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Palermo: Riaperto dibattimento processo Mori
La quinta sezione penale della Corte di appello di Palermo ha disposto la "rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale" nel processo all'ex generale del Ros dei carabinieri Mario Mori e al colonello Mauro Obinu, imputati di di favoreggiamento aggravato a cosa nostra, per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, a Mezzojuso nel 1995. La Corte, presieduta da Salvatore Di Vitale, ha accolto la richiesta"formulata nelle precedenti udienze dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostitu...
Messina, l'inchiesta della Dia 'Tekno'. Conclusi gli interrogatori: Frisone ricostruisce i rapporti con funzionari e imprenditori
Con il faccia a faccia tra il gip Maria Luisa Materia e l’architetto Letterio Frisone si è conclusa la due giorni dedicata agli interrogatori di garanzia dopo gli arresti dell’operazione “Tekno”. Il funzionario del Consorzio autostrade siciliane è stato sentito in merito alla presunta turbativa d’asta sull’appalto del sistema di sorveglianza attrezzata sull’A18 e sull’A20. Accompagnato dal suo difensore, l’avvocato Valter Militi, ha respinto le accuse mosse dal procuratore ag...
Rassegna web - Il processo Oro Grigio: Green Park sul Torrente Trapani, in appello l'accusa chiede la conferma delle condanne
“Confermate il verdetto emesso in primo grado”. E’ questa la richiesta dell’accusa alla fine del processo di secondo grado scaturito dall’operazione Oro grigio, l’inchiesta che portò al sequestro del complesso Green Park sul Torrente Trapani. L’ha avanza il pg Enza Napoli ai giudici della Corte d’appello di Messina, oggi pomeriggio, dopo un’ora e mezza di requisitoria nella quale ha ripercorso la genesi dell’indagine, le vicende emerse, le questioni tecniche legate alla sent...

LA SPECIALE RECENSIONE DELL’ AVV. FABIO REPICI: Buttanissimo Buttafuoco! Nel suo ultimo libro, Buttanissima Sicilia, lo scrittore ha provato a distorcere i drammatici fatti della strage di via D’Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino ed alla sua scorta. E forse c’è un motivo…

Lo ha dimostrato negli ultimi tempi anche col suo Buttanissima Sicilia (ed. Bompiani), una sorta di beffarda e spudorata invettiva contro l’indole spettacolarmente autolesionista della sua terra. Laddove, per l’ennesima volta, Buttafuoco ha mostrato quanto poco abbia a cuore la propria coerenza, nel trattare ferocemente le vicende politiche (e giudiziarie) dell’ex presidente Raffaele Lombardo, oggi paragonato a Mastro don Gesualdo ma un tempo dallo stesso Buttafuoco decantato come fatato esponente politico che avrebbe finalmente risollevato le sorti della Sicilia. Erano tempi, quelli del Lombardus mirabilis, curiosamente coincidenti con la nomina di Buttafuoco, grazie a Lombardo, come presidente del Teatro Stabile di Catania e con la prefazione dello stesso Buttafuoco all’imprescindibile Il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, libro di tal Nuccio Molino, putacaso al tempo portavoce di Lombardo (e amico di Buttafuoco, ho letto da qualche parte).

Ma non è dell’incoerenza politica di Buttafuoco che voglio occuparmi (incoerenza solo sulle questioni per lui futili, in realtà, perché per il resto il nostro resta sempre e coerentemente fascista, da qui all’eternità). E, del resto, alcune delle cose scritte in Buttanissima Sicilia sono perfino condivisibili, a cominciare da talune sull’attuale presidente Crocetta, il quale sembra quasi impegnarsi allo spasimo per attirarsi meritatamente le critiche più urticanti.

Fatti e opinioni

C’è, invece, che, se sulle idee e le opinioni politiche ognuno può dire quel che meglio crede, lo stesso non può valere per i fatti, soprattutto quando si tratti di fatti drammatici, come la strage di via D’Amelio. Su quelli, leggere falsità provoca l’indigesto. E in una pagina di Buttanissima Sicilia (la numero 67) se ne legge un concentrato osceno, tutto in un significativo spazio tra parentesi (come per dare ragione a chi teorizza che le cose più importanti sono sempre quelle relegate fra due parentesi): “E sono cose di Sicilia, tutte dentro il sipario, strette nella tenaglia della legittimazione reciproca o, al contrario, del disconoscimento di ritorno. Ponendo il caso, tra i casi, che un Salvatore Borsellino (che di cognome, appunto, fa “Borsellino”), non convochi un’assemblea di Agende rosse e non stili un nuovo elenco di buoni e di cattivi (sì, la famosa agenda da cui Paolo Borsellino non si staccava mai, quella andata sicuramente distrutta dalla carica di tritolo, ritenuta trafugata sulla scena dell’orrenda strage, quella considerata alla stregua del Graal per smascherare la trattativa Stato-mafia e poi rivelatasi un parasole)”.

