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Il lodo Nordio: in piazza anche i “nemici” avvocati. I legali fuori dal coro delle Camere penali
La questione in genere è ridotta a una specie di derby calcistico: i magistrati ostili alla separazione delle carriere, gli avvocati – in particolare i penalisti – che la vogliono ardentemente. La semplificazione riflette in buona parte la realtà, ma non del tutto. Se infatti gli organismi di rappresentanza dell’avvocatura (in primis l’Unione delle Camere penali) sono schierati a testuggine a favore della riforma, esiste una fronda di legali diffidenti verso il progetto del governo, consapevoli che una magistratura meno indipendente potrebbe non convenire nemmeno a loro e ai loro clienti. Tra i difensori “eretici” anche vari principi del foro, professionisti dai clienti prestigiosi e dalle parcelle milionarie, alcuni dei quali hanno scelto di manifestare insieme ai magistrati nella giornata di sciopero indetta in tutta Italia contro il ddl costituzionale.
All’assemblea pubblica a Roma, ad esempio, tra le poltrone del cinema Adriano è comparso Franco Coppi, il penalista più famoso d’Italia: 86 anni, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, vanta tra i suoi assistiti Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti, Gianni De Gennaro, Francesco Totti, Sabrina Misseri e tanti altri. Coppi non ha mai nascosto di ritenere la separazione delle carriere inutile e dannosa, “un’enorme spendita di quattrini e di mezzi” (la citazione è di una sua intervista al Fatto) senza alcun beneficio pratico. All’assemblea ha scelto di non intervenire: “Sono venuto per ascoltare”, ha detto. Ma a omaggiarlo dal palco è stato un suo vecchio allievo, il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, che ha ripetuto una sua riflessione pubblica: “Io non ho mai perso un processo perché il giudice apparteneva alla stessa categoria del pm, semmai l’ho perso perché ho sbagliato qualcosa io o perché ha sbagliato il giudice. Invece attendo ancora di conoscere un elenco dei vantaggi che dovrebbero derivare dalla separazione delle carriere, l’ho chiesto da tempo, non ho ancora ricevuto risposta”.
Sul palco invece c’era un altro pezzo da novanta della classe forense, Giuseppe Iannaccone. Fondatore di uno degli studi più importanti di Milano, in carriera ha difeso il gotha della finanza italiana e in questo periodo è alle prese con i guai giudiziari di Chiara Ferragni. A fine gennaio ha scritto una lettera ai colleghi invitandoli a non sottovalutare i pericoli della riforma: “Non scordiamoci di essere prima cittadini italiani e poi avvocati. L’indipendenza della magistratura è una tutela per ognuno di noi”. All’evento di Roma, ospite del dibattito organizzato dall’Anm, è stato nettissimo: “Sembra che la separazione delle carriere abbia obliterato ogni altro problema. Non c’è più il sovraccarico degli uffici, la carenza di personale, i tempi lunghi della giustizia. Vogliono limitare il potere dei pm perché hanno un’insofferenza nei confronti della funzione giurisdizionale”, ha attaccato.
Dall’alto della sua esperienza, poi, Iannaccone assicura che in Italia non c’è alcun “servilismo della funzione giudiziaria rispetto a quella requirente”: “Prendiamo il caso Mps, il più grave scandalo bancario della storia repubblicana. La Procura di Milano ha investito la sua immagine in quel processo: è stata bocciata prima dall’ufficio gip e poi a dibattimento. O ancora il caso Eni-Nigeria, a cui pure la Procura teneva moltissimo: ogni rivolo di quel processo è finito in assoluzione, e addirittura qualche pm procedente è stato oggetto d’indagine. Vuol dire che la magistratura ha gli anticorpi non solo per garantire l’indipendenza dei giudici dai pm, ma anche per punire chi abbia violato le regole”.
Tra i critici anche uno dei più celebri civilisti italiani, Guido Alpa, accademico dei Lincei e professore emerito alla Sapienza. “Tecnicamente la separazione non è necessaria, perché il passaggio di funzioni ormai non esiste quasi più. Si tratta di una scelta politica a cui io sono contrario, perché la Costituzione prevede una magistratura indipendente e con questa riforma si rischia una perdita di autonomia”, spiega al telefono. All’assemblea di Genova si è espresso nello stesso senso un altro big, l’ex presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin: “Il controllo sull’operato dei giudici spetta agli avvocati nel processo, non a un potere esterno. Se il giudice non è indipendente il mestiere dell’avvocato è inutile”, il senso del suo ragionamento.