Quotidiano on line - News - Inchieste - Rassegna Stampa - Photoreportage

Home Chi sono E-Mail Archivio news Sentenze Mondo News Cronaca da Messina e dintorni Inchieste    Reportage
Commenti e appelli Diario Mondo Africa Periferie Culture Agenda & Consigli Fotografie Video








La Copertina
21 dic 2014
MESSINA. LA SENTENZA, CONDANNA: DUE ANNI E SEI MESI ALL'ON. BEPPE PICCIOLO PER CALUNNIA. PER I GIUDICI E' IL 'CORVO'. SI DIMETTE DA CAPOGRUPPO DEI DR E DALLA COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA. ASSOLTO L'EX CONSIGLIERE COMUNALE CICCIO CURCIO
PICCIOLO

Per il Tribunale di Messina che lo ha condannato a due anni e sei mesi è il Corvo che tra il 2006 e il 2007 inviò lettere anonime sui palazzi della politica della cittadina peloritana. Oggi Giuseppe Picciolo, deputato regionale dei Drs, si è dimesso ma solo dalla carica di capogruppo del suo partito e dalla commissione Regionale Antimafia. “Non intendo sottrarmi, tenuto conto della funzione politi...

?>


MESSINA: Controllo del territorio. La Polizia di Stato arresta in flagranza scassinatore d’auto. Sorpreso ed acciuffato con i ferri del mestiere


Aveva già distrutto il vetro anteriore di una Toyota Yaris parcheggiata in via S.Chiara e rovistato l’intero abitacolo quando, intorno alla mezzanotte, è stato bloccato ed arrestato dagli agenti delle Volanti allertati dalla chiamata di un cittadino al 113. Trattasi di Barbera Francesco, 48 anni, pluripregiudicato e personaggio noto alle Forze dell’Ordine. Aveva ancora addosso nelle tasche del giubbotto gli arnesi con cui aveva scassinato il mezzo: un...
MAXI EVASIONE Dl OLTRE 2 MILIONI EURO DI ICl ED IMU NEI COMUNI Dl MESSINA, GIARDINI NAXOS E TAORMINA


La Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Messina, nell’ambito dei propri compiti istituzionali in materia di polizia economico-finanziaria, ha concentrato la propria attenzione sui fabbricati e le aree utilizzate per scopi commerciali, industriali o turistici insistenti sulle aree demaniali marittime in concessione, per verificare il corretto versamento di ICl ed IMU. Negli ultimi cinque anni i finanzieri hanno intensificato i controlli lun...
MESSINA: OPERAZIONE ANTIDROGA DELLA POLIZIA DENOMINATA 'VICOLO CIECO'. 28 LE PERSONE ARRESTATE. A CAPO DELL'ORGANIZZAZIONE ALFREDO TROVATO. TUTTI I NOMI E I PARTICOLARI DELL'INCHIESTA






...

 

Traffico d’armi, “ex Fi ROMAGNOLI tentò di vendere missili ad agenti Usa sotto copertura”

L’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli è stato arrestato martedì a Podgorica, Montenegro, con l’accusa di avere cercato di vendere armi alle colombiane Farc. Come un politico ed imprenditore del calibro di Romagnoli sia finito in una storia del genere è ancora un mistero, ma il rinvio a giudizio voluto dal procuratore di New York Preet Bharara non lascia dubbi. Romagnoli per gli Stati Uniti sarebbe “un trafficante d’armi residente in Grecia, il quale aveva la capacità di pro...
Giornata Internazionale del Migrante. Tendopoli del PalaNebiolo di Messina: Le testimonianze da un presidio raccolte da Cmdb

18.12.2014 – Giornata Internazionale del Migrante Tendopoli della palestra Pala Nebiolo – Messina Un anno dopo, nonostante le denunce, le indignazioni, le promesse e le esigenze, al Pala Nebiolo è tutto uguale. Abbiamo creduto che le condizioni dei migranti avessero subìto, malgrado l’inadatta sistemazione in tenda, dei minimi miglioramenti, vista anche l’insistenza della prefettura a stabilizzare la struttura. E invece, quello che abbiamo trovato è il reiterarsi di una miser...
MESSINA: L'operazione antimafia del 2011, condotta dalla Dda di Messina che ha decapitato i vertici della famiglia mafiosa barcellonese. "Gotha Pozzo2", 24 ergastoli e 111 condanne



Carmelo Bisognano Quattro condanne alla pena dell'ergastolo e altre 1...

Una Commissione d’indagine per Comune di Mazzarrà per accertare eventuali tentativi di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso

Con decreto del Ministro dell’Interno, sottoscritto ieri, il Prefetto di Messina è stato delegato ad esercitare i poteri di accesso all’interno del Comune di Mazzarrà Sant’Andrea per accertare eventuali tentativi di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso all’interno dell’apparato politico e amministrativo dell’Ente.

Il rappresentante del Governo ha quindi immediatamente nominato la Commissione d’indagine nelle persone del Dirigente dell’Area II della Prefettura,. Carmelo Musolino, del Dirigente del Commissariato di P.S. di Barcellona . Mario Ceraolo, del Comandante del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Messina, Ten. Col. Nicola Roberto Lerario, e del Comandante del GICO del Nucleo Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, Ten. Col. Jonathan Pace.

RASSEGNAWEB – Processo Gotha Pozzo, 4 ergastoli e pesanti condanne per il clan di Barcellona, pentiti compresi

Sono pesantissime le condanne al processo principale scaturito dall’operazione Gotha 1 – Pozzo 2, il blitz del 24 giugno 2011 che ha dato via alle operazioni antimafia più recenti a Barcellona, assicurando al carcere duro i boss del Longano. La Corte d’Assise di Messina, dopo quasi 24 ore di camera di consiglio, ha deciso quattro ergastoli, così come chiesto dall’accusa, ed emesso altre 9 pesanti condanne, andate ben oltre quanto richiesto dagli stessi Pubblici Ministeri, i sostituti della Dda Vito Di Giorgio, Angelo Cavallo e Giuseppe Verzera.

“Tegolate” anche per i tre pentiti alla sbarra, Carmelo Bisognano, Santo Gullo e Alfio Giuseppe Castro. Proprio dalle loro dichiarazioni è scaturito il blitz. A Gullo la Corte ha comminato la condanna a 17 anni e mezzo, contro i 12 e mezzo chiesti dall’accusa, che aveva invocato la prescrizione per alcuni reati. All’ex boss dei mazzarroti è arrivata la condanna a 13 anni di carcere, mentre l’accusa ne aveva chiesti 5. Pesantemente attaccato dai difensori degli imputati nel corso delle arringhe finali, proprio ieri Bisognano, prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, ha rilasciato dichiarazioni spontanee: “Ho sempre detto la verità”, ha “tuonato” il collaboratore, difendendo la propria credibilità. Infine tre anni e mezzo di condanna per Alfio Castro.

In sostanza i giudici non hanno fatto sconti a nessuno: hanno dichiarato la colpevolezza di tutti in ordine a tutti i reati contestati, non hanno riconosciuto alcuna prescrizione ed hanno soltanto concesso ai pentiti la sola attenuante speciale derivanti dalla collaborazione, riducendo di poco dal carico delle condanne e quindi non sgravandoli dagli omicidi di cui si sono auto accusati.

Carcere a vita per Salvatore Calcò Labruzzo, accusato di due omicidi, ed Enrico Fumia, Carmelo Giambò e Nicola Munafò. Condannato a 14 anni di reclusione Tindaro Calabrese, ex numero due dei mazzarroti che scalzò Bisognano, saldamente al 41 bis da tre anni senza aver mai dato alcun segnale di voler collaborare con la giustizia. Condannati anche i barcellonesi Giuseppe Isgrò (16 anni), Nicola Cannone (12 anni), Zamir Dajcaj (11 anni) , Angelo Porcino (11 anni), Salvatore Puglisi (4 anni e mezzo), Mariano Foti (8 anni e 8 mesi) Per loro l’accusa aveva chiesto condanne per 106 anni di carcere complessivamente. Il verdetto di oggi è stato molto più pesante.

