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La Copertina
21 set 2014
BARCELLONA: Si è costituito l’albanese di 53 anni, responsabile dell’omicidio di stanotte

Si è costituito presso il comando dei Carabinieri di Barcellona, l’albanese di 53 anni, responsabile dell’omicidio del marocchino Ali Machkour 36 anni, trovato morto in via Case Nuove a Sant’Antonio, stanotte intorno alle 4. L’uomo, braccato dai militari dell’Arma, coordinati dal tenente Luca Geminale, si è presentato spontaneamente in via Aldo Moro e nelle prossime ore saranno formalizzate le accuse nei suoi confronti e diffuse le generalità.

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Le dichiarazioni rese ai pm di Palermo da Giuseppe Setola - Nuova luce sulla morte di Attilio Manca. I genitori, “Fiduciosi nell’azione della magistratura"
“Apprendiamo con emozione dalla stampa di nuovi elementi di prova sulla morte violenta del nostro amato Attilio, tratti da dichiarazioni che sarebbero state rese ai pm di Palermo da Giuseppe Setola, oggi collaboratore di giustizia, dichiarazioni che sarebbero state trasmesse alla Dda di Roma”. Lo dicono in una nota congiunta i parenti dell’urologo Attilio Manca, i genitori Angela e Gino e il fratell...
FORLI': Truffa all'Inps, messinese indagata
La Guardia di Finanza di Forlì ha notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari ad una donna originaria di Messina, ma residente nella città dell’Emilia Romagna, accusata di truffa aggravata ai danni dell’Inps. La 63enne, pensionata ed ex dipendente dell’istituto nazionale di previdenza sociale, percepiva, da circa 10 anni, 500 euro al mese, oltre alla pensione di anzianità, perché, nel 2002, era stata riconosciuta invalida, con totale e permanente inabilità lavorat...
LA CLAMOROSA INCHIESTA - 'PROTOCOLLO FARFALLA', PALERMO APRE FASCICOLO. Scoperto grazie alla deposizione in aula dell’ex dirigente Dap Sebastiano Ardita (Procuratore aggiunto a Messina, il primo a farne cenno). I verbali del pentito Flamia. L'accordo segreto tra servizi e amministrazione penitenziaria: gli 007 chiesero a Tamburino informazioni riservate su SARO CATTAFI. E anche il boss Totò Riina ne parlava in carcere

C’è il verbale dell’ex capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria Giovanni Tamburino, e quello super riservato del pentito Sergio Flamia, le intercettazion...

Uccisa dopo denunce non ascoltate. La Cassazione: i pm risarciscano gli orfani. Ribaltato il verdetto dei giudici di Messina, che avevano detto che il ricorso alla legge Vassalli sulla responsabilità civile era impossibile perché erano trascorsi più di due anni dalla morte della donna

La Suprema corte dà il via libera al riconoscimento della responsabilità civile delle toghe che non diedero seguito alle segnalazioni di Marianna Manduca, assassinata dall’ex marito nel 2007 a Palagonia (Catania). Accolto il ricorso dei figli minorenni della donna. È importante perché, mentre divampano le polemiche sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati, stabilisce che le toghe, se riconosciute negligenti, devono pagare.

Ed è anche importante perché riconosce il diritto di accedere al risarcimento agli orfani, minorenni, della vittima, che aveva presentato ben 12 denunce contro il suo ex marito, che poi l’ha assassinata.

È una sentenza storica quella con cui qualche giorno fa la Cassazione ha accolto il ricorso degli orfani di Marianna Manduca, vittima ante litteram di quello che oggi si chiama femminicidio, ammazzata a coltellate nel 2007 dall’ex marito, Saverio Nolfo a Palagonia (Catania). La Suprema corte ha accolto il ricorso con il quale lo zio, tutore dei tre adolescenti che vivono con lui nelle Marche, ha chiesto di ribaltare il verdetto dei giudici di Messina, che avevano detto che il ricorso alla legge Vassalli sulla responsabilità civile era impossibile perché erano trascorsi più di due anni dalla morte della donna, il 3 febbraio del 2007. La Suprema corte, invece, ha dato ragione agli orfani, rappresentati dall’ex avvocato antimafia Alfredo Galasso, stabilendo invece che il ricorso dei figli della donna è ammissibile.

