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La Copertina
05 ago 2015
MAFIA - BARCELLONA, LE CLAMOROSE RIVELAZIONE DEL NUOVO COLLABORATORE DI GIUSTIZIA FRANCO MUNAFO': Scoperto l’arsenale della mafia barcellonese. Nascoste in contrada Panteini le armi erano usate dall’agguerritissima “ala militare” della criminalità locale
arsenale mafia

Scoperto ai margini del torrente Idria, in contrada Panteini, l’arsenale militare della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”. A contribuire al rinvenimento di armi e munizioni, seppellite in profondità in un terreno protetto da vegetazione e casupole, è stato il nuovo collaboratore di Giustizia Franco Muna...

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LE MOTIVAZIONI - FRANCANTONIO GENOVESE, LA CASSAZIONE: "MERITATO IL CARCERE". Secondo le sentenze depositate oggi dai supremi giudici, la rete di contatti del politico messinese "denota un concreto e ancora attuale pericolo di reiterazione". Ma lo scorso 31 luglio, il Tribunale feriale di Messina gli ha concesso i domiciliari




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BARCELLONA, MAFIA: C’E’ UN NUOVO PENTITO. E’ FRANCO MUNAFO’ INTESO 'MERENDA', ESPONENTE DEL GRUPPO D’AMICO. ORMAI E’ EFFETTO DOMINO


Il pentimento del boss Carmelo D’Amico, capo dell’ala militare della famiglia mafiosa dei ‘barcellonesi’, sta scatenando un effetto domino sugli affiliati alla criminalità organizzata. Alla lista dei collaboratori di giustizia, infatti, si è aggiunto adesso anche uno degli affiliati che ha fatto parte delle nuove leve della mafia, il pozzogottese Franco Munafò, 30 anni, inteso ‘Merenda’, arrestato all’alba del...
LE DICHIARAZIONI SU ALCUNI QUOTIDIANI NAZIONALI: Genovese, Renzi è solo una macchina elettorale


"Il voto su Azzollini? Il Pd ha assunto la decisione più saggia. Chi è chiamato a giudicare un altro essere umano lo deve fare senza condizionamenti. L' autorizzazione a procedere al mio arresto è stata invece il frutto di una straordinaria e cinica operazione elettorale". Lo afferma Francantonio Genovese, unico deputato del Pd arrestato in questa legislatura, stando almeno a quanto riferito dal suo avvocato ad alcuni media nazionali. L'autorizzazione a...

 

SU REPUBBLICA - LA PRIMA INTERVISTA DELL’ON. FRANCANTONIO GENOVESE DOPO UN ANNO E MEZZO DI ARRESTI. “ANDAI IN GALERA PER CALCOLO ELETTORALE”. “NEI MIEI CONFRONTI FUMUS PERSECUTIONIS”. “CROCETTA PRESIDENTE USURPATORE”.

“Il voto su Azzolini? Il Pd ha assunto la decisione più saggia. Ma nel mio caso fu compiuta una cinica operazione elettorale”. Francantonio Genovese, unico deputato Pd arrestato in questa legislatura, parla per la prima volta dal 15 gennaio del 2014, dal giorno in cui la Camera lo spedì nel carcere messinese di Gazzi. Genovese da venerdì è agli arresti domiciliari e, tramite il suo avvocato, risponde ad alcune domande di Repubblica. ...
INCHIESTA FORMAZIONE: Deputato Pd FRANCANTONIO GENOVESE lascia carcere, va a domiciliari. ECCO I PARTICOLARI DELLA DECISIONE ADOTTATA DALLA SEZIONE FERIALE DEL TRIBUNALE



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IL DOCUMENTO - MAFIA, IL PROCESSO D'APPELLO 'GOTHA 3': L''ATTO D'ACCUSA' DEL COLLABORATORE CARMELO D'AMICO CONTRO ROSARIO PIO CATTAFI





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MESSINA: Migranti e cadaveri al Molo Marconi

Sono sbarcati a Messina stamani, intorno alle 08.00, 456 dei quasi 2000 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia nei giorni scorsi. Sono arrivati al molo Marconi a bordo della nave militare “Le Niham”, battente bandiera irlandese. Già da ore la struttura organizzativa della Questura si era messa in moto per garantire accoglienza ai migranti ma anche ordine e sicurezza pubblici. Una struttura organizzativa ormai rodata che però stamani ha dovuto fare i conti con la tragedia della morte: con i 456 migranti sono arrivate a Messina anche le salme di 14 persone rinvenute già cadavere a bordo di una delle tante imbarcazioni di fortuna rintracciate e soccorse nei giorni scorsi.