I giudici hanno anche riconosciuto i risarcimenti alle parti civili costituite, ed in particolare hanno riconosciuto 80 mila euro di previsionale ai familiari degli assassinati.

Alessandra Serio – http://www.tempostretto.it/news/mafia-processo-gotha-pozzo-4-ergastoli-pesanti-condanne-clan-barcellona-pentiti-compresi.html

L’INCHIESTA: Romagnoli tra affari, politica e sport. La garanzia? Mi manda il Cavaliere

massimo-romagnoli-670x502

di Fabio Geraci – Imprenditore, dirigente sportivo, politico. Uno sprovveduto, come sembrerebbe a chi lo conosce sommariamente, o un personaggio fin troppo furbo e inquietante? Ma chi è veramente Massimo Romagnoli, 43 anni, sposato, tre figli, nato a Capo d’Orlando ma residente da anni in Grecia? Professionista di successo, almeno all’apparenza, perché delle sue attività si conosce ben poco, se non quanto riportano le biografie ufficiali e Wikipedia. E proprio dall’enciclopedia online si legge che Romagnoli ha cominciato come responsabile commerciale per l’importazione di macchine agricole, passando poi alla realizzazione di gruppi elettrogeni con un’azienda in proprio che distribuiva i prodotti nei paesi arabi, nel Mediterraneo e in Italia, in Germania, nel Regno Unito e in Belgio. Nel 2008 viene nominato dal Dipartimento energie alternative della Energetica Spa di Roma, responsabile per la progettazione e costituzione di parchi eolici e fotovoltaici in Grecia, Bulgaria e Turchia e dal dal 2011 è amministratore delegato della Progressouk Ltd di Londra, che come si può leggere dal sito, è specializzata in consulenze internazionali.

Un business variegato, fatto di import-export, ma anche il pallino della politica. Romagnoli, infatti, conquista un seggio nel Parlamento italiano: due anni scarsi come deputato di Forza Italia, dal 2006 al 2008, eletto su indicazione di Mirko Tremaglia con i voti degli italiani all’estero nella Circoscrizione Europa. Viene anche nominato responsabile dei circoli azzurri all’estero, con i quali intrattiene strettissimi rapporti.

Rapporti, per la verità, anche pericolosi e non proprio limpidi, almeno secondo quanto riporta Wired.it (leggi) in un’inchiesta pubblicata il 12 aprile scorso che ipotizza collegamenti tra la mafia e la Germania e, in particolare, tra la Sicilia e Colonia dove i boss di Cosa nostra, oltre agli affari illeciti, tentano anche di ottenere il supporto della politica. E in una delle tante intercettazione disposte dalla polizia tedesca spunterebbe proprio il nome di Massimo Romagnoli che sarebbe entrato in contatto con Calogero Di Caro, definito uno degli uomini di punta della “Baumafia” della Nord-Reno Westfalia.

Intrecci mafia-politica che Wired.it riporta nel suo articolo: “Nel 2006 – è scritto – Romagnoli viene eletto deputato alla Camera con 8.700 voti provenienti dall’estero. La maggior parte di questi erano stati raccolti proprio a Colonia. È possibile che Romagnoli non sospettasse minimamente con chi se la facesse Di Caro, ma quest’ultimo lo cita anche durante l’interrogatorio con la Bka (la polizia federale criminale tedesca, ndr). Agli inquirenti racconta di avere avuto una richiesta di aiuto da parte di Massimo Erroi, il commercialista della Baumafia, quando questo si trovava in carcere in Germania. Gli serviva un passaporto. Di Caro dice di avere pensato a Romagnoli”. Circostanza, questa, smentita da Romagnoli che, sempre a Wired.it, ha negato di aver ricevuto tale richiesta: “Conosco Calogero Di Caro, mi ha aiutato con la campagna elettorale, aveva un’impresa di pulizie. Ma questo Massimo Erroi è la prima volta che lo sento nominare. Personalmente non ho mai ricevuto richieste di questo tipo né da Di Caro, né da nessun altro”.

Archiviata la parentesi in Parlamento, anche se con qualche intoppo (in rete Romagnoli è stato accusato di aver copiato da Wikipedia un’interrogazione scritta al ministro degli Esteri sulla disputa, avviata dalla Grecia, per il nome della Fyrom, cioè della ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia), recentemente l’ex deputato ha tentato di riciclarsi candidandosi alle scorse elezioni europee per Forza Italia. Un’auto-investitura, considerato che, nonostante le assicurazioni dei vertici siciliani del partito e del coordinatore siciliano Vincenzo Gibiino, il suo nome non sarebbe poi stato inserito nelle liste definitive. E dire che Romagnoli assicurava a tutti di avere un filo diretto con Berlusconi in persona e di avere avuto proprio dal Cavaliere l’investitura per l’Europa. Tanto da spendere oltre 40 mila euro solo per pubblicizzare la sua faccia e il suo impegno elettorale, tappezzando quasi tutte le città dell’Isola di manifesti e locandine con lo slogan: “Basta! In Europa si cambia musica”. E poi altri soldi per incontri elettorali, brochure, comparsate nelle televisioni locali, cene, pranzi, e convegni. Impegno che s’è concluso con una un’esclusione bruciante il 16 aprile scorso – quasi in coincidenza con l’avvio delle indagini che hanno portato al suo arresto – quando, con un comunicato dai toni soft, il politico dichiarava di fare “un passo indietro e di ritirare la candidatura alle prossime consultazioni elettorali sostenendo tutti quelli che, all’interno del nostro progetto, puntano al rilancio economico e sociale della Sicilia, anche a livello europeo. “Il mio impegno e il mio sostegno alle liste di Forza Italia – era scritto nel comunicato – è totale nel convincimento che a Bruxelles dovremo fare una battaglia comune per risolvere i problemi ancora aperti nella nostra regione. Ringrazio il presidente Berlusconi e i vertici di Forza Italia, a cui rinnovo la mia stima e disponibilità: continueremo a lavorare insieme per le prossime sfide che attendono il nostro partito”.

Con il senno del poi, sembra quasi un segno premonitore di quanto sarebbe accaduto nel giro di qualche mese. Un flop che dalla politica arriva anche allo sport. Romagnoli, diventato presidente dell’Orlandina calcio nel 2011, conquista subito la promozione dall’Eccellenza alla serie D. Sembra un progetto serio, ma è invece un fuoco di paglia. L’avvio dell’attuale stagione calcistica è incredibile: la neopromossa Orlandina compra giocatori dalla Germania. Il tecnico arriva dall’Ucraina. Tutta gente, però, che non conosce per nulla le categorie minori siciliane. Il risultato? Un crollo immediato. Sportivo ma soprattutto societario. All’improvviso, infatti, Romagnoli spiazzando tutti a Capo d’Orlando, si dimette a novembre promettendo attraverso un comunicato stampa “di onorare tutti gli impegni”. Quasi una fuga, insomma. E dire che nemmeno un mese fa il suo nome era stato accostato al Parma, società in crisi finanziaria e in vendita al migliore offerente, per la quale esiste una trattativa con un gruppo russo-cipriota. Ma, almeno questa volta, Romagnoli aveva avuto il pudore di negare: “Io non c’entro, non so perché il mio nome è finito in questa storia”.

di Fabio Geraci – http://www.loraquotidiano.it/2014/12/18/romagnoli-tra-affari-politica-e-sport-la-garanzia-mi-manda-il-cavaliere_17802/http://www.loraquotidiano.it/2014/12/18/romagnoli-tra-affari-politica-e-sport-la-garanzia-mi-manda-il-cavaliere_17802/

