribunale del Riesame che il 10 agosto scorso confermò la misura custodiale a carico dell’avvocato Rosario Cattafi, arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Gotha 3″ perché ritenuto il capo assoluto della mafi a barcellonese, è incorso in un”vizio di motivazione” su alcuni punti specifici che la difesa aveva prospettato nel suo ricorso: le sentenze del processo sull’autoparco di Milano, l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese dai pentiti in relazione alla proroga
delle indagini preliminari, il mancato incontro Bisognano-Cattafi, le dichiarazioni del collaborante etneo Di Fazio. Per tutto ii resto invece, a cominciare dalle contestazioni difensive sulle esigenze cautelari e sulla violazione di legge, si è di fronte ad una adeguata trattazione e motivato, quindi il ricorso va respinto in questa parte. Ecco il “cuore” della sentenza con cui la prima sezione penale della Cassazione nel dicembre scorso ha accolto il ricorso di uno dei suoi difensori, l’avvocato Giovambattista Freni, che 1o assiste insieme al collega Giuseppe Carrabba, ed ha annullato con rinvio il precedente pronunciamento del Riesame peloritano, che aveva confermato integralmente l’ordinanza di custodia cautelare “Gotha3″ a carico del legale barcellonese, siglata dal gip Massimiliano Micali su richiesta del pool della Distrettuale antimafia. In ben quanordici pagine molto attese e dense di concetti giuridici che la “Gazzetta” ha letto, vengono esaminati i punti su cui il Riesame dovrà nuovamente pronunciarsi (ma la data del nuovo esame non pare sia stata ancora fissata). Scrive infatti il relatore del provvedimento, il giudice Massimo Vecchio, che “… il Tribunale, infatti, ha omesso di dar conto dei motivi della decisione sui punti investiti dalle deduzioni del ricorrente”. Ed ecco i punti in cui, secondo la Cassazione, il Riesame non ha adeguatamente motivato. Il primo è legato ” . . . alle preclusioni costituite dalla sentenze del giudice istruttore di Milano 30 luglio 1986 e, soprattutto, dalla Corte di appello di quella stessa sede 20 maggio 2009 (si tratta del famoso processo sull’autoparco di Milano in cui fu coinvolto, e poi assolto, Cattafi,n. d.r.), essendosi il Collegio limitato a negare affatto genericamente – e pertanto, con motivazione meramente apparente -, la sovrapponibilità (anche parziale) delle contestazioni, trascurando di analizzare i capi di imputazione delle sentenze de quibus in raffronto all’addebito associativo enunciato nella ordinanza coercitiva e di illustrare la ritenuta diversità del fatto accertato, sul piano della gravità indiziaria, nella sede delpresente incidente cautelare”. Secondo la Cassazione sussiste il vizio di motivazione anche in relazione ad altri punti trattati dal Riesame: alla verifica sulla utilizzabilità delle dichiarazioni rese dai pentiti nel corrente anno (si tratta del 2012, n.d.r.) in relazione alla proroga del termine per le indagini preliminari; alla mancata presa di contatto tra il ricorrente e Bisognano, latore del messaggio di Ercolano; al richiamo operato “seppur fuggevolmente e in forma di litote” (è una figura retorica d’origine greca, che consiste nella formulazione attenuata di giudizio o di un’idea attraverso la negazione del suo contrario, n.d.r.), sulle dichiarazioni del collaborante etneo Umberto Di Fazio, mentre invece secondo il gip Micali le sue dichiarazioni hanno avuto notevole rilievo e sono state definite di “portata dirimente”. nell’ordinanza di custodia cautelare; ed ancora i giudici del Riesame peloritano avrebbero omesso
in relazione alle propalazioni de relato riferite da Bisognano e da Castro”. Finiscono qui le “censure” mosse dalla Cassazione ai giudici del Riesame, che hanno generato l’annullamento con rinvio per nuovo esame anche su richiesta del procuratore generale Alfredo Montagna che ha esplicitato durante la trattazione del ricorso nel dicembre scorso. Per tutto il resto delle “contestazioni” difensive sulla posizione dell’avvocato barcellonese dopo il pronunciamento del Riesame, si è registrato quindi un “no”. I giudici della Cassazione definiscono per esempio “manifestamente infondate” le “residue censure del ricorrente anche in punto di esigenze cautelari”, e spiegano che il che “non ricorre” il vizio della violazione di legge, nè sotto il profilo della inosservanza nè sotto il profilo della erronea applicazione; ed ancora che non sono accoglibili le contestazioni di omessa verifica della prescrizione del reato e di qualificazione della condotta, questo perché a carico di Cattafi “… la permanenza della condotta associativa risulta, infatti, contestata fino all’attualità. E la enunciazione del fatto corrisponde alla fattispecie del delitto addebitato”. Uno dei passaggi chiave che il riesame nella nuova trattazione dovrà affrontare per motivarlo meglio è forse legato al colloquio che il boss dei Mazzarroti, oggi pentito, Carmelo Bisognano, ha riferito di aver avuto in carcere con il mafioso catanese Aldo Ercolano, con quest’ultimo che gli avrebbe consegnato un “messaggio” (la cosiddetta “imbasciata”) da riferire poi, una volta uscito di cella, all’avvocato Cattafi. Questo incontro Bisognano-Cattafi, che in un certo senso serve ad attualizzare la sua “appartenenza mafiosa” per l’accusa, non si tenne, ma la questione era stata superata dai giudici del Riesame in una maniera ben precisa (“… Bisognano … una volta scarcerato, essendo “oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine”, comprensibilmente adottò le cautele del caso perprendere contatto con Cattafi, evitando di recarsi “direttamente””). Dal luglio scorso la posizione processuale dell’avvocato Cattafi si è parecchio evoluta, fino ad arrivare alla veste di “testimone assistito” alle udienze scorsa del processo Mori-Obinu che si celebra a Palermo, dove per oltre quattro ore nel corso della sua deposizione, nei mesi scorsi, il legale ha ribadito alcuni concetti-chiave già espressi sulla trattativa Stato-mafia. Cattafi infatti all’indomani dell’arresto aveva fatto alcune clamorose dichiarazioni sulla trattativa Stato-mafia, in prima battuta ai sostituti della DDA peloritana Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, e poi all’ormai ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e ai sostituti della DDA palermitana. Lunghi colloqui, e verbali, nel corso dei quali aveva raccontato una serie di fatti clamorosi, per esempio del suo incontro nel giugno del 1993 con l’allora vice capo del Dap Francesco Di Maggio a Messina, in un bar, inseme ad alcuni carabinieri del Ros, e del tentativo di Di Maggio di “mandare un messaggio” per suo tramite al boss etneo Nitto Santapaola, con l’intento di chiudere la stagione nerissima, insanguinata, e devastante delle stragi mafiose. NUCCIO ANSELMO – GDS del 5 febbraio 2013

