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La Copertina
09 feb 2016
PROCESSO 'CORSI D'ORO', CROCETTA TESTIMONE IN AULA A MESSINA. TUTTE LE NOSTRE FOTO: "MAI RICEVUTE PRESSIONI DA GENOVESE"
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L’OPERAZIONE ANTIMAFIA ‘GOTHA 6′. L’ORRIDA CATENA DI OMICIDI LUNGA UN DECENNIO: PELLERITI E L’ULTIMA SIGARETTA CONCESSA PRIMA DI ESSERE AMMAZZATO E SEPOLTO. IL CORPO NON E’ MAI STATO TROVATO

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LA CONFERENZA STAMPA DELL’OPERAZIONE GOTHA 6 – FOTO DI GIACOMO

Leonardo Orlando – Barcellona – Il boss Giuseppe Gullotti che l’8 gennaio del 1993 aveva ordinato l’eliminazione del giornalista Beppe Alfano, il 23 luglio dello stesso anno assieme a Salvatore “Sem” Di Salvo, avrebbe ideato e compiuto uno dei più efferati e ignobili delitti partecipando personalmente alle sevizie che furono inferte alla vittima, tale Domenico Pelleriti di Basicò, ritenuto autore di un furto ai danni di un commerciante che pagava il pizzo.  Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, che ancora avevano la pretesa di farsi passare per persone per bene, ricoprendo invece il ruolo di meri ideatori e mandanti di una esecuzione mafiosa classificata poi come “lupara bianca”, avevano ordinato a Santo Gullo, divenuto poi collaboratore di giustizia, di prelevare cDomenico Pelleriti e condurlo sul luogo dell’omicidio, consegnandolo poi ai suoi aguzzini che lo attendevano in contrada Salicà di Terme Vigliatore nel vivaio di proprietà di Nunziato Siracusa. In particolare Pippo Gullotti, Sem Di Salvo e Mimmo Tramontana, costringevano Domenico a subire un pesante “interrogatorio” contro la sua volontà, immobilizzandolo e legandolo ad una sedia, colpendolo ripetutamente con schiaffi e pugni al fine di costringerlo a confessare la commissione o comunque la sua partecipazione ad un furto, così sottoponendolo a sevizie fisiche e morali. Secondo il racconto di Nunziato Siracusa, il secondo collaboratore di giustizia che partecipò al delitto, all’interno del rudere ubicato nel vivaio il Pelleriti era stato immobilizzato su una sedia, quindi, mentre il Siracusa ed il Giambò attendevano all’esterno, anche con l’incarico di scavare una fossa, lo stesso era stato sottoposto, ad opera del Gullotti, di Di Salvo e del Tramontana, ad una sorta di violento interrogatorio durato una trentina di minuti. Terminato di scavare la buca, Siracusa aveva fatto rientro nel rudere, dove aveva constatato che il Pelleriti, ancora vivo, presentava il volto tumefatto per le percosse ricevute. Nel frangente Gullotti aveva concesso alla vittima una sigaretta, quindi aveva ordinato che gli venisse tolto il portafogli ed i gioielli, sicché il denaro ed i preziosi erano stati distribuiti tra i presenti, infine si era allontanato assieme al Di Salvo, ordinando al Tramontana di fare quanto già concordato e di seppellire il cadavere dopo averlo coperto con della calce. I suoi resti, nonostante gli scavi, non sono stati ritrovati. In effetti, allontanatisi il Gullotti ed il Di Salvo, il Siracusa, assieme al Giambò ed al Tramontana, avevano provveduto a immobilizzare ulteriormente il Pelleriti, ad incappucciarlo, quindi lo avevano calato nel fosso, scavato ad una trentina di metri dalla proprietà del Siracusa, dove gli avevano sparato due colpi di pistola alla testa, il primo esploso dal Tramontana, il secondo, con la medesima pistola, una cal. 7,65 ricavata da un’arma giocattolo, dal Siracusa. Verificata la morte della vittima, il cadavere era stato coperto prima con calce, quindi con terra e fogliame. Già le rivelazioni di Gullo del 2011 furono sensazionali. Il pentito raccontò, così come si sospettata già all’atto della sparizione, che il giovane fu ucciso perché sospettato di aver rubato un camion carico di sanitari a Basicò ad una ditta che pagava il pizzo. Per questo caso si sarebbero mobilitati persino il capo di allora della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, il boss Giuseppe “Pippo” Gullotti che avrebbe protetto il commerciante che pagava il pizzo. Gullo all’epoca non seppe indicare la tomba di Pelleriti perché come da regola non tutti partecipavano alla fase successiva, quella di far sparire il cadavere negli abissi della “lupara bianca”. L’auto del giovane invece fu spostata da contrada Salicà e abbandonata a Patti. I genitori della vittima, a causa di azioni di sciacallaggio, per quasi vent’anni hanno creduto che il figlio fosse vivo. Per la stessa vicenda, in precedenza dieci giorni prima – il 23 marzo del 1993 –, si era verificata la sparizione di altro giovane, Antonino Ballarino, ucciso dopo essere stato rapito con la complicità di Santo Gullo, da Mimmo Tramontana e Carmelo Giambò. Il cadavere fu poi fatto sparire da Carmelo Bisognano, aiutato a sua volta da Enrico Fumia e Ignazio Artino, che lo seppellirono in contrada Gorne a Mazzarrà, dove durante la campagna di scavi del 2011 furono ritrovati i resti. DA GAZZETTA DEL SUD DEL 4 FEBBRAIO 2016