I corpi stavano ammonticchiati uno sull’altro nella stiva della chiatta soccorsa. Altri sul pontile in mezzo ai vivi. Trasfigurati dal tempo e dal mare, i 14 morti sono stati trasportati presso strutture ospedaliere messinesi per i successivi esami autoptici, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Personale della Polizia di Stato, specializzato nel rilevamento delle impronte e di altri segni distintivi per il riconoscimento dei corpi, è intervenuto in ausilio al locale Gabinetto di Polizia Scientifica nel frattempo impegnato nel foto-segnalamento di 319 uomini, 68 donne e 69 minori.

Sono ancora in corso ulteriori servizi connessi allo sbarco ed al successivo trasferimento presso i centri d’accoglienza cittadini. Centri che nel frattempo erano stati resi liberi per una quanto più immediata accoglienza dei 453 appena arrivati con il trasferimento dei 435 fino ad oggi soggiornanti, a bordo di pullman diretti in Lombardia, Toscana, Abruzzo, Marche, Umbria, Piemonte, Liguria e Valle Aosta con contestuali servizi di ordine pubblico. Sono stati tutti scortati fino agli imbarcaderi e monitorati a distanza dai Compartimenti di Polizia Stradale.

Il lavoro in prima linea dell’ufficio immigrazione sta proseguendo senza sosta da stamani. I poliziotti stanno infatti confrontando i dati anagrafici raccolti con quanto emerso da foto ed impronte digitali rilevate dal Gabinetto di Polizia Scientifica. Sono stati così già individuati circa 120 cittadini stranieri per i quali sono state avviate le procedure di respingimento. Molti erano stati già espulsi in passato dal territorio nazionale. Alcuni hanno fornito false generalità per nascondersi tra coloro per i quali è previsto lo status di rifugiato.

In nottata proseguiranno le indagini degli investigatori della Squadra Mobile, già al lavoro da stamani per capire cosa realmente sia accaduto e chi siano stavolta gli scafisti responsabili del trasferimento dei migranti dalla Libia. Ancora una volta saranno le voci dei protagonisti di questa nuova tragedia l’elemento chiave.

Messina: domani sbarco di 453 migranti. A bordo 14 cadaveri

Ancora una volta il porto di Messina, domani 29 luglio a partire dalle ore 7,00, sarà luogo di sbarco per i 453 migranti a bordo del Pattugliatore irlandese LT, L.E. NIAMH. Purtroppo sulla stessa nave si trovano anche 14 salme recuperate sul barcone dei migranti soccorso al largo della Libia. Forze dell’ordine, ASP e associazioni umanitarie, coordinate dalla Prefettura, sono pronte a riattivare l’ormai rodata procedura di accoglienza, in collaborazione con l’Autorità Portuale per ciò che sarà logisticamente necessario in porto.

MESSINA: Strage in barcone, chiesto giudizio immediato

La Procura di Messina ha chiesto il giudizio immediato per tre tunisini e due palestinesi ai quali viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata all’ingresso clandestino di extracomunitari. Sono indagati nell’inchiesta relativa all’uccisione di diversi migranti a bordo di un peschereccio i cui superstiti sbarcarono a Messina il 20 luglio del 2014. I sopravvissuti, raccontarono che a bordo del barcone si era consumata una carneficina; i cinque presunti scafisti furono fermati per omicidio. Adesso i magistrati contestano loro anche il reato di associazione a delinquere. I testimoni dissero ai magistrati che circa 60 migranti morirono durante la traversata. Alcuni che avevano pagato un prezzo minore, furono rinchiusi nella stiva dell’imbarcazione senza poter uscire e morirono soffocati. Altri furono accoltellati e gettati in acqua. Tra le vittime anche un bambino di quattro anni morto cadendo in mare mentre alcuni profughi si lanciarono dal barcone per essere soccorsi da una petroliera. (ANSA)

MESSINA, L’ASSENZA DELL’ON. FRANCANTONIO GENOVESE AL FUNERALE DEL PADRE. LA NOTA DELLA PROCURA. “FANTASIOSA E PRIVA DI OGNI FONDAMENTO L’IPOTESI DELLE MANETTE“

“Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la Procura della Repubblica di Messina in una nota congiunta con riferimento alle notizie di stampa circa la mancata partecipazione di Genovese Francantonio, in atto sottoposto a custodia cautelare, ai funerali del padre smentiscono che sia stata mai rivolta istanza di partecipazione al rito religioso. Ferma restando la competenza del Tribunale a decidere sulla eventuale partecipazione, rilevano come in virtù del preciso divieto di legge risulti fantasiosa e priva di ogni fondamento l’ipotesi di una possibile partecipazione al rito con mezzi di coercizione fisica, mezzi che peraltro non sono mai stati utilizzati nei confronti della persona in oggetto in occasione dei due precedenti arresti”.

MAFIA: C’E’ UN NUOVO PENTITO A BARCELLONA. E’ IL BOSS FRANCESCO D’AMICO. FRATELLO DI CARMELO, ANCHE LUI COLLABORATORE. DA LUI GLI INQUIRENTI SI ATTENDONO IMPORTANTI RIVELAZIONI

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ALTRO DURO COLPO PER LA FAMIGLIA MAFIOSA DEI ‘BARCELLONESI’. FRANCESCO D’AMICO, 37 ANNI, UFFICIALMENTE AUTOTRASPORTATORE, FRATELLO DEL PIU’ NOTO BOSS CARMELO D’AMICO, SEGUENDO L’ESEMPIO DEL FRATELO MAGGIORE CHE SI E’ PENTITO NELLA PRIMAVERA DELLO SCORSO ANNO, HA DECISO DI TRANSITARE NELLA FOLTA SCHIERA DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA, TANTO DA AVER GIA’ CONTRIBUITO A SVELARE AI MAGISTRATI DELLA DDA DI MESSINA VITO DI GIORGIO E ANGELO CAVALLO, I RETROSCENA DI FATTI E SEGRETI DI UNA DELLE PIU’ TEMIBILI E IMPENETRABILI ORGANIZZAZIONI MAFIOSE SICILIANE CHE INFESTA BARCELLONA E IL TERRITORIO CIRCOSTANTE. A CONDURRE AL PENTIMENTO FRANCESCO D’AMICO, OLTRE ALLA CONDANNA – 10 ANNI IN PRIMO GRADO E 8 IN APPELLO – INFLITTA NEL PROCESSO CON IL RITO ABBRVIATO PER L’OPERAZIONE ‘GOTHA-POZZO II’, SCATTATA ALL’ALBA DEL 24 GIUGNO DEL 2011, AVREBBE INFLUITO ANCHE LA DECISIONE DI COLLABORARE DEL FRATELLO MAGGIORE CARMELO D’AMICO DI CUI LO STESSO FRANCESCO SAREBBE STATO DAPPRIMA IL VICE E DAL GENNAIO DEL 2009, IL SUCCESSORE COME CAPO DEL CLAN PIU’ TEMIBILE CHE AVEVA COME RIFERIMENTO IL QUARTIERE DI POZZO DI GOTTO. AD ACCUSARE A LORO VOLTA FRANCESCO D’AMICO ERANO STATI QUATTRO COLLABORATORI DI GIUSTIZIA. IL PRIMO, IN MANIERA BLANDA, FU CARMELO BISOGNANO, POI SANTO GULLO E SALVATORE ARTINO. ALTRE CONFERME SUL RUOLO DI FRANESCO D’AMICO SONO VENUTE DALLE DICHIARAZIONI DI SALVATORE CAMPISI. DALLE DICHIARAZIONI DI D’AMICO GLI INQUIRENTI SI ASPETTANO SOPRATTUTTO RISCONTRI ALLE RIVELAZIONI FATTE GIA’ DA ALTRI PENTITI, OLTRE A FATTI NUOVI, SOPRATTUTTO IN RELAZIONE AD AGGUATI MAFIOSI E ALL’ATTIVITA’ DEL RACKET DELLE ESTORSIONI. LEONARDO ORLANDO – GAZZETTA DEL SUD

IL PROCESSO – Trattativa, confronto Canali-Scibilia: negare, confondere e ancora negare

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di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – E’ in un’aula bunker rovente che il 23 luglio l’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, ed il maresciallo Giuseppe Scibilia, nel 1993 a Messina sostituto del Comandante della Sezione anticrimine di Messina si sono ritrovati uno di fronte all’altro nell’ambito del processo trattativa Stato-mafia. Un confronto, richiesto espressamente dalla Procura ed accolto dalla Corte presieduta da Alfredo Montalto, durato più di un’ora, che non è servito a dipanare i dubbi sulla vicenda, della mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola nell’aprile 1993. Troppe le difformità tra le dichiarazioni dei due testi, già ascoltati in dibattimento lo scorso giugno ed alla fine, più che un chiarimento, da parte di entrambi vi è stato il ribadire con forza quella che sono le proprie convinzioni. A cominciare dal fatto se fosse stata diffusa o meno la notizia della presenza di Santapaola nel barcellonese, con tanto di intercettazione telefonica.