Traffico d’armi, arrestato in Montenegro ex deputato Fi MASSIMO ROMAGNOLI, già patron dell’Orlandina calcio

massimo-romagnoli-670x502

Le accuse sono pesantissime. Terrorismo e cospirazione finalizzata all’uccisione di cittadini americani. Reati per cui l’ex deputato italiano Massimo Romagnoli è stato arrestato a Podgrica, in Montenegro, insieme a due cittadini romeni (tra cui uno con importanti cariche nel governo di Bucarest) con l’accusa di traffico d’armi a favore delle «Forze armate rivoluzionarie colombiane» (Farc), tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali di cocaina. Come riporta l’agenzia rumena Mediafax, ad annunciare il provvedimento giudiziario sono stati il procuratore del distretto di New York Preet Bharara e il direttore della Dea, l’agenzia anti droga statunitense, Michele Leonhart. Un’indagine che ha i contorni della spy-story. Con una iniziale «soffiata» riguardante le attività illegali dei tre. E l’impiego di tre «007» della Dea che si sono finti acquirenti per conto dei colombiani.

La possibile estradizione negli Usa.

Stando a fonti giornalistiche degli Stati Uniti, il Montenegro ha avviato la pratica per l’estradizione negli Usa sia per l’ex parlamentare italiano che per i due rumeni. «Armi per uccidere militari americani». Nel corso dell’inchiesta, lunedì sono stati arrestati, sempre in Montenegro, due cittadini rumeni complici di Romagnoli. Si tratta di Cristian Vintila, 44 anni, e di Virgil Flavius Georgescu, 42 anni. Del primo si sa che ha importanti incarichi in uffici statali della Romania ed è un consigliere comunale del Spd (Partito socialdemocratico, formazione che vede tra le sue file molti ex rappresentanti del regime di Ceaucescu). Insieme a Romagnoli sono accusati di avere organizzato la vendita di un grande quantitativo di armi – tra cui cannoni anti aerei e lanciarazzi – destinato ai guerriglieri colombiani delle Farc. Le armi, si legge nell’accusa della procura newyorchese, avrebbero potuto essere usate dai guerriglieri per uccidere cittadini statunitensi in Colombia. Romagnoli, Vintila e Georgescu sono stati incastrati da una serie di intercettazioni e da tre agenti della Dea sotto copertura che si fingevano intermediari delle Farc. Romagnoli, definito «trafficante di armi con base in Europa», si era anche offerto di fornire falsi certificati europei per far risultare la vendita delle armi. I tre, se giudicati colpevoli, rischiano ora condanne fino al carcere a vita.

La carriera in Forza Italia.

Imprenditore siciliano residente ad Atene, Romagnoli era stato nel 2006 capolista di Forza Italia per la ripartizione Europa (Circoscrizione Estero), poi coordinatore dei Circoli della Libertà in Europa. Tra le iniziative portate avanti nella sua esperienza da deputato, nel 2007 ci fu la presentazione di una proposta di legge sull’editoria per favorire la nascita di giornali online che avessero un legame con la comunità italiana nel mondo. Nel febbraio 2008, inoltre, presentò la Confederazione degli imprenditori italiani in Europa, per «valorizzare le attività degli imprenditori italiani residenti in Europa». Fra gli scopi dichiarati allora: «dotare il Paese di uno strumento efficace in grado di offrire alle imprese italiane che si aprono alla concorrenza globale nuove e privilegiate prospettive di partnership, grazie alle esperienze acquisite “sul campo” dai suoi associati» e, al tempo stesso, «offrire un valido sostegno alle attività istituzionali di promozione degli interessi dell’Italia all’estero». Lo scorso aprile, infine, Romagnoli è stato nominato vicepresidente «Club italiani nel mondo» nel Comitato di Presidenza di Forza Italia nella Regione Sicilia, presentato dallo stesso Silvio Berlusconi. corriere.it

 

 

Orlandina, la lettera d’addio di Massimo Romagnoli. L’ex Patron “paladino” ha voluto diffondere una missiva aperta a tutti i tifosi e agli abitanti di Capo d’Orlando.

Dopo aver rassegnato le proprie dimissioni, l’ex Presidente dell’Orlandina Calcio, Massimo Romagnoli, ha voluto diffondere una lettera aperta agli abitanti di Capo d’Orlando che pubblichiamo di seguito integralmente:
“Cari Amici, ho rassegnato le dimissioni da presidente della NFC Orlandina Calcio.
Dall’8 agosto del 2011, giorno in cui ho iniziato questa avventura, sono state molteplici le gioie da me vissute, dall’inesperienza del primo anno alla promozione in Serie D, fino alla salvezza senza play-off della scorsa stagione. Ricordo con particolare emozione alcune partite come le vittorie in Eccellenza contro la Tiger Brolo e il Due Torri, il 4-1 contro la Cavese, per non parlare dello straordinario risultato di 3-0 contro la squadra di Brolo di qualche settimana fa, quando tutti ci davano perdenti. Purtroppo gli impegni lavorativi, ma soprattutto familiari, mi hanno indotto a dimettermi in quanto non riuscivo più a svolgere al meglio il delicato ruolo di presidente. Ringrazio tutti i soci ed i collaboratori che mi hanno accompagnato con determinazione in questo esaltante percorso. Ringrazio Capo d’Orlando per avermi seguito in questi anni, nel bene e nel male. Mi ritiro con un ricco bagaglio di nuove conoscenze e di forti emozioni. Sono stato orgoglioso di aver investito il mio tempo, i miei soldi e le mie energie in questa squadra, quella del mio Paese, per cui ho combattuto tanto. Sicuramente avrò fatto degli errori ma vi prometto che mi impegnerò seriamente, da oggi in poi, nel risanare tutti i miei debiti dovuti a forza maggiore. Gioie e amarezze le conserverò gelosamente nel mio cuore e faranno parte di me e della mia vita. Amo Capo d’Orlando e non sono assolutamente pentito di aver speso, nei tre anni della mia dirigenza, più di 1,3 milioni di euro per qualcosa che ho amato più di me stesso. Orlandini vi voglio bene…..pagherò tutti e ritornerò a guardarVi negli occhi.”

MESSINA, AZIONE SIMBOLICA CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELL’ACCOGLIENZA E PER L’APERTURA DELLE FRONTIERE: LA SCALATA DEL TRALICCIO AL PALANEBIOLO. L’INTERVENTO DELLA POLIZIA. LE NOSTRE FOTO. IL COMUNICATO DELLA RETE ANTIRAZZISTA

dg08
dg05

TRA GLI ‘SCALATORI’ IL CONSIGLIERE COMUNALE GINO STURNIOLO. TANTI I MIGRANTI PRESENTI OGGI POMERIGGIO CHE HANNO DENUNCIATO LE PESSIME CONDIZIONI IN CUI VIVONO ALL’INTERNO DELLA TENDOPOLI – FOTOGRAFIE DI ENRICO DI GIACOMO

dg06

dg07

dg03

dg01

dg04

FOTOGRAFIE DI ENRICO DI GIACOMO

L’AZIONE DI SOLIDARIETA’ CON I MIGRANTI AL PALANEBIOLO DI MESSINA. PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO DELLA RETE ANTIRAZZISTA - No war stop devastazioni no borders.