Tralascio di immorarmi sull’elasticità di Buttafuoco nell’uso della punteggiatura, con la virgola a separare un soggetto da un predicato (“Salvatore Borsellino, non convochi”), e ammetto che pure su un mio amico (qual è, appunto, Salvatore Borsellino), naturalmente, Buttafuoco ha tutto il diritto di pensarla diversamente da me. Sennonché, nella parentesi citata testualmente sono state messe in fila due buttanate (o buttafuocate?) di dimensioni colossali: 1. L’agenda rossa di Paolo Borsellino andata sicuramente distrutta. Salvo che Buttafuoco non voglia dire che Agnese Borsellino abbia, non si sa per quale motivo, mentito ai magistrati e alla nazione, è certo che quel maledetto pomeriggio del 19 luglio 1992 l’agenda rossa di Paolo Borsellino si trovava nella sua borsa, la quale ultima, per nulla distrutta, fu fotografata e videoripresa mentre veniva portata via dal rogo di via D’Amelio in mano a un ufficiale dei carabinieri, che non ha mai voluto rivelare a chi l’abbia fatta avere, prima di rimetterla a bordo dell’auto del magistrato ucciso, priva dell’agenda, quando le fiamme non si erano ancora spente.

Scoop o depistaggio?

Capisco che per un fascista come Buttafuoco sia arduo pensar male di un capitano dei carabinieri (non oso immaginare la stima che egli possa nutrire per il generale Mori!) ma le immagini sono lì a dimostrare che la borsa che custodiva l’agenda rossa fu temporaneamente trafugata, così da consentire la sottrazione definitiva dell’agenda rossa; 2. L’agenda rossa di Paolo Borsellino rivelatasi un parasole. Qui Buttafuoco arriva a screditare se stesso con un illusionismo dialettico che nemmeno il peggior epigono del mago Silvan avrebbe osato proporre. Fu un falso scoop (e un vero depistaggio) di Francesco Viviano su Repubblica di un anno e mezzo fa (immediatamente, non a caso, rilanciato da Gianmarco Chiocci ed Enrico Tagliaferro sul Giornale) a tentare di accreditare l’ipotesi che l’agenda rossa, anziché essere stata prelevata furtivamente dalla borsa di Paolo Borsellino dopo l’esplosione in via D’Amelio, fosse stata immortalata, miracolosamente intatta, sotto un pezzo di cadavere carbonizzato della povera Emanuela Loi. Taluni denunciarono immediatamente che non di scoop ma di depistaggio a mezzo stampa si trattasse; dopo ventiquattr’ore gli accertamenti della Procura di Caltanissetta si incaricarono di attestare che quello individuato da Viviano come agenda rossa era in realtà un pezzo di parasole.

Ciò avveniva proprio nelle settimane in cui l’istruttoria dibattimentale del processo Borsellino quater si stava occupando pericolosamente (per alcuni, almeno) proprio della sottrazione dell’agenda rossa. Ed ecco che fuori tempo massimo Buttafuoco rilancia il depistaggio con un salto logico da psichiatria. O – ipotesi perfino peggiore – da sputasentenze, pur essendo di quei fatti su cui scrive sommamente ignorante.Come può un intellettuale (ché tale è Buttafuoco, e perfino un opinion leader, a conferma del tempo sbandato in cui viviamo) raggirare i propri lettori, mistificando i dati della realtà, addirittura su una vicenda così grave come la strage di via D’Amelio?

Non ero ancora riuscito a trovare una risposta, fino a quando, qualche settimana fa, rigirandomi fra gli scaffali di una libreria, mi balzarono davanti agli occhi Buttanissima Sicilia e, accanto a lei, un altro libro, a me fino a quel momento ignoto, del prolifico Buttafuoco.