L’incontro di Lipari.

Il giudice milanese, anche oggi nega di aver mai saputo di quelle intercettazioni che certificavano la presenza di Santapaola in quelle zone: “Quando Scibilia venne a Lipari ricordo che era molto perplesso su un’attività di polizia che c’era stata poco tempo prima nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto. Forse l’idea che aveva era che io avessi coordinato quell’attività ma non erano così. Ricordo che vi fu un accenno ad un’attività di ricerca a Santapaola, un accenno a quella perquisizione ma né in quella occasione né dopo mi fu detto delle intercettazioni di Santapaola. Se non fosse così non avrei avuto la necessità di chiedere al Ros conto di quell’operazione su Terme Vigliatore perché avrei immediatamente saputo che stavano cercando Santapaola. Altro che Pietro Aglieri”. Scibilia da parte sua ribadisce il motivo per cui si era recato dal magistrato: “L’area è stata intasata da quella operazione di polizia. L’unico posto dove non era stata fatta alcuna perquisizione era quello dove in effetti Santapaola era andato. Quello era un momento in cui c’era solo da attendere per prendere Santapaola”. L’ex carabiniere, oggi in pensione, prima parla di perquisizioni che ancora non erano state fatte, quindi riferisce di operazioni di polizia effettuate sia prima che dopo il colloquio con Canali. A questa versione si aggiunge però l’informativa redatta nel luglio 1993 dall’ex colonnello Silvio Valente, nei primi anni Novanta comandante della sezione anticrimine di Messina, poi consegnata al sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto Olindo Canali, su quanto avvenuto in aprile a Terme Vigliatore. Dal documento si evince che quell’attività fu svolta il 14 aprile 1993. “Io non ho fatto l’informativa – dichiara Scibilia – Io mi recai da Canali per invocarne l’intervento perché essendo il titolare dell’inchiesta avrebbe potuto chiamare la polizia. Io non so perché la polizia stesse lavorando là. Qualcuno ha dato le indicazioni di quei posti che soltanto noi e la procura sapevamo. E come mai non è stato dato l’indirizzo dell’obiettivo? Perché al momento in cui abbiamo chiesto di mettere sotto controllo quella utenza telefonica e quel caseggiato non l’hanno fatto? Canali (che in aula, ascoltando la versione, scuote la testa in maniera negativa, ndr), mi disse vedrò quello che posso fare”. “Ma cosa potevo fare – afferma il magistrato rivolgendosi alla Corte – Io lavoravo più con il Ros che con la polizia. Se è venuto a cose fatte cosa avrei potuto fare io?”. Durante il confronto non si è chiarito se alla fine Scibilia abbia riferito o meno a Canali dell’intercettazione in cui venne registrata la voce di Santapaola. Tuttavia, su approfondimento richiesto dal pm Nino Di Matteo (in aula in un primo momento assieme a Francesco Del Bene, poi con Vittorio Teresi) che quell’iniziativa di colloqui con Canali non fu personale: “Il Ros – ricorda l’ex maresciallo – mandò giù il maggiore Parente proprio in rappresentanza. L’episodio trova la sua ragione nel fatto che noi vedendo la polizia sul luogo mandavo a quel paese anche la residua speranza che avevamo di prendere Santapaola”. Canali però ha continuato a negare che con lui si fosse mai parlato di quella registrazione con la voce di Santapaola o che ci fossero attività nella maniera più assoluta.

Richiesta di colloqui con Mori.