Oggi anche da Messina abbiamo partecipato alla giornata di azione globale per rifugiati e migranti. Abbiamo invaso la tendopoli del Palanebiolo e siamo saliti in alto lungo i pali delle luci del campo, per scandire forte e chiaro che non siamo più disposti ad accettare la gestione securitaria dei nostri territori e dei popoli che li attraversano. Abbiamo esposto oltre allo striscione e alla bandiera no MUOS, anche quella no TAV per ribadire la nostra vicinanza con i compagni in lotta contro questa inutile mega opera, ieri ingiustamente condannati a 3 anni e 6 mesi. Lo abbiamo fatto con la consapevolezza di essere dinnanzi a poteri così forti e al tempo stesso disumani che privano i popoli dei loro territori, distruggendoli mediante potenti sistemi di controllo, ora dall’alto bombardando, militarizzando l’accoglienza, costruendo strutture di detenzione o semidetenzione per migranti, ora dal basso mediante l’iniezione di nocività attraverso le più svariate tipologie di impianti (dalle trivelle al MUOS), mietendo morti anziché creando prospettive abitative o di lavoro ed emancipazione per le popolazioni. A fronte di tutto questo, sempre più si diffonde nel corpo sociale la consapevolezza che solo la lotta di tutte e tutti noi insieme potrà fermare questo scempio. No war stop devastazioni no borders. 

IL SIT-IN.
Dalle ore 16.00 si è svolto un sit-in davanti al Pala Nebiolo, a Messina, a cura della Rete Antirazzista Messinese. “Persone e non numeri”. La Rete Antirazzista Messinese ha aderito alla giornata d’azione globale per i diritti dei migranti: “Esigiamo verità e giustizia per i migranti morti e scomparsi lungo le rotte migratorie del pianeta. Vogliamo un mondo in cui gli esseri umani possano circolare liberamente e scegliere il luogo in cui vivere”.

Il documento della Rete Antirazzista di Messina.
Il 18 dicembre 2014 è la Giornata d’Azione Globale per i Diritti dei Migranti, Rifugiati e Sfollati. Anche a Messina la Rete Antirazzista Messinese ha organizzato un pomeriggio di azione di solidarietà con i migranti, per il diritto d’asilo e per l’apertura delle frontiere. Dalle ore 16 si è svolto un sit-in davanti al Pala Nebiolo, struttura sportiva che dallo scorso anno accoglie ed ospita un centro di primissima accoglienza in una tendopoli. Luogo che insieme alla ex caserma di Bisconte e all’ex Ipab Conservatori Riuniti di Messina, rappresenta quel tipo di gestione di accoglienza che in questi giorni è sotto il mirino della giustizia per il business che si è creato intorno ai centri come i CARA e i CIE. Messina è diventata la città della primissima accoglienza, quella che è gestita in maniera prefettizia e che nell’ultimo anno ha accolto e smistato centinaia di uomini e donne, giovani ed adulti, verso altre strutture semidentetive sparse sul territorio italiano. La Giornata d’Azione Globale per i Diritti dei Migranti, Rifugiati e Sfollati quest’anno è dedicata in modo particolare alle migliaia di migranti morti e scomparsi lungo le rotte migratori. Come recita lo stesso appello mondiale i “nuovi desaparecidos”. Nell’aderire a questa giornata d’azione siamo consapevoli di quanto le morti per mare e per terra che avvengono in ogni territorio e a livello globale siano il frutto dell’attuazione di politiche neoimperialiste, in cui i poteri gestionali tanto forti quanto disumani privano i popoli dei loro territori distruggendoli mediante potenti sistemi di controllo, ora dal basso mediante l’iniezione di nocività attraverso le più svariate tipologie di impianti di estrazione delle energie, ora dall’alto con i bombardamenti (in questo il MUOS è un simbolo che consente ad USA e NATO di uccidere telecomandando i bombardamenti ed emanando radiazioni cancerogene)
STOP WAR NO BORDERS NO DEVASTAZIONI
LA RETE ANTIRAZZISTA MESSINESE

 

LA CRONACA DAL WEB. TEMPOSTRETTO.IT
Uno striscione al PalaNebiolo. Attivisti entrano nel centro, la Prefettura decide per il bando 2015.
Uno striscione dentro il Palanebiolo. Tre attivisti si sono arrampicati su un traliccio per agganciarlo – insieme ad una bandiera No Muos e a una No Tav – mentre il resto dei manifestanti ha invaso il perimetro del campo. E’ l’epilogo della mobilitazione messinese in occasione della Giornata d’Azione Globale per i Diritti dei Migranti, Rifugiati e Sfollati che si celebra in tutto il mondo il 18 Dicembre.

Non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’Ordine quando i manifestanti hanno oltrepassato i cancelli che delimitano il centro d’accoglienza. L’azione dimostrativa di ieri pomeriggio rappresenta l’apice di un percorso inaugurato dalla ricostituita Rete Antirazzista Messinese. La manifestazione è iniziata con un sit-in dinnanzi i cancelli della tendopoli, simbolo di mala-accoglienza e diritti violati, per poi concludersi con l’invasione del campo e l’affissione dello striscione. Infine, i manifestanti sono usciti dal centro accompagnati dai sorrisi e dagli applausi dei migranti.

E’ passato ormai un anno da quando la struttura sportiva del PalaNebiolo è stata adibita a centro di accoglienza temporaneo per migranti, con l’apertura del palazzetto sportivo prima e l’allestimento di trentadue tende per otto posti ciascuna, dopo. La struttura, priva di ordinamento giuridico – non rientrando nella classificazione dei centri ministeriali – ha assunto sin dall’inizio la fisionomia di un centro di smistamento temporaneo. I migranti, infatti, vengono trasferiti a Messina e poi spostati in altri centri sparsi per l’Italia, in un arco di tempo che varia da qualche settimana a un paio di mesi.

Quando i primi cinquanta eritrei hanno varcato le soglie del centro sportivo per dormire sulle brande allestite nella palestra, si diceva che sarebbero rimasti solo una settimana. Poi il centro doveva rimanere attivo solo per un mese, per finire con un bando di affidamento all’ente gestore che scade questo dicembre 2014 e con un altro già pronto che prolungherà la vita del centro per l’intero 2015 – dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015. Sono state aperte martedì 16 dicembre le buste che contenevano le offerte dei partecipanti al nuovo bando prefettizio indetto il 2 dicembre per l’affidamento del servizio di accoglienza nella provincia di Messina dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale. Questa volta, sono dieci i partecipanti al bando e la Prefettura ha iniziato le verifiche per selezionare l’offerta economicamente più vantaggiosa. L’appalto prevede 440 posti, di cui 240 al PalaNebiolo e 200 all’ex Caserma Gasparro di Bisconte. Quest’ulteriore bando conferma il progetto Ministeriale che prevede l’individuazione di tre città italiane – tra le quali Messina – per la creazione di tre grandi centri – chiamati “Hub” – di smistamento per richiedenti asilo. Nelle intenzioni del Ministero la capienza dei rispettivi centri dovrebbe contenere almeno le 800 persone. Una cifra, questa, facilmente raggiungibile con l’eventuale ristrutturazione dei due plessi attualmente inagibili della struttura dell’ex Caserma a Bisconte.