Montalbano Elicona (ME): Giovane 23enne ucciso con una fucilata al volto. Il pastore Nicola Di Stefano vittima di un agguato in aperta campagna

Terzo omicidio nell’hinterland di Barcellona Pozzo di Gotto. Ieri sera, a essere ucciso nelle campagne di Montalbano Elicona è stato un giovane pastore di 23 anni, Nicola Distefano, “figlioccio” del boss Tindaro Calabrese, capo dell’ala scissionista del clan dei “Mazzarroti”. Il giovane pastore che in aprile avrebbe compiuto 24 anni, con la passione per i cavalli, è stato assassinato con un colpo di fucile sparato da distanza ravvicinata. Distefano è stato colpito mentre ancora si trovava nell’oscurità, in aperta campagna, su un fondo agricolo di contrada Pavarina, ubicato lungo la strada provinciale che dal centro abitato di Montalbano Elicona conduce fino alla frazione di Braidi. L’omicidio è avvenuto a poca distanza, circa 50 metri, dall’ovile nel quale erano custoditi gli armenti. Un delitto senza testimoni, se si considera che il cadavere è stato scoperto solo dopo le 21 di ieri sera, quando i familiari preoccupati per il mancato rientro a casa di Nicola, si sono messi alla ricerca del congiunto. Il giovane infatti non rispondeva al telefonino. Il padre, con alcuni amici, si era messo alla ricerca del figlio. Parcheggiato lungo la Provinciale per Braidi, in prossimità della strada interpoderale che conduce all’ovile, è stato ritrovato il fuoristrada utilizzato dalla vittima. Da qual momento, nel buio più fitto in cui è immersa l’intera zona rurale, sono scattate le ricerche che più tardi – a circa 50 metri dall’ovile – hanno permesso di ritrovare il cadavere del pastore riverso a terra col volto sfigurato da una fucilata che con molta probabilità potrebbe essere stata esplosa da uno o più sicari da distanza ravvicinata. Inutili si sono rivelati gli estremi tentativi di soccorso, con l’arrivo sul posto di un’ambulanza del servizio 118. Al medico dell’équipe di soccorritori non è rimasto altro che constatare la morte del ragazzo.

LA STORIA: La mitraglietta di Jimmy Fontana: da Acca Larentia alle Brigate Rosse

Il mondo/non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno/ e il giorno verrà…”. Era il 1965 quando Jimmy Fontana, con “Il mondo”, ebbe a Un disco per l’estate un successo improvviso e travolgente. Poi vennero “Pensiamoci ogni sera”, “La mia serenata”, “La nostra favola”… Nel 1971, la sua canzone rimasta più nota, “Che sarà”, è presentata al festival di Sanremo da José Feliciano e dai Ricchi e poveri, imposti dai discografici al posto dell’autore.