Altro punto caldo della vicenda, forse quello dove i punti di contrasto sono veramente insanabili, riguarda la richiesta di colloquio che Olindo Canali, tramite Scibilia, avrebbe fatto al generale Mario Mori. Il giudice di Milano prova a portare un ulteriore elemento alla sua dichiarazione ricordando una deposizione, o come teste o come imputato, dello stesso Mori. “Andate a cercarla. Lui disse che non voleva incontrarmi perché diceva che io andavo a parlare troppo sui giornali”. Ancora una volta Canali ribadisce che “venne Scibilia per dirmi che Mori non aveva tempo ma che sarebbe venuto… me lo ha ripetuto 3 o 4 volte, finché Scibilia mi disse: ‘Mori non ha intenzione di venire a parlare con lei perché non parla con un magistrato’”. A quel punto però il maresciallo è intervenuto con forza. “Ma stiamo scherzando? Io avrei detto quello che mi avrebbe detto Mori nei suoi confronti? Lei, che in animo aveva di chiedere rinvio a giudizio contro Ultimo per la sparatoria ad Imbesi, questa cosa a me non l’ha mai detta! Io sono un uomo che ama la conciliazione, io avrei fatto in modo di farvi avere un incontro!”. E mentre Canali, con un sorriso, dice di ricordare l’imbarazzo di Scibilia mentre riferiva certe cose, resta il dato di fatto che comunque l’incontro con Mori, alla fine, non si è mai verificato.

Omicidio Alfano.

Il terzo punto per cui era stato richiesto il confronto riguardava l’iniziativa di utilizzare il procedimento sull’omicidio Beppe Alfano per proseguire l’indagine sulla mafia barcellonese che fino a quel momento non stava portando frutti. Ancora una volta però sono i contrasti tra le due versioni ad emergere. Scibilia nega con forza di essersi mai occupato delle indagini di Alfano ribadendo il fatto che l’intento delle indagini era sempre quello di indagare sulla mafia barcellonese. “Ad un certo punto però – ricorda l’ex maresciallo – arrivò un punto in cui non si potevano più prorogare le intercettazioni e fu così che le indagini su Alfano confluirono in questo. Tanto che io redassi una nuova relazione e vennero eseguiti i nuovi decreti”. Dall’altra parte però Canali afferma di non poter essere stato lui ad effettuare richieste al suo Gip “in materia di 416 bis. Non è sicuro un mio interesse trovare prove sul sodalizio mafioso, per quanto io fui subito convinto che l’omicidio Alfano era un omicidio con matrice di mafia. Come me ne erano convinti anche altri investigatori.”.

Il “frame” con il volto di Santapola.

Ultima questione affrontata in questo botta e risposta tra i due testimoni la fotografia di Santapaola che il giudice Canali dice di aver visto in caserma. Un dato che Scibilia nega: “Questa è una cosa totalmente nuova per me. Non è mai andato là. Ho la certezza matematica”. Alla domanda del presidente se avesse guardato lui stesso tutti i video e le fotografie raddrizza il tiro: “I miei uomini stavano la ventiquattro ore al giorno ed ogni volta che c’era un incontro con qualcuno veniva attivato un controllo per verificare chi fosse quella persona. Nella pescheria non è avvenuto nulla che potesse ricondurci a Santapaola”. Anche in questo caso però il contrasto tra le due versioni appare insanabile in quanto ancora una volta Canali ha confermato di aver visto “questo uomo con la barba” e che “mi dissero che si trattava di Santapaola. Ciò avvenne quando riprendemmo tutto in mano prima del processo Alfano”. “Per fare quelle foto – aggiunge l’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto – i carabinieri presero una casa di fronte alla pescheria, queste fotografie venivano anche stampate. In questa foto che mi fu mostrata c’era una persona con la barba e mi fu detto ‘questo è Santapaola’. Ma prima di allora sulle attività su Santapaola non avevo saputo nulla”. In questo scambio di flussi di coscienza, fatti di macroscopiche differenze ed espressioni teatrali di fronte alla Corte, restano aperte tante domande su una vicenda che è lungi dall’essere chiarita. Possibile che una squadra ritenuta “esperta” come quella del capitano Ultimo possa aver sbagliato (in maniera tanto grossolana l’identificazione del giovane Imbesi scambiandolo con Pietro Aglieri? E’ credibile la giustificazione ufficiale di Ultimo e De Donno che parlano di una riunione delle sezioni anticrimine che si sarebbe tenuta a Messina alla quale non avrebbe partecipato lo stesso Scibilia, all’epoca dei fatti Comandante “vicario” dell’anticrimine messinese? Possibile che non abbia saputo nulla di quella riunione, come lui stesso sostiene? Può significare che i motivi per cui Ultimo (Sergio De Caprio, ndr) e De Donno si trovavano nel barcellonese erano ben altri? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che crescono se poi si guarda a fondo alla vicenda della sparatoria di Terme Vigliatore e della perquisizione armata in casa degli Imbesi. Un piccolo tassello del puzzle che si sta cercando di ricostruire su quegli anni e che si aggiunge anche a quanto dichiarato in mattinata dall’ex Segretario generale emerito della Presidenza della Repubblica che, Gaetano Giufuni, rispondendo ad una domanda del pm Nino Di Matteo, ha confermato quanto dichiarato dall’ex presidente della Repubblica Napolitano durante l’udienza quirinalizia. Ovvero che dopo le stragi del luglio 1993 “c’era l’ipotesi di un attacco della mafia al cuore dello Stato… al rovesciamento delle istituzioni…”.