Insieme alla ex caserma di Bisconte – che viene utilizzata dall’estate scorsa- e l’ex Ipab Conservatori Riuniti di Messina dove sono stati trasferiti dei minori non accompagnati, la tendopoli del Palanebiolo rappresenta per i membri della Rete Antirazzista “quel tipo di gestione di accoglienza che in questi giorni è sotto il mirino della giustizia per il business che si è creato intorno ai centri come i CARA e i CIE”. La rete Antirazzista è composta, principalmente, da diverse realtà cittadine tradizionalmente impegnate nei temi del sociale, come il Teatro Pinelli, la Casa Rossa, il circolo Arci, l’Arcigay, Cambiamo Messina dal Basso, Orsa, ecc. All’iniziativa hanno partecipato anche due consiglieri di quartiere – Santino Bonfiglio e Francesco Mucciardi – e il consigliere comunale Luigi Sturniolo. Numerosi anche gli studenti medi. L’ambizione è quello di un coordinamento regionale, il primo appuntamento del quale è una manifestazione prevista per fine Febbraio, come spiega Tania Poguish, presidente dell’associaizone Migralab Sayad. Sullo striscione appeso al traliccio del PalaNebiolo campeggia la scritta: “No war. No borders. No militarizzazione accoglienza. No devastazioni”. Un filo conduttore, quello di una giusta accoglienza e della difesa dei territori, che trova le sue cause nella gestione securitaria dei popoli a vantaggio della speculazione selvaggia dei territori. “Abbiamo esposto oltre la bandiera No Muos, quella No Tav per ribadire la nostra vicinanza con i compagni in lotta contro questa inutile mega opera, ieri ingiustamente condannati a 3 anni e 6 mesi. Lo abbiamo fatto con la consapevolezza di essere dinnanzi a poteri tanto forti quanto disumani che privano i popoli dei loro territori, distruggendoli mediante potenti sistemi di controllo, ora dall’alto bombardano, militarizzando l’accoglienza, costruendo strutture di detenzione o semidetenzione per migranti, ora dal basso mediante l’iniezione di nocività attraverso le più svariate tipologie di impianti”. E il pensiero va immediatamente alle lotte locali contro l’Elettrodotto Terna nella Valle del Mela e la Ram di Milazzo.

Sorridono agli attivisti diversi migranti. Sono ragazzi africani giovanissimi, alcuni dei quali palesemente minorenni. Si lamentano della struttura in cui sono costretti a vivere, soprattutto per il freddo che patiscono nelle tende. I vestiti che indossano non sono adatti alla stagione e loro stessi dichiarano di aver recuperato qualche capo dalla spazzatura. Sono a Messina da due settimane, ancora confusi sui loro diritti e la procedura che li attende. Soffrono anche, tra l’altro, della mancanza di intimità e privacy, costretti, come sono, a vivere ammassati. Denunce che vengono ripetute da oltre un anno – insieme alla pubblicazioni di diversi rapporti dell’Asp che sottolineano le gravi carenze sanitarie della struttura. La Rete Antirazzista ribadisce la necessità della chiusura della tendopoli e l’avvio di una nuova fase di accoglienza. Finalmente umana.

Eleonora Corace – http://www.tempostretto.it/news/accoglienza-migranti-striscione-palanebiolo-attivisti-entrano-centro-prefettura-decide-bando-2015.html

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA: IL BOSS SARO CATTAFI, QUELLA VILLA A TAORMINA E UN DAP PER AMICO di FABIO REPICI

CATTAFI Rosario Pio

Dal processo in corso a Palermo sono emersi nuovi elementi sugli incontri tra esponenti dello Stato e del mondo mafioso andati in scena nella località turistica siciliana

Filippo Malvagna era un mafioso di Catania, nipote del Malpassoto Giuseppe Pulvirenti, agli ordini di Benedetto Santapaola, capoclan alle pendici dell’Etna ai tempi d’oro di Cosa Nostra. Da circa un ventennio Malvagna collabora con la giustizia e il 27 giugno scorso è stato sentito dalla Corte di assise di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia. La sua deposizione ha fornito, tra gli altri, uno spunto molto interessante, allorché il p.m. Roberto Tartaglia gli ha fatto l’ultima domanda: “ha avuto modo di conoscere o di sentire parlare di un soggetto di nome Rosario Pio Cattafi?”. Così ha risposto Malvagna, con parole che, molto al di là di quanto abbia potuto pensare il nipote del Malpassoto, aprono squarci finora inesplorati sul biennio stragista e trattativista di Cosa Nostra: “Ne ho sentito parlare da Aldo Ercolano (nipote di Nitto Santapaola, n.d.a.) e parlava di un certo Cattafi … (Ercolano, n.d.a.) ci ha dato incarico a me e a Salvatore Grazioso di andare a visionare un immobile che si trovava tra Taormina e Letojanni, immobile che loro intendevano acquistare in quanto era loro intenzione fare una sede di riunioni dove dovevano partecipare imprenditori, gente delle istituzioni, si parlava di roba di massoneria … (Cattafi, n.d.a.) era una delle persone più interessate a portare questi personaggi in questa abitazione … Loro dicevano che questo Cattafi, non mi ricordo se era un avvocato o comunque non era un pregiudicato, era una persona pulita, avesse agganci con il mondo dell’imprenditoria, qualcuno delle istituzioni, cioè faceva parte della massoneria … Siamo nel 1992, siamo prima degli eventi delle stragi, siamo nel gennaio o febbraio 1992 … Loro (Aldo Ercolano e Giuseppe Pulvirenti, n.d.a.) mi hanno detto che (Cattafi, n.d.a.) conosceva politici, conosceva esponenti di servizi segreti, cioè loro mi hanno detto che in poche parole era massone, mi hanno detto che conosceva sia esponenti di servizi, sia esponenti politici, sia imprenditori e addirittura mi hanno detto che conosceva anche magistrati”.

La fase stragista.

Ricapitolando: all’inizio del 1992, in concomitanza con la sentenza della Corte di cassazione che il 30 gennaio 1992 confermò le condanne del maxiprocesso e con i preparativi per la campagna di morte che sarebbe partita il 12 marzo (omicidio di Salvo Lima) e proseguita il 23 maggio (Capaci) e il 19 luglio (via D’Amelio), Aldo Ercolano (in quel momento avviato ormai a fare da reggente della mafia catanese al posto dello zio Benedetto Santapaola, latitante) aveva in mente di impiantare nei dintorni di Taormina la sede per incontri riservati (in odore di massoneria) fra emissari di Cosa Nostra e rappresentanti di organi istituzionali, del mondo imprenditoriale e della classe politica; e al centro di questo strano cenacolo taorminese c’era Rosario Pio Cattafi, personaggio in questo momento detenuto al 41 bis come capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto dagli anni Settanta al 2012, secondo la condanna emessa un anno fa in primo grado dal Tribunale di Messina.

Cattafi e Taormina? Sarà pure un caso, ma a leggere gli allegati di un’informativa del Gico di Firenze, del 3 aprile 1996, si rischia di fare un salto sulla sedia. Vediamo perché. Cattafi al tempo da oltre un decennio divide la sua vita di mafioso di stato (secondo le risultanze del processo a suo carico) fra Milano e la nativa Barcellona. Eppure, con incredibile coincidenza temporale rispetto ai fatti raccontati da Malvagna, il 30 gennaio 1992 Cattafi stipula un contratto di affitto con cui ottiene per un anno (con possibilità di rinnovo), a partire dall’1 febbraio, la disponibilità di una villa a Taormina. Un immobile sicuro e al di sopra di ogni sospetto, visto che il proprietario è addirittura un magistrato, milanese di origine messinese: probabilmente Cattafi gli viene presentato come interlocutore inappuntabile da qualche congiunto (un suo fratello in quel momento è assessore regionale in Sicilia e di lì a poco ne diventerà presidente per un anno e mezzo e la sua rete anche parentale di relazioni coinvolge appieno Cattafi) o da qualche collega milanese, provocandogli l’imbarazzo che lo colpirà quando, a ottobre 1993, Cattafi finirà in manette nell’indagine fiorentina sull’autoparco della mafia a Milano. Del resto, che il proprietario della villa non abbia piena contezza di chi sia realmente Cattafi è dimostrato perfino dal contratto firmato dai due contraenti, laddove il capomafia barcellonese viene qualificato col titolo di “dottore”, seppure in quel momento egli non abbia ancora conseguito la laurea.