Un delitto annunciato, quello di Marianna Manduca, 32 anni, il 3 ottobre del 2007. Molte aggressioni da parte dell’ex marito, con cui era in lite per l’affido dei figli, erano avvenute in pubblico. E lei, ripetutamente, le aveva denunciate. Purtroppo senza esito. Il delitto in strada. Nolfo l’ha aggredita a coltellate, ferendo anche gravemente il padre di lei. L’uomo, per l’omicidio della moglie e il tentato omicidio dell’ex suocero, è stato condannato a vent’anni.

Ad intentare la causa contro i giudici che non hanno dato seguito alle denunce di Marianna Manduca un cugino della donna, lo «zio» che ha accolto in casa come figli i bambini della coppia e che dal 2010 è il loro tutore. L’inghippo adesso risolto dalla Cassazione sta proprio nelle date. I giudici di Messina, cui l’uomo si era rivolto in prima battuta, avevano detto che la richiesta di risarcimento in virtù della legge del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati, presentata dagli orfani non era ammissibile perché erano trascorsi più di due anni dalla morte della madre. La Suprema corte ha invece riconosciuto che non si poteva rispettare tale termine, visto che lo zio è tutore dei tre bambini solo dal 2010.

La Cassazione ha stabilito che l’azione risarcitoria è «legittimamente» esercitabile, e parla, riferendosi alle toghe che non hanno dato corso alle denunce, di «negligenza inescusabile». Soddisfatto l’avvocato Galasso, che difende i tre orfani con l’avvocato Licia D’Amico: «Come prevede la legge – dicono i due legali – sarà lo Stato a pagare per la tragica negligenza della procura di Caltagirone. Tuttavia, la decisione segna una svolta in un momento in cui è in discussione il disegno di legge del ministro Orlando proprio in materia di responsabilità civile dei magistrati. Finalmente, anche in questa direzione, un atto di giustizia».

Mariateresa Conti – http://www.ilgiornale.it/news/cronache/uccisa-denunce-non-ascoltate-cassazione-i-pm-risarciscano-1051455.html

SALINA: Turista tedesco trovato morto

Un turista è stato trovato morto sul monte Fossa delle Felci a Salina, nell’arcipelago delle Eolie. A segnalare il decesso sono stati alcuni escursionisti in transito. Scattato l’allarme si sono mobilitati i carabinieri e le guardie della riserva naturale che hanno impiegato circa un’ora e mezza per raggiungere il luogo abbastanza impervio, nella parte sovrastante la borgata di Lingua. E’ probabile che il turista si sia avventurato da solo per cercare di raggiungere la vetta della riserva naturale e per il gran caldo causato dallo scirocco (alle Eolie sono stati raggiunti anche 40 gradi) improvvisamente sia stato colto da un malore. da gazzetta del sud

MESSINA: Omicidio Romeo, figlio condannato a 24 anni

La Corte d’Assise di Messina ha condannato a 24 anni di reclusione Benito Romeo, accusato di aver ucciso il padre strangolandolo al culmine di un litigio. Il 32enne avrebbe poi inscenato un suicidio con un falso impiccamento. Si chiude con questa sentenza il processo di primo grado per la morte di Santi Romeo, 51 anni, trovato cadavere nella sua abitazione di Fondo Pistone a Camaro il 30 settembre 2012. L’uomo sbarcava il lunario facendo il posteggiatore abusivo nei pressi del Gran Camposanto. Sembrava un suicidio, ma le indagini dei carabinieri fecero emergere un’altra spiegazione. I risultati dell’autopsia e gli accertamenti eseguiti dai carabinieri del Ris portarono gli investigatori a concludere che si trattava di altro. Santi Romeo sarebbe stato strangolato al culmine di una furiosa lite, con il figlio Benito che poi avrebbe messo in scena un suicidio per impiccamento con una corda attaccata alla trave del tetto. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna all’ergastolo. (AGI)