Il titolo è Fogli consanguinei e, da quel che ho capito, è una raccolta di pezzi scritti per il quotidiano Il Foglio, diretto da quel Giuliano Ferrara che di Buttafuoco è, comprensibilmente, uno dei mentori più infervorati. Ma a lasciarmi senza fiato fu sapere chi fosse stato l’editore del Buttafuoco di Fogli consanguinei: Edizioni di Ar. Chi non avesse mai letto gli atti del processo per la strage di Piazza Fontana (che è il luogo nel quale più si è parlato delle Edizioni di Ar) sappia che si tratta della casa editrice dell’ar(iano) Franco Freda, lo stragista di Piazza Fontana, come stabilito dalla Corte di cassazione nel 2005. E all’analisi agiografica di Franco Freda (cioè del bombarolo razzista suo editore) Buttafuoco ha addirittura dedicato il primo capitolo di Fogli consanguinei.

A quel punto ho capito due cose. La prima è che Buttafuoco con la verità sulle stragi ha un conflitto ideologico, strutturale, quasi ontologico. La seconda è che l’Italia è davvero il paese della tolleranza acritica per le devianze dei potenti (ché Buttafuoco è un intellettuale potente, pubblicato dai più grossi editori, oltre che da Franco Freda, e dalle più grosse testate giornalistiche, oltre che da Giuliano Ferrara, e pure ospite riverito di salotti televisivi), se a un autore del catalogo dello stragista Franco Freda è dato spazio amplissimo, senza nulla eccepire, da giornali soi-disants democratici.

FONTE: http://www.ilguastatore.it/buttanissimo-buttafuoco/

Catania, la Finanza sequestra due alberghi di lusso. Quindici indagati per bancarotta fraudolenta. Sigilli al Romano Palace Luxury e al Romano House

I finanzieri del Comando Provinciale di Catania – coordinati dal sostituto procuratore di Roma Giancarlo Cirielli – hanno dato esecuzione al provvedimento, emesso dal Gip del Tribunale capitolino, Valerio Savio, con il quale è stato disposto il sequestro preventivo dei due noti alberghi di lusso catanesi, il “Romano Palace Luxury Hotel” e “Hotel Romano House” il cui valore di stima complessivo si aggira ntorno ai 35 milioni di euro. L’attività di indagine ha consentito di accertare una rilevante bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale posta in essere dagli amministratori di quattro società catanesi i quali – attraverso un articolato sistema fraudolento sviluppatosi mediante la costituzione di nuove società, il conferimento alle stesse di rilevanti patrimoni immobiliari e l’aumento di capitale sottoscritto da una società lussemburghese – hanno trasferito all’estero la proprietà dei due hotel. Il disegno criminoso, che ha quasi completamente svuotato la società catanese fortemente indebitata, si è completato con il suo cambio di denominazione e il conseguente spostamento a Roma, dove è stata dichiarata fallita con un passivo di oltre 25,6 milioni di euro. Tali condotte illecite sono state agevolate dall’assoluta mancanza di controllo da parte dei componenti dei collegi sindacali delle società coinvolte i quali sono chiamati a rispondere per lo stesso reato. La sequenza degli atti societari ritenuti fraudolenti secondo i finanzieri ha avuto diverse tappe. LeFiamme gialle catanesi hanno poi constatato come i vecchi amministratori catanesi hanno, di fatto, conservato la proprietà e la gestione diretta dei due complessi alberghieri. L’esistenza di consistenti debiti verso l’Erario e la strumentalità dello spostamento verso la società lussemburghese delle due lussuose strutture ricettive erano già emerse nell’ambito di alcuni controlli effettuati dal Nucleo di polizia tributaria di Catania, conclusisi con la contestazione di oltre 6,5 milioni di euro sottratti a tassazione. Contestualmente al sequestro preventivo dei due hotel, si è proceduto alla notifica dell’avviso di garanzia, per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nei confronti di 15 soggetti fra rappresentanti legali delle società coinvolte e componenti dei collegi sindacali delle stesse. I due alberghi di lusso sequestrati continuano a essere operativi e, da oggi, saranno gestiti da un amminstratore giudiziario già nominato dal Tribunale di Roma. La Guardia di Finanza di Catania ha anche eseguito un sequestro a carico dell’amministratore delegato della “Romano Palace S.r.l.” – disposto dal Gip del Tribunale di Catania – per un importo di circa 190 mila euro, nell’ambito di un procedimento penale per omesso versamento di ritenute fiscali dei lavoratori dipendenti relativo all’anno d’imposta 2011. In tale contesto, è stato sottoposto a sequestro un immobile del valore di circa 200 mila euro sito a Catania, in Via Mario Rapisardi.