MESSINA: IL FUNERALE DEL SENATORE GENOVESE, L’ON. FRANCANTONIO GENOVESE PREFERISCE RIMANERE IN CARCERE

Al funerale del padre con le manette. Francantonio Genovese ha preferito rimanere nella sua cella del carcere di Gazzi, dove si trova rinchiuso dallo scorso 15 gennaio, piuttosto che presentarsi in chiesa con i “ferri” ai polsi. Una scelta sofferta – fanno sapere i familiari ­– ma necessaria, maturata da Genovese nella mattinata di oggi, dopo che il suo legale, Nino Favazzo, ha avanzato la richiesta al direttore del penitenziario messinese. Luigi Genovese, nativo di Ucria, era stato parlamentare per sei legislature, eletto nel collegio di Patti con la lista della Democrazia cristiana; era il cognato di Nino Gullotti, più volte ministro, avendo sposato la sorella Angelina.

Questo pomeriggio al funerale, celebrato alla chiesa di Sant’Elena, Francantonio Genovese non ha voluto presenziare al funerale del padre. Le prescrizioni – dicono dal carcere di Gazzi – previste dai regolamenti, parlavano di accompagnamento a bordo di un cellulare, manette ai polsi e scorta di due agenti penitenziari durante la funzione religiosa. Troppo per il parlamentare del Pd, finito agli arresti a maggio del 2014 per lo scandalo della Formazione. Francantonio Genovese dallo scorso gennaio, dopo che la Cassazione ha accolto la richiesta di arresto avanzata dalla Procura, si trova rinchiuso in una cella del carcere di Gazzi.

 

LA NOTA DELL’AVV. FAVAZZO.
Una scelta tanto ferma quanto dolorosa per Francantonio Genovese, che ha preferito restare in cella piuttosto che presentarsi in manette davanti al feretro dell’amato padre Luigi. Un caso che ha scatenato un vespaio di commenti e polemiche, con l’avvocato Nino Favazzo, legale del deputato del Partito Democratico, che cerca di far sentire la voce della famiglia Genovese: “La morte è un evento imprevedibile che non può essere pianificato e che non ha rispetto per le esigenze in cui si trova chi resta – ha comentato Favazzo – sono sicuro che l’ultimo saluto del Senatore Genovese è stato rivolto al figlio che adorava e che non vedeva da oltre sette mesi”.

L’avvocato si concentra poi sugli eventi giudiiziari del proprio cliente: “Sono altrettanto convinto che una carcerazione preventiva palesemente ingiusta, perchè protratta oltre ogni ragionevole limite, ha impedito a Francantonio di poter abbracciare per l’ultima volta il padre e gli impedirà di condividere il proprio dolore con i suoi cari con la riservatezza che il caso richiede. Può esistere pena più grande?”.

Infine l’avvocato Favazzo precisa di non avere inoltrato alcuna istanza. La mancata partecipazione al funerale è stata concordata tra Francantonio Genovese e il suo legale Nino Favazzo direttamente al carcere di Gazzi, dove l’avvocato s’è recato ieri mattina. Non è stata formulata alcuna istanza, ma solo una richiesta informale alla direzione del carcere. “Non ho inoltrato alcuna istanza – afferma il legale – perché, conoscendo l’ordinamento penitenziario, so bene che non poteva essere concesso al detenuto di recarsi ‘libero e senza scorta’ a porgere l’ultimo saluto al padre deceduto. Non potevo infliggere al mio assistito, che non avrebbe accettato, anche questa ulteriore umiliazione”.

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Il treno del ferro


Voci nel fango