LA NOTIZIA DELL’AGENZIA ANSA: Le dichiarazioni del killer dei Casalesi Giuseppe Setola potrebbero fare riaprire le indagini sulla morte dell’urologo Attilio Manca

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BARCELLONA POZZO DI GOTTO (MESSINA) – Le dichiarazioni del killer dei Casalesi Giuseppe Setola potrebbero fare riaprire le indagini sulla morte dell’urologo Attilio Manca, medico di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese, trovato morto nella sua casa di Viterbo nel 2004 con una siringa di eroina nel braccio. Il gip di Viterbo, ad agosto nel 2013, ha archiviato l’indagine aperta nei confronti di cinque persone di Barcellona Pozzo di Gotto, avallando la tesi del suicidio. Tesi sempre respinta dai familiari del medico che sostengono che la mafia barcellonese, nel 2003, avrebbe costretto Manca ad operare alla prostata il boss Bernardo Provenzano che si trovava ricoverato in una clinica di Marsiglia. Poi, dopo l’intervento, l’avrebbe ucciso per eliminare un testimone scomodo.

Le rivelazioni di Setola, che nei mesi scorsi ha chiesto di essere sentito dai pm di Palermo Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo, sembrano avallare la ipotesi dei familiari del medico. Il boss casalese avrebbe appreso particolari sulla vicenda mentre era detenuto. Sulle sue dichiarazioni, trasmesse alla dda di Roma, continua a indagare la Procura di Palermo che sta facendo accertamenti sulla latitanza di Provenzano.

(Fonte ANSA)

Trattativa: l’ombra della P2 dietro Mario Mori. Nei nuovi atti depositati la possibile vicinanza di Gelli all’ex capo del Ros

Palermo. Il generale Mori sarebbe stato iscritto alla loggia massonica “P2” agli ordini di Licio Gelli? Nei nuovi atti depositati al processo sulla trattativa Stato-mafia una risposta definitiva non c’è. Mettendo insieme altri pezzi di questo intricatissimo puzzle, però, l’ombra del “Venerabile” Gelli appare decisamente vicina alla figura dell’ex capo del Ros. Che, volente o nolente, appare sempre di più al servizio di determinate logiche di potere. Dalle carte, inviate ugualmente alla Procura Generale (che dovrà decidere se acquisirle al processo di appello a carico degli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu) emergono dettagli decisamente importanti. Le recenti dichiarazioni di Mauro Venturi, un ufficiale dei Carabinieri che nel 1971 lavorava al Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, dove Mori ha prestato servizio dal ’72 al ’75, ndr), confluite in un verbale di interrogatorio sono alquanto emblematiche.

All’epoca Venturi era responsabile di segreteria del Raggruppamento centri di controspionaggio di Roma (una sorta di coordinamento dei vari centri del Sid). Dal ’72 al ’75 Mori diviene il numero 2 dell’Ufficio di Venturi. Ma soprattutto Mori è un vero e proprio “pupillo” di Federico Marzollo, ex ufficiale dei Carabinieri al Servizio Informazione Difesa, di fatto la persona più vicina all’ex direttore del Sid Vito Miceli (uomo di Licio Gelli, che aveva predisposto la struttura parallela del Sid finalizzata ad organizzare un colpo di Stato tra il ’73 e il ’74 chiamata la Rosa dei Venti, ndr). Nelle carte depositate si legge che lo stesso Mori aveva “il vizio degli anonimi” elaborati dal Servizio per poi essere mandati alle varie agenzie di stampa. Secondo Venturi Mori “era considerato nel Sid dell’epoca come il soggetto designato da Marzollo per gestire i rapporti con ‘Op’ di Mino Pecorelli”, a suo dire l’ex capo del Ros si sarebbe recato più volte nella sede dell’agenzia di “Op” per “redigere anonimi con le macchine di ‘Op’” affinché il destinatario ne attribuisse la provenienza a Pecorelli, ovviamente con la consapevolezza dello stesso direttore di “Op”.