Catania, la mafia in affari con Matacena per i traghetti: 23 arresti

La mafia catanese era in affari con una società riconducibile ad Amedeo Matacena per la gestione dei traghetti sullo Stretto di Messina. Emerge dall’indagine della Dda di Catania che ha portato all’arresto di 23 persone e al sequestro di beni per 50 milioni di euro. L’inchiesta ha riguardato l’evoluzione di Cosa Nostra subito dopo l’indagine Iblis e ha confermato la vocazione imprenditoriale della “famiglia” catanese, infiltratasi in vari settori tra cui i trasporti per iniziativa del boss Enzo Ercolano figlio del capomafia deceduto Giuseppe e fratello di Aldo, condannato all’ergastolo. Ercolano ha operato con la collaborazione di altri indagati tra cui, Francesco Caruso e Giuseppe Scuto.

Affari anche nel commercio delle carni per la grande distribuzione in cui si sono inseriti Enzo Aiello e alcuni dei suoi più stretti aiutanti, grazie all’intestazione fittizia di società di settore e tramite gli accordi con l’imprenditore calabrese Giovanni Malavenda. Emerse anche alleanze a livello regionale, in particolare con i Pastoia di Belmonte Mezzagno (Palermo) e con imprenditori collegati a Cosa Nostra agrigentina. In questo ambito è stato verificato il ruolo significativo rivestito da Enzo Ercolano, titolare di imprese di trasporti di considerevoli dimensioni. E’ stato anche appurato che i guadagni derivanti dalle attività imprenditoriali hanno anche determinato l’interesse e l’occulta partecipazione di Enzo Aiello e del fratello di quest’ultimo, Alfio.

Erano Francesco Caruso e e Giuseppe Scuto a tenere i rapporti con affiliati mafiosi catanesi ed agrigentini e con esponenti della politica, tra i quali gli inquirenti menzionano Giovanni Cristaudo e Raffaele Lombardo, entrambi imputati nel processo Iblis. Ma le manovre della mafia sul terreno della politica si sono spinte fino alla costituzione nel 2008 di un partito (il Partito nazionale degli autotrasportatori) che con l’intento di garantire i loro interessi di cui erano portatori in conto proprio ed altrui, per esempio avere un canale privilegiato con le amministrazioni pubbliche per incassare gli ecobonus, era stato messo a disposizione dell’allora Presidente della Regione in occasione delle elezioni europee del 2009.

Secondo quanto ricostruito, la società Servizi autostrade del mare fittiziamente intestata a Caruso ma in effetti facente capo agli Ercolano e ai fratelli Aiello, aveva stipulato con la società Amadeus spa, riconducibile ad Amedeo Matacena, un contratto di affitto di tre navi da utilizzare come vettori per i collegamenti tra la Sicilia e la Calabria. L’attività si protrasse con ottimi risultati nei mesi a cavallo tra gli anni 2005 e 2006, fino a quando – per ragioni legate a scelte effettuate da un’altra società estranea alle indagini – si interruppe improvvisamente la navigazione con consistenti danni per la Servizi Autostrade del mare.

E’ stato anche documentato che Cosa Nostra catanese si sarebbe infiltrata anche nelle attività relative alla commercializzazione delle carni per la grande distribuzione; in tale ambito, infatti, sono emersi interessi dell’associazione mafiosa per le aziende di Carmelo Motta che gestivano le macellerie negli hard discount di marca Fortè e per le aziende di Giovanni Malavenda che gestivano le macellerie in numerosi supermercati del gruppo Eurospin Sicilia.

Nell’ambito dell’operazione Caronte sono stati inoltre sequestrati beni di valore ingente, comprendenti 31 imprese ed i relativi beni strumentali, 7 beni immobili e 4 autoveicoli. Il sequestro colpisce il patrimonio immobiliare, finanziario ed imprenditoriale illecitamente accumulato negli anni dall’associazione mafiosa, non solo nelle province siciliane di Catania, Palermo e Messina, ma anche nelle province di Napoli, Mantova e Torino.