Taormina curiosamente assume una sua peculiare centralità anche in tempi successivi. Il 4 giugno 1993 il governo Ciampi e il ministro Conso (ma sottotraccia soprattutto il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro) cacciano in modo poco amichevole dalla guida del Dap lo storico direttore Niccolò Amato e il suo vice Edoardo Fazzioli. Già da tempo telefonate di sedicenti appartenenti alla Falange Armata e un documento inviato da presunti familiari di detenuti ristretti al 41 bis, tra gli altri, al Presidente della Repubblica e al Papa hanno richiesto brutalmente l’allontanamento del “dittatore” Amato e dei dirigenti fedeli alla sua linea di fermezza sul 41 bis. Sarà una coincidenza, ma, per l’appunto, il 4 giugno quelle lamentele vengono di fatto accolte. E, puntuale, il 14 giugno 1993 la solita Falange Armata, con l’ennesima telefonata, manifesta soddisfazione per la destituzione di Amato, considerata un proprio successo. Il Dap viene affidato (dopo una strana concertazione fra il presidente Scalfaro, il ministro Conso e il capo dei cappellani delle carceri Cesare Curioni, già coinvolto in ipotesi di trattativa ai tempi del sequestro Moro) al nuovo direttore, Adalberto Capriotti, personalità mite e non incline al comando, e soprattutto al vicedirettore, Francesco Di Maggio, magistrato mai occupatosi del mondo carcerario ma, secondo l’informativa del Gico di Firenze di cui si è detto, legato a Cattafi da rapporti personali. La sua nomina fu giustificata dal ministro Conso davanti ai magistrati con parole indimenticabili: la scelta era ricaduta su Di Maggio (che non aveva nemmeno i titoli, tanto che per la sua nomina fu necessaria l’emanazione di un decreto del Presidente della Repubblica che, su delibera del Consiglio dei ministri, gli assegnava la qualifica di dirigente generale della pubblica amministrazione) perché nelle sue performances al “Maurizio Costanzo Show” era parso davvero in gamba.

Registro degli ingressi.

Sia come sia, con l’insediamento del duo Capriotti-Di Maggio, l’ufficio detenuti del Dap viene affidato a Filippo Bucalo, magistrato di origine barcellonese e, soprattutto, antico amico di Rosario Cattafi. Ad agosto 1993 Bucalo va in vacanza, manco a dirlo, a Taormina. Dal 25 agosto al 3 settembre alloggia in un lussuoso albergo solitamente frequentato da Cattafi e da sodali di quest’ultimo. Ma, stando a quanto dichiarato da Cattafi ai pubblici ministeri di Palermo, Bucalo in quel 1993 frequenta Taormina anche qualche settimana prima, se il 14 agosto è addirittura ospite alla festa di diciotto anni del figlio di Cattafi. Il registro degli ingressi in quell’albergo dice, però, anche altro: quel 25 agosto 1993, subito dopo l’arrivo di Bucalo e della moglie, magistrato tuttora in servizio a Roma, nello stesso albergo viene registrato l’arrivo di un personaggio negli ultimi anni divenuto parecchio famoso e all’epoca quasi sconosciuto alle cronache. Si chiama Ignazio Moncada e a seguito delle intercettazioni della Procura di Napoli su Finmeccanica divenne noto come il “grande burattinaio” della grande holding di Stato, tra l’altro proprietaria di società produttrici di armi. Così l’allora capo dello Ior Ettore Gotti Tedeschi allertava confidenzialmente Luigi Orsi, in quel momento amministratore delegato di Finmeccanica, su Moncada: “Non semplificarlo come agente segreto della Cia, o un massoncello qualsiasi, è veramente un grandissimo burattinaio”. E proprio a Moncada nel giugno 2012, in un’altra conversazione intercettata, l’ex ministro Tremonti offriva un cd con le intercettazioni segretissime fra Mancino e il capo dello Stato, oggetto poi del famoso conflitto istituzionale fra Napolitano e la Procura di Palermo. Sentito dai pubblici ministeri, Tremonti glissò: si sarebbe trattato di parole scherzose.

Torniamo all’estate 1993 e all’albergo di Taormina. Si trovano, dunque, casualmente o meno, tutti insieme: Cattafi, Filippo Bucalo e Ignazio Moncada. Quest’ultimo è legatissimo anche alla banda del Sisde che in quel momento è nei guai per i fondi neri del Sisde. A ottobre 1993 uno dei più stretti amici di Moncada, Michele Finocchi, capo di gabinetto del direttore del Sisde Malpica, sarà costretto per oltre nove mesi alla latitanza e a pagargliela, secondo notizie di stampa mai smentite, sarà anche Moncada, il quale, peraltro, come raccontato su Repubblica da Ettore Boffano e Paolo Griseri nel 2007, prima di fare carriera in Finmeccanica aveva mosso i primi passi al Sid con Maletti e poi, trasferitosi a Torino, era entrato nella dirigenza della Fata, grossa società di produzione di impianti industriali, particolarmente attiva negli impianti per la produzione di petrolio e di gas. Si incontrano Cattafi e Bucalo con il referente del Sisde? Si incrociano i discorsi sul 41 bis e le vicende del Sisde? Se si vuole essere ragionevoli non lo si può escludere, tanto più se si presta attenzione a quello che accade nell’autunno di quel 1993. Ma soprattutto se si presta attenzione a una conversazione del 27 settembre 1992 fra il più stretto sodale di Cattafi, Filippo Battaglia, e tale dr. Tabacchi di Milano, anch’essa riportata dagli investigatori del Gico di Firenze, laddove il compare di Cattafi dice di “avere delle belle cose per le mani: Danieli e Fata di Torino in Venezuela e Breda in Marocco”. Sì, proprio la Fata di Ignazio Moncada.

Il 7 ottobre Rosario Cattafi viene arrestato su ordine del Gip di Firenze nell’indagine sull’autoparco della mafia a Milano. Ecco, quindi, che l’amico di Di Maggio e di Filippo Bucalo (cioè del vicedirettore e del capo ufficio detenuti del Dap) fa ingresso, da detenuto, nelle patrie galere. Tra meno di un mese arrivano in scadenza 334 decreti applicativi del 41 bis per altrettanti mafiosi detenuti. È il momento giusto, dunque, per raccogliere gli umori nelle carceri se quel segnale arriverà, se il governo farà scadere quei decreti, senza prorogarli. È lo stesso Cattafi a raccontare nel 2012 ai magistrati di Palermo che il nome del suo difensore a ottobre 1993 gli viene suggerito da Filippo Bucalo. Si tratta dello stesso legale che qualche anno dopo assisterà Pierfrancesco Guarguaglini (arrestato dalla Procura di La Spezia nella qualità di presidente di Oto Melara, anni dopo divenuto presidente di Finmeccanica) e che diventerà a sua volta consigliere d’amministrazione di Oto Melara, azienda produttrice di armi. Quando Cattafi viene ammanettato, i militari del Gico di Firenze rilevano, anche attraverso le sue agende e l’analisi del suo traffico telefonico, l’importanza, insieme ai suoi legami mafiosi, delle sue relazioni sociali. Vengono condensate anch’esse nell’informativa del 3 aprile 1996, nella quale spiccano nomi altisonanti: dalla Associazione milanese Amici della lirica al circolo barcellonese Corda Fratres dell’ex Procuratore generale di Messina Franco Cassata (i cui recapiti anche privati erano nell’agendina di Cattafi), dall’attore Gianfranco Jannuzzo agli allora coniugi Pippo Baudo e Katia Ricciarelli, dalla giornalista Carmen La Sorella all’allora sottosegretario alla Difesa Dino Madaudo, dall’ex sottosegretario piduista Renato Massari ai responsabili di numerosi enti pararegionali siciliani, dall’ex viceprefetto di Messina Giuseppe Rizzo (suo “camerata” in gioventù) all’ex presidente della Consob Bruno Pazzi, dall’allora amministratore della Oto Melara Arcangelo Ferrari al dirigente della Alenia Giuseppe Ciongoli (già finito nei primi anni Ottanta nelle investigazioni di Carlo Palermo a Trento), dal dirigente della Oto Melara Alberto Conforti a Mimmino Ripa della Breda, da Leopoldo Rodriquez dell’omonima società di cantieri navali a Salvatore Mancuso, amministratore della stessa Rodriquez s.p.a. e in anni successivi impegnato nel private banking in Svizzera e in Lussemburgo, per diventare prima vice presidente di Alitalia e poi, in quota al Ncd di Angelino Alfano, consigliere d’amministrazione di Enel, incarico lasciato il mese scorso, in contemporanea con il suo rinvio a giudizio a Milano insieme all’immobiliarista Luigi Zunino per aggiotaggio.