Le fonti
L’ex capo del Ros aveva come “fonte fiduciaria” l’imprenditore Gianfranco Ghiron, fratello di Giorgio Ghiron, noto alle cronache come l’avvocato fiduciario di Vito Ciancimino (coinvolto nell’inchiesta della Procura di Palermo sul patrimonio dell’ex sindaco mafioso, già condannato a cinque anni e quattro mesi per riciclaggio, deceduto nel 2012, ndr). Secondo Mauro Venturi lo stesso Gianfranco Ghiron, oltre ad essere una “fonte” del Sid, sarebbe stato introdotto nei servizi segreti americani. Di fatto i fratelli Ghiron (entrambi deceduti, ndr) lavoravano per il Sid mantenendo come unico riferimento Mori. A detta dello stesso Venturi Gianfranco Ghiron sarebbe stato legato alla “destra più nera” e “per questo si trovava benissimo con Mori che all’epoca era nero quanto lui”. “Mori negli anni di permanenza al Sid nel mio ufficio cercava insistentemente di convincere anche me ad iscrivermi alla P2 – racconta ancora Venturi ai magistrati – e in particolare diceva sempre che non era una loggia massonica come tutte le altre del passato. Mi disse che Gelli in quel momento storico era interessato come non mai ad affiliare persone del Sid e mi propose di andare insieme a casa di Gelli dicendomi che io, come toscano, gli sarei stato particolarmente gradito. Io ero titubante e preoccupato delle eventuali conseguenze…”. Venturi specifica quindi che lui non si iscrisse mai alla P2 sottolineando l’atteggiamento protettivo dell’ex capo del Ros. “Mori mi disse di non preoccuparmi perché era garantito per tutti quelli del Sid un inserimento in liste protette, separate da tutte le altre liste”.

Vecchi verbali recuperati
In un verbale del 1975 reso da Gianfranco Ghiron al giudice istruttore di Brescia Giovanni Arcai (che indagava sulla presenza dell’eversione nera a Brescia a un anno dalla strage di Piazza della Loggia, ndr) lo stesso Ghiron parla tranquillamente del suo rapporto di amicizia, confidenza e di collaborazione con Mario Mori per poi specificare l’esistenza di una “fonte” chiamata “Amedeo Vecchiotti” che aveva come nome di copertura “Piero”. Questa “fonte” si trovava in carcere per reati legati all’eversione nera. Ghiron mette quindi in contatto la sua fonte “Piero” con Mario Mori. Ghiron racconta di aver ricevuto un biglietto firmato “Piero” del 5 novembre ’74 (consegnato ai magistrati dell’epoca), in questo biglietto “Piero” dice testualmente: “Ho saputo che la settimana prossima Licio Gelli partirà dall’Italia per andare in Francia e dalla Francia in Argentina perché è stato messo in pre-allerta in vista di un mandato di cattura. Comunicalo immediatamente e con urgenza a Mori. Dico ciò perché se la partenza di Gelli danneggia mister Vito (Miceli, ndr) lo fermi, oppure se pensano che è meglio che vada lo lascino andare. Mi raccomando che queste notizie non arrivino mai a Maletti, uno che si caca sotto di fronte a un giudice di 34 anni e per questo attacca un collega suo superiore. Uno che si comporta così è un concentrato di merda”. In quegli anni al Sid c’era una forte spaccatura tra l’ex generale Gianadelio Maletti e l’ex capo del Sid Vito Miceli. Il magistrato di 34 anni citato è indubbiamente l’ex giudice istruttore di Padova Giovanni Tamburino (fino allo scorso giugno capo del Dap, ndr), che stava indagando sulla Rosa dei venti. I magistrati del pool hanno per altro riscontrato, attraverso documenti dell’Aise, che spesso il criptonimo utilizzato da Mori per determinate operazioni era quello di “dottor Giancarlo Amici”.