ECCO TUTTI GLI ARRESTATI
In carcere:
Alfio Maria Aiello, di 55 anni
Marco Maria Antonio Anastasi, 27
Rosario Bucolo, 40
Sergio Cannavò, 41
Francesco Caruso, 43
Vincenzo Enrico Augusto Ercolano, 44
Francesco Guardo, 65
Michele Guardo, 42,
Santo Massimino, 63
Carmelo Motta, 55
Natale Raccuia, 41
Pietro Virga, 49

Ai domiciliari:
Orazio Lo Faro, 40 anni
Giovanni Malavenda, 42
Giovanni Pastoia, 46
Luigi Calascibetta, 68

Provvedimento restrittivo notificato in carcere
Vincenzo Maria Aiello, 51 anni
Bernardo Cammarata, 42
Alfio Catania, 48
Mario Ercolano, 38 (cugino di Vincenzo)
Camillo Pulvirenti, 54
Giuseppe Scuto, 51.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/11/20/news/catania_23_arresti_per_mafia_sequestro_da_50_milioni-100988449/

LA CLAMOROSA INCHIESTA ‘CARONTE’ DEI ROS DI CATANIA: IN MANETTE LA BORGHESIA MAFIOSA. Dalle indagini è emerso che Cosa nostra catanese, attraverso la “Servizi autostrade del mare” aveva stipulato con la società “Amadeus spa”, riconducibile a Matacena, un contratto di affitto di tre navi da utilizzare per i collegamenti tra la Sicilia e la Calabria

Cosa nostra aveva persino fondato un suo partito. Il partito nazionale degli autotrasportatori. Una formazione messa a disposizione dell’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, condannato per mafia in primo grado. È uno dei particolari che emergono dall’inchiesta Caronte del Ros dei Carabinieri coordinati dalla procura antimafia di Catania, che oggi ha portato all’arresto di 23 persone, accusate di associazione mafiosa, estorsione, illecita concorrenza e al sequestro di 50 milioni di euro.

L’inchiesta ha svelato gli interessi dei clan catanesi, Ercolano e Santapaola, nel trasporto su gomma e nella commercializzazione della carne nei supermercati Eurospin Sicilia e Forté, marchio questo creato dal presidente del Catania calcio Antonino Pulvirenti, già patron della compagnia aerea Wind Jet. Ma sono le società che gestiscono enormi flotte di tir la vera ricchezze delle cosche.

I ras dei camion sono gli Ercolano. In Sicilia e non solo. Enzo Ercolano è tra gli indagati. È il figlio dello storico capomafia di Catania Pippo, “u zu Pippu”, e fratello di Aldo, condannato per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava. Enzo si occupa di trasporti: insieme al padre è stato indagato e poi prosciolto nella maxi inchiesta “Sud Pontino”.

Ma non è l’unico della dinastia Ercolano, famiglia imparentata con i Santapaola, ad avere investito nei tir. I cugini, Angelo, Maria e Aldo Ercolano, hanno fatto molta più strada: la loro Sud Trasporti si è insediata nel polmone economico del Paese, creando la base principale nell’interporto piemontese di Rivalta. Angelo Ercolano è un imprenditore apprezzato che non è mai stato coinvolto in indagini penali.

Gli investigatori, come ha rivelato “l’Espresso” nel 2012 , si sono occupati di lui in una sola circostanza, prima del 2005, a causa dei suoi incontri con Giovanni Pastoia. È il figlio di Ciccio Pastoia, boss di Belmonte Mezzagno e braccio destro di Bernardo Provenzano morto suicida in cella. Anche lui si occupa di trasporti, con filiali a Catania. Ma questa frequentazione non ha mai dato luogo a contestazioni penali: erano solo affari. Fino a oggi. Ora infatti gli inquirenti avrebbero le prove dell’alleanza dei “palermitani“ di Bernardo Provenzano con l’impresa che fa capo a Enzo Ercolano.

Ma non c’è solo il marchio Ercolano nell’inchiesta. Tra gli indagati ci sono anche Francesco Caruso e Giuseppe Scuto, imprenditori ma soprattuto fondatore e presidente del partito degli autotrasportatori. Erano loro due a tenere i rapporti con affiliati mafiosi catanesi e agrigentini e con esponenti della politica. Tra questi Giovanni Cristaudo e Raffaele Lombardo, entrambi già coinvolti nell’indagine Iblis che ha svelato i rapporti tra mafia, politica e imprenditoria sull’isola.

Politica, affari e grandi alleanze. I magistrati diretti dal procuratore capo Giovanni Salvi hanno scoperto anche uno strano patto commerciale con il referente politico della ‘ndrangheta, Amedeo Matacena, attualmente latitante a Dubai e forte della complicità dell’ex ministro Claudio Scajola , sotto processo a Reggio Calabria per aver favorito la sua fuga.