Stando alle dichiarazioni rese da Cattafi ai pubblici ministeri di Palermo (che, però, vanno prese cum grano salis, infarcite come sono di menzogne; la più plateale: Cattafi sarebbe stato cooptato da Di Maggio nella trattativa Stato-mafia – con l’improbabile compito di rintracciare l’avvocato del mafioso Cuscunà per entrare così in contatto con il boss Santapaola, che fino a qualche settimana prima era latitante proprio nel barcellonese sotto le cure della famiglia mafiosa guidata da Cattafi – mentre i due stavano seduti ai tavolini di un noto bar messinese sul marciapiede di una delle strade più frequentate della città, una trattativa en plen air al cospetto di alti ufficiali del R.o.s., la cui identità però si è persa nei labirinti della memoria del dichiarante) egli, proprio per volontà dell’amico Di Maggio, avrebbe avuto insolita possibilità di movimento all’interno delle carceri. Del resto, altri testimoni, e perfino l’allora consigliere del Presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, inconsapevolmente intercettato, hanno rivelato una certa elasticità di Di Maggio nella gestione dei movimenti e dei contatti di detenuti confidenti. E il pentito Maurizio Avola, proprio su Cattafi, ha riferito ai magistrati di aver appreso dal boss catanese Carletto Campanella che quest’ultimo, trovandosi al 41 bis al carcere di Cuneo, ricevette la visita del tutto incontrollata di Cattafi, corroborando così i propri sospetti sui legami del mafioso barcellonese con i servizi segreti.

Ricatti e telefonate.

Torniamo a Taormina. La ridente località turistica continua a rimanere centrale anche nell’autunno 1993. Si sa che quello è il mese in cui il tentativo di ricatto ai danni del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, raggiunge il clou, in una manovra a tenaglia. Da un lato sono gli ex dirigenti del Sisde, coinvolti nello scandalo sui fondi neri e incarcerati (ad eccezione di Michele Finocchi, che si dà alla latitanza), a tirare pesantemente in ballo il capo dello Stato con allusioni a un suo coinvolgimento risalente agli anni in cui Scalfaro era ministro dell’interno. Dall’altro, ci sono le sempre più inquietanti telefonate della Falange Armata. La sigla evocativa di un oscuro gruppo eversivo (e che secondo alcuni pentiti catanesi doveva essere utilizzata strategicamente da Cosa Nostra per rivendicare i propri delitti in una logica da strategia della tensione), dopo aver rivendicato omicidi e stragi (gli omicidi dell’educatore penitenziario Umberto Mormile, di Salvo Lima, del maresciallo Guazzelli, le stragi mafiose da Capaci in poi, e altri innumerevoli delitti) e dopo aver invocato l’allontanamento di Nicolò Amato dal Dap, prende di mira con messaggi sibillini il presidente Scalfaro. La ricerca dell’utenza da cui partono le telefonate della Falange Armata porta gli investigatori a Taormina, alla casa di un educatore penitenziario, cioè un dipendente del Dap, originario del barcellonese, Carmelo Scalone. Intercettate ulteriori telefonate dalla linea telefonica di casa sua, Carmelo Scalone il 25 ottobre 1993 viene arrestato. Va detto che Scalone, dopo la condanna in primo grado, viene poi assolto in appello dall’accusa di essere il telefonista della Falange Armata.

Certo è che nei giorni successivi all’arresto di Scalone, quando sui giornali iniziano a filtrare le accuse di Maurizio Broccoletti, ex direttore amministrativo del Sisde, la tensione nel palazzo del Quirinale è alle stelle. E la sera del 3 novembre Scalfaro va in televisione, a reti unificate, quasi a urlare: “Io non ci sto!”. Nella memoria degli italiani sono rimaste soprattutto quelle quattro parole piene di rabbia. Un ascoltatore attento avrebbe, però, prestato maggiore attenzione a quelle iniziali, davvero sconcertanti: “Una constatazione: prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e ignobile degli scandali”. Quando Scalfaro parla, ancora le indagini sulle bombe mafiose (tutte rivendicate dalla Falange Armata) esplose fra maggio e luglio 1993 a Roma, Firenze e Milano sono in alto mare. Eppure il capo dello Stato le collega ai ricatti contro di lui e contro gli altri vertici istituzionali, anticipando di un ventennio l’ipotesi della minaccia a corpo politico che è al centro del processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia.

In quei giorni c’è una scadenza che sta molto a cuore agli uomini di Cosa Nostra. Dall’1 novembre sono in scadenza 334 decreti applicativi del 41 bis ad altrettanti mafiosi detenuti. Già a fine giugno i vertici del Dap subentrati ad Amato con il placet di Scalfaro hanno lanciato l’ipotesi di ridurre il numero dei destinatari del 41 bis per “non inasprire ulteriormente il clima all’interno degli istituti” e dare “un segnale positivo di distensione”, che Cosa Nostra avrebbe sicuramente accolto favorevolmente. Del resto, l’abolizione del 41 bis è al centro delle richieste formulate nel famoso papello (di cui ha parlato Giovanni Brusca) da Riina allo Stato. A fine ottobre 1993 il momento della distensione sembra arrivato. Sennonché, con una nota inviata il 29 ottobre 1993 dal dr. Andrea Calabria, vice capo dell’ufficio detenuti, la Procura di Palermo, richiesta di un parere sui 334 decreti di 41 bis in imminente scadenza, viene allertata con l’indicazione di tutti i nominativi che beneficerebbero della mancata proroga. Ci sono nomi importanti, perfino esponenti della commissione regionale di Cosa Nostra. C’è pure un mafioso catanese operante da sempre a Milano, che è molto legato a Cattafi e che è il dominus dei traffici dell’autoparco di via Salomone: Luigi, detto Gimmi, Miano. Andrea Calabria fa parte della vecchia guardia del Dap, fedele alla linea dura dettata da Amato sul 41 bis. Pare evidente che voglia mettere sull’avviso la Procura guidata da Giancarlo Caselli, con quella documentata, per quanto repentina e tardiva, richiesta di parere trasmessa a mezzo fax. Il 29 ottobre 1993 è un venerdì che anticipa il ponte festivo di Ognissanti. Caselli ha appena lasciato Palermo ma i suoi vice Luigi Croce e Vittorio Aliquò si premurano in tutta fretta, la mattina dopo, di rispondere con un altro fax con cui intimano al Dap e al ministro che venga confermato il 41 bis per tutti i detenuti. Fatica sprecata: i 334 decreti di 41 bis vengono fatti decadere. Anzi, sul fax spedito dalla Procura di Palermo al Dap si legge un’annotazione adirata scritta di pugno da Francesco Di Maggio e indirizzata a Filippo Bucalo, capo dell’ufficio detenuti e sovraordinato ad Andrea Calabria.