Una fototessera mancata
In un recente interrogatorio reso da Giovanni Tamburino (ugualmente confluito nei documenti depositati al processo trattativa e inviati alla Procura Generale) l’ex giudice istruttore di Padova spiega le ragioni per le quali nel dicembre del ’74 aveva mandato al Sid una richiesta urgente con la quale chiedeva che fosse trasmessa all’Autorità Giudiziaria di Padova un’immagine fotografica di Mario Mori. Tamburino sottolinea che quella richiesta era collegata alla sua inchiesta sulla Rosa dei venti a seguito dell’arresto dell’ex generale Amos Spiazzi per associazione eversiva. L’ex capo del Dap racconta ai magistrati che lo stesso Spiazzi (legatissimo a Federico Marzollo) aveva ammesso di avere attivato la “costola veneta” della Rosa dei venti, seguendo determinati ordini dalla “linea di comando”, a seguito di un incontro avvenuto sul lago di Garda con un “capitano dei carabinieri” il cui nome non aveva mai saputo. Il giudice Tamburino avrebbe voluto far vedere la foto di Mori (che in quel periodo era appunto un capitano dei Carabinieri) ad Amos Spiazzi, ma 20 giorni dopo la ricezione della fototessera di Mori, a seguito di una sconcertante decisione della Cassazione, l’inchiesta sulla Rosa dei venti gli era stata tolta e non se ne era fatto più nulla. Tamburino si era sentito letteralmente defraudato, ma col passare degli anni si era reso conto che togliendogli quell’inchiesta paradossalmente gli era stata risparmiata la vita.

Il grande vecchio
In questa spy-story c’è un grande vecchio che, a suon di ricatti, ha tenuto in pugno (e probabilmente, in parte, ancora tiene) un Paese intero: Licio Gelli. Quello stesso “Venerabile” che inevitabilmente entra nelle nuove indagini del pool e che a suo tempo aveva animato l’inchiesta “Sistemi criminali” istruita principalmente dall’attuale Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato. La lettera anonima recapitata nei giorni scorsi al dott. Scarpinato potrebbe essere partorita da quelle stesse “menti raffinatissime” collegate al “protocollo Farfalla”; quegli apparati, che deviati non sono, probabilmente fautori delle lettere anonime inviate in questi mesi al pm Nino Di Matteo. E’ fin troppo evidente che queste “entità” sono letteralmente irritate da queste inchieste. Nonostante la stragrande maggioranza delle istituzioni – ai suoi massimi livelli – continui a manifestare insofferenza nei confronti delle indagini sul biennio stragista ‘92/’93 c’è ancora la possibilità di ricostruire la storia più occulta del nostro Paese. Ma è decisamente una lotta contro il tempo.

di Lorenzo Baldo – http://www.antimafiaduemila.com/2014091651291/primo-piano/trattativa-lombra-della-p2-dietro-mario-mori.html

Ponte sullo Stretto, l’ad Salini: “Ho parlato con Renzi, spero riapra il dossier”. Il numero uno dell’Impregilo: “Se il governo dà l’ok per far ripartire i lavori, rinunceremo alla penale”

“Spero, mi auguro, che il governo riapra il dossier sul Ponte di Messina”. Lo afferma Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo, a margine dell’assemblea della società tenutasi oggi a Milano. “Siamo disponibilissimi a rinunciare alla penale, se il progetto ripartisse”, aggiunge, sottolineando di non aver ricevuto, in questo senso, alcuna richiesta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, ma di averne parlato con lui di recente”.

“E’ un’opera importantissima come vetrina per l’industria del Paese, non è solo realizzare il ponte, ma anche dare visibilità a tutta una filiera tecnologica importante e poterci presentare nel mondo, facendo vedere di cosa siamo capaci di fare”, spiega ancora Salini, ricordando che l’investimento pubblico era modesto, circa 1,5 miliardi, mentre “da una stima che abbiamo fatto, tra Irpef, Inps, penali, contributi di disoccupazione durante gli anni in cui il ponte non si fa, paghiamo 4,5 miliardi”

“Il nostro Paese ha tante emergenze, ma questi sono fatti importanti”, aggiunge il primo azionista del gruppo, che oggi ha approvato un piano di buy-back azionario in assemblea. “Quando si pensa a progetti come il ponte di Messina ci si deve rendere conto che ci sono dietro 40 mila persone che ci lavorano, tra 15 mila addetti diretti e l’indotto”. da repubblica