Dalle indagini è emerso che Cosa nostra catanese, attraverso la “Servizi autostrade del mare” aveva stipulato con la società “Amadeus spa”, riconducibile a Matacena, un contratto di affitto di tre navi da utilizzare per i collegamenti tra la Sicilia e la Calabria. Un nuovo patto d’acciaio tra le due sponde dello Stretto da approfondire nelle indagini.

di Giovanni Tizian e Michele Sasso -

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/11/20/news/catania-in-manette-la-borghesia-mafiosa-1.188729

LE NOSTRE FOTO – MESSINA, L’OPERAZIONE DELLA DIA ‘TEKNO’: GIORNATA DI INTERROGATORI DEGLI INDAGATI DAVANTI AL GIP MATERIA. QUASI TUTTI HANNO DECISO DI RISPONDERE. CHI E’ NINO GIORDANO

GIORDANO NINO

GIACOMO GIORDANO

SOPRA L’IMPRENDITORE NINO GIORDANO, OGGI POMERIGGIO, MENTRE ESCE DAL TRIBUNALE DOPO L’INTERROGATORIO. GIACOMO GIORDANO ALL’ARRIVO IN TRIBUNALE – FOTO DI ENRICO DI GIACOMO

ANDREA VALENTINI

L’INGEGNERE ANDREA VALENTINI ALL’USCITA DAL TRIBUNALE – FOTO ENRICO DI GIACOMO

GLI INTERROGATORI -

Sono andati avanti fino a sera gli interrogatori dell’operazione Tekno, l’inchiesta della Procura di Messina sull’appalto per la sorveglianza assistita sulle autostrade Messina-Palermo, Messina – Catania e Catania -Rosolini. Cominciati di buon mattino, il giudice Maria Luisa Materia ha ricevuto sette delle otto persone andate ai domiciliari e i due imprenditori interdetti dall’attività nell’aula Nastasi del piano interrato. Quasi tutti hanno deciso di rispondere. Ad eccezione del protagonista principale dell’inchiesta, il costruttore milazzese Francesco Duca.

E’ stato lui, secondo il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e il sostituto Fabrizio Monaco, a mettere in contatto l’imprenditore messinese Nino Giordano e l’agrigentino Giuseppe Iacolino della Eurogest. L’intento era pilotare la gara d’appalto, nel 2013, concordando le buste con le offerte, a favore della Meridional di Giordano. L’appalto invece è andato alla ditta agrigentina. Anche a quel punto, scrivono gli investigatori, Duca ha proseguito la sua attività di mediazione per poter comunque beneficiare dei lavori. Ieri il milazzese ha preferito fare scena muta. “Faremo ricorso al Tribunale del Riesame”, ha commentato il suo difensore, l’avvocato Tommaso Calderone.

Si è avvalsa della facoltà di non rispondere anche la sua compagna, Rosella Venuto, intestataria della Building srl, società coinvolta nell’affare e anche nell’inchiesta. Silenzio anche da parte di Antonino Chillè, imprenditore cinquantatreenne anche lui titolare di una delle ditte che avrebbe fornito un ramo d’azienda alla Meridional. Ha scelto invece di rispondere Andrea Valentini, collaboratore di Giordano, anche lui sospeso. “Ha chiarito la sua posizione ed abbiamo depositato una richiesta di revoca della misura”, ha spiegato al termine dell’interrogatorio di garanzia l’avvocato Isabella Barone, difensore di Valentini insieme al collega Alberto Gullino.

I due legali assistono anche i fratelli Nino e Giacomo Giordano, i protagonisti principali della vicenda. Sereno ma visibilmente contrariato, il maggiore e più noto dei fratelli ha deciso di rispondere alle domande del giudice, spiegando qual era il rapporto che lo legava a Duca e fornendo la sua versione dei fatti. L’interrogatorio è andato avanti per circa tre quarti d’ora e non ha esaurito tutti gli aspetti che il giudice avrebbe voluto approfondire perché gli avvocati e l’indagato hanno avuto contezza delle contestazioni soltanto due sere fa, poche ore prima dell’interrogatorio quindi.

Ha preferito il silenzio il fratello Giacomo, accusato di aver gestito in maniera irregolare due appalti pubblici, il primo a Roma per la pulizia dell’aeroporto Leonardo da Vinci, il secondo a Pavia per il servizio di pulizie all’ospedale San Matteo. Per lui gli avvocati chiederanno uno “stralcio” della posizione, richiedendo che ad occuparsene sia il giudice delle città dove si sono verificati i fatti (tecnicamente si preparano a ricusare il Gip Materia).