Segue periodo di depressione per Jimmy Fontana, che per qualche anno ridiventa Enrico Sbriccoli e si ritira a Macerata, dove apre un bar. Mette da parte per un po’ la musica, ma non l’altra sua passione: le armi. Colleziona pistole. Ha un regolare porto d’armi. E proprio nel febbraio 1971 compra, in un’armeria di Sanremo, un oggetto che è tutt’altro che un giocattolo: una mitraglietta Cz 61 Skorpion calibro 7.65. Acquisto regolare. “So far tutto o forse niente/da domani si vedrà/e sarà, sarà quel che sarà”. Dieci anni dopo, il 15 giugno 1988, quella stessa mitraglietta viene scoperta in un covo delle Brigate rosse, in via Dogali a Milano. I periti dei carabinieri ricostruiscono la sua storia. È l’arma che uccide, nel 1978, due giovani missini in quella che passa alla storia come la “strage di via Acca Larentia”. Nel 1985 fulmina l’economista Ezio Tarantelli. L’anno successivo ammazza l’ex sindaco di Firenze Lando Conti. Nel 1988 abbatte il senatore democristiano Roberto Ruffilli. Intanto Jimmy Fontana è tornato alla musica, ha creato i SuperQuattro (con Riccardo Del Turco, Gianni Meccia e Nico Fidenco) ed è salito sull’onda del revival degli anni Sessanta. Tutto è bene quel che finisce bene? No, perché c’è qualcuno che non ci sta. Il tarlo della memoria gli impedisce di acquietarsi. È Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco repubblicano di Firenze ucciso dalle Br. Ha scritto una lettera ai presidenti del Senato e della Camera, al ministro della Giustizia e al procuratore della Repubblica di Roma, per chiedere di conoscere i “pezzi mancanti” di questa strana storia.

Com’è passata ai soldati del partito armato, la Skorpion di Jimmy Fontana? Chi sono i responsabili dell’omicidio di suo padre? Domande già rivolte al governo, nel maggio 2012, anche da un deputato del Pdl, Francesco Biava. La risposta scritta, firmata dal sottosegretario all’Interno, Carlo De Stefano, mette in fila qualche fatto, ma non soddisfa Conti. Jimmy Fontana, ovvero Enrico Sbriccoli, sentito dalla Digos di Roma nel 1979, ha raccontato di aver venduto la sua Skorpion nel 1977 a un funzionario di polizia, Antonio Cetroli, che allora dirigeva il commissariato del Tuscolano. Cessione avvenuta presso l’armeria Bonvicini di Roma: “Ho venduto a Cetroli la mitraglietta più una pistola Star 7.63, ricevendo un assegno di 200 mila lire”, dice Jimmy Fontana. La signora Bonvicini conferma di conoscere sia Cetroli, sia Sbriccioli, entrambi suoi buoni clienti, ma non conferma i particolari riferiti dal cantante. Cetroli nega: mai comprata la Skorpion. Qualche mese dopo, una Skorpion viene trovata nell’appartamento del br Valerio Morucci, a Roma. Viene ritenuta (sbagliando) quella che ha sparato in via Acca Larentia: in realtà, si scoprirà in seguito, è quella che ha ucciso Aldo Moro.

Vengono comunque riascoltati Sbriccoli, la Bonvicini e Cetroli. Jimmy Fontana cambia parzialmente versione: ripete di aver venduto la sua Skorpion al poliziotto, ma ricevendo in cambio non un assegno, ma 200 mila lire in contanti. La moglie dell’armiere ribadisce di aver messo in contatto i due, ma di non aver saputo se la vendita fosse poi avvenuta. Il commissario Cetroli, interrogato nel 1988 dal procuratore aggiunto di Firenze, precisa la sua versione: “Non ho comprato la Skorpion, l’ho rifiutata dopo aver appreso che era classificata come arma da guerra”. “Ma come mai”, protesta oggi Lorenzo Conti, “non sono mai stati indagati né Sbriccoli, né Cetroli? È mai possibile? Certamente Sbriccioli ha commesso un illecito, perché ha venduto un’arma da guerra senza far registrare il nome del compratore. E come arriva, quella mitraglietta, a uccidere mio padre, dopo una violenta campagna denigratoria di Dp a Firenze, che lo dipingeva come un mercante d’armi? Perché l’indagine sull’uccisione di Lando Conti, vittima delle Brigate rosse-Partito comunista combattente, fu archiviata nel 2009? Non m’importa della galera per nessuno, ma voglio sapere la verità. Sto aspettando, senza troppe speranze, le risposte dei presidenti del Senato e della Camera e del ministro della Giustizia. Se non arriveranno, non mi resterà altro che procedere legalmente contro lo Stato italiano, sia in sede nazionale che internazionale, per aver contribuito a occultare la verità. Davvero non mi volete rispondere?”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2012 – di