È proprio mentre il ministro Conso e i vertici del Dap (da lui voluti) “stanno” facendo scadere centinaia di 41 bis che Scalfaro urla il suo “non ci sto!”. In quel momento Rosario Cattafi è detenuto ma non al carcere duro. Ci rimane fino a ottobre 1997. Poi per lui il processo per l’autoparco della mafia a Milano finisce, dopo alterne vicende, nel migliore dei modi, con la Corte di cassazione che annulla la condanna pronunciata dalla Corte di appello di Milano. Cattafi rientra a Barcellona e ci rimane fino al 2012. Fatto salvo un decreto emesso dal Tribunale di Messina, con il quale gli viene irrogata per cinque anni la sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Barcellona, Cattafi riesce a sfuggire a ogni conseguenza dalle accuse rivoltegli da innumerevoli collaboratori di giustizia che lo dipingono come esponente di vertice della famiglia barcellonese di Cosa Nostra, referente diretto dei capiclan di Catania e Palermo, reso forte dalle sue relazioni privilegiate con apparati istituzionali.

La sua impunità finisce il 24 luglio 2012, quando viene raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Messina su richiesta della Direzione distrettuale antimafia diretta da Guido Lo Forte. Da quel momento tenta uno strano minuetto con i pubblici ministeri di Messina e di Palermo, dicendosi depositario di scottanti conoscenze sulla trattativa Stato-mafia, pretendendo di convincere i magistrati non solo delle peculiari stravaganze dei fatti raccontati (la trattativa en plen air, di cui si è detto, tra l’altro) ma pure della sua assoluta estraneità agli interessi mafiosi, dipingendosi come un uomo fedele allo Stato. In effetti, forse un senso ce l’ha: occorrerebbe capire a quale Stato.

Il 9 dicembre 2013 il processo nel quale è imputato, denominato Gotha 3, è pronto per la sentenza. Ma, proprio quando il Gup sta per ritirarsi in camera di consiglio e decidere, Cattafi chiede dalla videoconferenza (ora è al 41 bis a L’Aquila) al giudice se sia arrivata a destinazione l’ennesima sua memoria difensiva, depositata all’ufficio matricola del carcere quattro giorni prima. In cancelleria di quella memoria non si è mai avuta traccia: il Tribunale riceve dal carcere di L’Aquila una comunicazione secondo cui, fuori da ogni previsione, la memoria di Cattafi è stata trasmessa per posta ordinaria e senza prima farne copia, cosicché la sua spedizione non è in alcun modo verificabile né è possibile reperirne una copia. Al Tribunale non rimane altro che rinviare, confidando nelle Poste italiane. Ma alla successiva udienza, il 16 dicembre, della memoria di Cattafi al Tribunale di Messina non c’è nemmeno l’ombra. Non avendo altra possibilità, salvo sospendere sine die il processo (e così scarcerare Cattafi per decorrenza termini), il Gup concede all’imputato di rendere ulteriori dichiarazioni spontanee e si ritira in camera di consiglio. All’uscita, legge un dispositivo di condanna a 12 anni di reclusione per Cattafi, individuato come esponente di vertice di Cosa Nostra barcellonese dagli anni Settanta al 2012.

La disfunzione del Dap, ça va sans dire, porta acqua al mulino di Cattafi. Non solo il ritardo imposto al Tribunale per il pronunciamento della sentenza di primo grado; c’è di più. Infatti, il primo motivo degli atti d’appello proposti dai suoi difensori, guarda caso, è proprio l’omessa trasmissione al Tribunale della memoria difensiva di Cattafi. La quale, in effetti, molto tardivamente, raggiunge infine il Tribunale di Messina, dopo un curioso gioco dell’oca. Depositata, come detto, il 5 dicembre 2013 presso la matricola del carcere, arriva a Messina il 31 gennaio 2014: tempi che nemmeno nella Siberia dell’Ottocento! La spiegazione, al di là di ogni immaginazione, è fornita dalla lettera di accompagnamento del direttore del carcere di L’Aquila, il sapore burocratico delle parole del quale non attutisce lo sconcerto nel leggerle: “ad ogni buon fine si precisa che quanto si trasmette era stato collocato, per mero errore, nella busta della posta indirizzata alla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del DAP, e che in data 16.01.2013 (in realtà 2014, n.d.a.) con la nota n. 0428048 – 2013 (sic!), anch’essa allegata, ha ritrasmesso a questa Direzione”. La memoria difensiva di Cattafi, come per uno scherzo del destino, trasmessa, anziché al Tribunale, all’ufficio detenuti del Dap, un tempo guidato dal suo amico Filippo Bucalo.

Non si ha notizia di determinazioni assunte dall’ufficio detenuti del Dap, da qualche anno diretto da un altro magistrato della provincia di Messina, un tempo in servizio alla Procura di Palermo, il dr. Roberto Piscitello. La sua voce (così come le parole di alcuni suoi sms) è rimasta spiacevolmente impigliata in un’intercettazione disposta dalla Procura di Patti nel corso di un’indagine sull’amministrazione comunale di S. Agata di Militello guidata dall’allora sindaco (e ora senatore del Ncd di Angelino Alfano) Bruno Mancuso, fratello del finanziere. In quell’occasione il sindaco Mancuso si era interessato per il trasferimento di un pregiudicato di S. Agata di Militello, su sollecitazione della compagna del detenuto. E per questo aveva pensato di rivolgersi al suo concittadino in servizio al vertice dell’ufficio detenuti del Dap. Ciò di cui ora, invece, Piscitello si starà ragionevolmente occupando è capire da cosa sia nato lo svarione del carcere di L’Aquila, con il quale si tenta adesso di minare la condanna di Cattafi per ottenerne l’annullamento. In quella memoria Cattafi ripeteva per l’ennesima volta argomentazioni già proposte da lui e dai suoi difensori fin dall’interrogatorio di garanzia. Tutte argomentazioni motivatamente disattese dal Gup nella sua sentenza. Per la difesa di Cattafi, quella memoria valeva niente. Si tenta oggi di darle valore, nel giudizio d’appello, solo grazie alla “sbadataggine” di qualcuno al carcere di L’Aquila. Sembra il destino di Cattafi, un Dap per amico.

http://www.ilguastatore.it/trattativa-mafia-stato-il-41-bis-in-vacanza-a-taormina/

L’INTERVISTA DE LORAQUOTIDIANO.IT: Angela Manca, “Il mio regalo di Natale? Che Pignatone riapra l’indagine”

Fra una settimana è Natale, la festa della Natività, della famiglia, e per me sarà un giorno più triste degli altri. Ancora una volta vedrò quella sedia vuota a tavola, ancora una volta mi mancherà l’allegria, la spensieratezza, la gioia di stare insieme ad Attilio.

Ma potrebbe essere un Natale meno triste se il boss Setola ritornasse a collaborare: abbiamo sperato tanto nelle sue dichiarazioni che per la prima volta confermavano che la morte di Attilio fosse riconducibile a Bernardo Provenzano. Se il dottor Giuseppe Pignatone avviasse delle indagini serie sulla morte di Attilio. Se l’attuale presidente del Senato Piero Grasso e il dottor Michele Prestipino riferissero tutto ciò di cui sono a conoscenza sulla latitanza di Bernardo Provenzano, sull’intervento a Marsiglia e sulle coperture istituzionali di cui ha goduto. Se ognuna di queste persone dicesse quello di cui è a conoscenza, sicuramente la strada verso la verità e la giustizia sarebbe facilitata. Io mi appello a loro perché non mi lascino sola in questa mia battaglia, come è avvenuto fino ad ora.

Solo con la verità il mio cuore di madre avrebbe un po’ di pace, perchè il dolore di aver perso un figlio innocente nel più atroce dei modi non me lo toglierà mai nessuno.

http://www.loraquotidiano.it/2014/12/18/angela-manca-il-mio-regalo-di-natale-che-pignatone-riapra-lindagine_17629/

video
Il treno del ferro


Voci nel fango