Oggi il faccia a faccia più atteso, quello con l’uomo chiave della vicenda, il funzionario del Consorzio Lelio Frisone, atteso per il pomeriggio insieme al difensore, l’avvocato Valter Militi. Per l’architetto è stato anche chiesto il sequestro di beni fino a 100 mila euro. ALESSANDRA SERIO – TEMPOSTRETTO.IT

IL PERSONAGGIO – NINO GIORDANO -
Dalle imprese di pulizie comincia la carriera imprenditoriale di Nino GIORDANO, che sbarca presto nelle costruzioni. Procoge, Giomi, Duomo srl, Teknogest. Sono alcune delle sigle della famiglia Giordano, che in città ha costruito il palazzo di vetro che troneggia tra piazza Duomo e Montalto. Costruzione che dopo un clamoroso braccio di ferro con la Sovrintendenza, ottiene il via al completamento, inglobando i resti archeologici, affiorati durante gli scavi, che testimoniano i più antichi insediamenti urbani in riva allo Stretto, risalenti all’età preistorica. Una residenza di pregio, dove ieri all’alba hanno bussato alla porta gli agenti della Dia di Messina, per condurre nei propri uffici i fratelli Nino e Giacomo Giordano appunto. Nello stesso palazzo, che Giordano avrebbe voluto vendere alla Feltrinelli, almeno il primo piano, ha la sede principale la Banca di Credito Peloritano, operazione iniziata alla fine del decennio scorso e sdoganata effettivamente soltanto un paio di anni fa, targata appunto Giordano. E’ della fallita Teknogest anche il Capo Peloro Resort di Torre Faro, mentre l’operazione di maggior prestigio, almeno a livello di immagine, è certamente la compartecipazione nella Alpi Eagles, la compagnia aerea che vola soprattutto tra il Veneto e il nord Europa. Non è la prima vola che l’imprenditore messinese finisce sotto la lente della Procura di Messina: già sotto processo per un giro di fatture presunte false, viene poi inquisito per aver acquisito una società di Alcamo, la Blue Dreams, che aveva ottenuto un finanziamento regionale per acquistare imbarcazioni destinati alla promozione turistica della Sicilia. Passato in mano a Giordano, il finanziamento è stato adoperato – questa l’accusa – per acquistare una sola imbarcazione di lusso, lo yacht Cinzia, un cabinato in uso esclusivo alla famiglia Giordano. Nel plafon di Giordano mancavano gli appalti autostradali. “Sto partecipando a una gara che abbiamo.. così in tutta l’Italia, siccome VENTURA è saltato per interdizione della cosa, dell’antimafia..”, spiegava Giordano (G) al telefono, nell’aprile 2013, all’avvocato Dino Arrigo (A) – un passato politico di destra, un curriculum di avvocato d’affari e imprenditore edilizio – “..e c’è una gara che si fattura… seicentomila euro al mese, la sorveglianza … soccorso autostradale”.

A: “Sorveglianza, e tu che competenze hai?”, ribatte infatti l’interlocutore.

G: “Io competenza non ce n’ho, ma ho il requisito (…) Me lo sono fatto dare da GAVIO, sai chi è GAVIO?”.

A: “Chi è … aspetta, GAVIO?”.

G: “Minchia, non conosci GAVIO…hanno la concessione…”

Fonte: Alessandra Serio – http://www.tempostretto.it/news/terremoto-cas-gare-pilotate-protagonisti-impero-giordano-filippi-filippi-ex-poliziotto-pluri-inquisito.html

LA REAZIONE -
Operazione Tekno, D’Uva (Cinquestelle): “Concessione al Consorzio da far decadere”.
“Era inevitabile che, prima o poi, il caso del Consorzio per le Autostrade Siciliane sarebbe esploso, lasciando dietro sé un lungo polverone di domande e responsabilità”: il Portavoce alla Camera del MoVimento 5 Stelle, Francesco D’Uva, commenta così l’Operazione Tekno scattata ieri mattina che ha portato all’arresto di 8 tra imprenditori e funzionari del CAS.

“Un’inchiesta minuziosa, quella coordinata dalla DDA di Messina, che si è focalizzata sull’aggiudicazione sospetta di un appalto da 8 milioni di euro, del 9 maggio 2013, – ha continuato D’Uva – per il servizio di sorveglianza attrezzata per le autostrade Messina-Catania, Messina-Palermo e Siracusa-Rosolini”.

Secondo le accuse, gli imprenditori avrebbero turbato l’asta concordando le offerte da presentare e le percentuali di ribasso, con la complicità di funzionari del Cas.

“Stiamo parlando di tratti autostradali che risultano tra i più pericolosi, per inadempienze nella sicurezza e nella manutenzione stradale, così come l’8 febbraio 2011 fu riportato anche dall’Associazione Italiana Confconsumatori Nazionale”, ha sottolineato D’Uva.

“In particolare, proprio la A20 Messina-Palermo – ha continuato il Portavoce – è stata, negli ultimi anni, teatro di numerosi incidenti stradali mortali provocati dalle precarie condizioni di manutenzione in cui versa quel tratto di proprietà dell’Anas ma affidato in concessione al Consorzio per le Autostrade Siciliane”.

Già lo scorso marzo, il Portavoce D’Uva aveva presentato un’interrogazione scritta al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti in cui, in particolare, si chiedeva se si intendeva “assumere iniziative urgenti per verificare la presenza di gravi inadempienze da parte del Consorzio per le Autostrade Siciliane nei sistemi di sicurezza e manutenzione stradale, tali da attentare alla sicurezza dei cittadini siciliani che percorrono le due arterie autostradali affidate alla sua diretta gestione”. E’ stato davvero fatto?

“Mi auguro che la magistratura, in cui io confido – ha concluso D’Uva – continui ad indagare su cause e responsabilità, sul perché in Sicilia i cittadini siano ancora costretti a pagare alcuni tratti stradali, ed a morirvi, per inadempienze di sicurezza e manutenzione. I cittadini sono stanchi di pagare un pedaggio i cui fondi non è ben chiaro dove vadano a finire. Ribadisco, come già scrissi nell’interrogazione, che è necessario rivedere la sussistenza delle ragioni che hanno dato vita al contratto di concessione delle autostrade A18 e A20. Anzi, alla luce di quanto emerso ieri, ritengo addirittura necessario che si avanzi la richiesta di decadenza della concessione al Cas. L’operazione Tekno rappresenta sicuramente un punto di partenza importante, non la conclusione ma solo il giusto inizio”.

A LUNGO IN ‘ESILIO’ A MESSINA: Niente servizi sociali, don Turturro va in carcere

P Paolo Fotografo

Si è sempre proclamato innocente, aveva chiesto di essere affidato ai servizi sociali, ma il tribunale di sorveglianza ha deciso di mandarlo in carcere per scontare la condanna a tre anni per abusi sessuali su minori. Don Paolo Turturro, ex parroco antimafia del Borgo Vecchio, è stato arrestato ieri pomeriggio. “Non ci aspettavamo questo esito – dice uno dei suoi legali, Vincenzo Gervasi – la procura generale aveva sospeso l’esecuzione della pena e aveva espresso parere favorevole alla richiesta di affidamento ai servizi sociali”. Ma il collegio presieduto da Giancarlo Trizzino ha deciso diversamente.

Si conclude così una vicenda giudiziaria durata 13 anni. Le indagini della sezione Minori della squadra mobile, coordinate dal sostituto procuratore Alessia Sinatra, hanno portato il 7 giugno scorso alla pronuncia definitiva della Corte di cassazione. Tre anni per alcuni baci pesanti a un chierichetto. Gli altre tre anni e sei mesi inflitti nel primo processo d’appello, per una violenza ancora più pesante, sono invece caduti per la prescrizione. Ma resta il racconto della vittima, che riporta alla fine degli anni Novanta, quando il sacerdote del Borgo Vecchio era il simbolo della Palermo che non si rassegnava alla violenza mafiosa. In quegli anni, don Turturro era già all’apice della notorietà per le sue battaglie sociali.

Ma il ritratto del sacerdote che emerge dal processo è un altro. A tinte fosche. Nei giorni scorsi, Turturro aveva detto di accettare la sentenza, aveva anche accettato di sottoporsi a un percorso terapeutico e di osservazione psicologica: così sperava di evitare il carcere dopo la decisione della Cassazione, facendo anche volontariato con un gruppo di anziani disabili, quattro ore al giorno, cinque giorni alla
settimana. Ma è finito in carcere, per la prima volta, perché dopo le prime accuse era stato solo allontanato da Palermo. Ora, Paolo Turturro entra in una cella del carcere di Pagliarelli da sacerdote, perché la Chiesa non l’ha mai sospeso dopo i provvedimenti della magistratura: per lui era scattato solo un lungo esilio, prima in provincia di Messina, poi a Baucina, al Borgo della pace, che un tempo era il cuore delle attività con i bambini a rischio.

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