CONCORSO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA: CONDANNATO IN ‘GOTHA 3′, SOSPESO DAL COMUNE L’EX DIRIGENTE DEL COMUNE DI MAZZARRA’ SANT’ANDREA, IL GEOMETRA ROBERTO RAVIDA’

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LEONARDO ORLANDO – L’EX DIRIGENTE DELL’UFFICIO TECNICO DEL COMUNE DI MAZZARRA’ SANT’ANDREA, IL GEOMETRA ROBERTO RAVIDA’, 60 ANNI, LA CUI STORIA PROFESSIONALE E’ LEGATA A DOPPIO FILO ALLA CREAZIONE DELLA GRANDE DISCARICA DI MAZZARRA’ ED AI LAVORI AD ESSA CONNESSI, E’ STATO SOSPESO DAL SERVIZIO PER ORDINE DEL SINDACO DI OLIVERI, COMUNE NEL QUALE RAVIDA’ ERA TORNATO A LAVORARE DAL 13 GENNAIO 2014 NEL RUOLO PRIMA DI DIRIGENTE DELL’UFFICIO TECNICO E POI DI DIPENDENTE DELLA STESSA AREA. LA SOSPENSIONE DEL SERVIZIO ADOTTATA PER UN MASSIMO DI CINQUE ANNI NELL’ATTESA DELLA SENTENZA DEFINITIVA, E’ STATA DECISA PER GLI EFFETTI DELLA CONDANNA SUBITA NEL PROCESSO DI PRIMO GRADO SCATURITO DALL’OPERAZIONE ANTIMAFIA GOTHA III, SCATTATA ALL’ALBA DEL 24 LUGLIO 2012, CHE PORTO’ ALLA’ARRESTO E POI ALLA CONDANNA DI RAVIDA’ A 7 ANNI DI RECLUSIONE PER IL REATO DI CONCORSO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. LA DECISIONE DI SOSPENDERE IL TECNICO COMUNALE E’ STATA PRESA CON DETERMINA FIRMATA DAL SINDACO DI OLIVERI MICHELE PINO, A SEGUITO DELL’ISTRUTTORIA EFFETTUATA DAL SEGRETARIO COMUNALE, IN FUNZIONE DI RESPONSABILE ANTICORRUZIONE. SOSPENSIONE CAUTELARE IN ATTESA DELLA SENTENZA DEFINITIVA CHE, UNA VOLTA PRONUNCIATA, NEL CASO DI CONFERMA DELLA CONDANNA, PROVOCHERA’ IL LICENZIAMENTO. TRA L’ALTRO LA SOSPENSIONE DAL SERVIZIO E’ STATA ADOTTATA SOLO ADESSO PERCHE’ IL TRIBUNALE DI BARCELLONA, DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO IL 13 LUGLIO DELLO SCORSO ANNO, NON AVEVA DISPOSTO LA NOTIFICA ANCHE AL COMUNE DI OLIVERI. IL SINDACO MICHELE PINO, HA COSI’ SCRITTO ALLA PROCURA ANTIMAFIA DI MESSINA CHE HA DATO CONTO DELLA DECISIONE DEI GIUDICI DI BARCELLONA. LO STESO SINDACO HA POI RICHIESTO LO SCORSO 27 GENNAIO LA SENTENZA AL TRIBUNALE DI BARCELLONA CHE HA POI CONSENTITO L’ISTRUTTORIA CHE SI E’ CONCLUSA CON LA SOSPENSIONE DEL DIPENDENTE. SECONDO IL RACCONTO FATTO DAI PENTITI MELO BISOGNANO E SANTO GULLO, GIA’ DAL 2000 E PER L’INTERO DECENNIO SUCCESSIVO, IL GEOMETRA ROBERTO RAVIDA’, STRINGENDO UN VINCOLO CON IL ‘GOTHA’  DELLA MAFIA DI BARCELLONA E IN PARTICOLARE CON SALVATORE ‘SEM’ DI SALVO, QUESTO GRAZIE ALL’INTERMEDIAZIONE DELLO STESSO EX BOSS CARMELO BISOGNANO, AVREBBE GARANTITO L’AGGIUDICAZIONE DEGLI APPALTI PUBBLICI AD IMPRESE VICINE ALLA MAFIA DI BARCELLONA O DIRETTAMENTE RICONDUCIBILI ALLO STESSO SEM DI SALVO. LO STESSO TECNICO, PIU’ VOLTE INDAGATO E SEMPRE SCAMPATO ALLE AZIONI GIUDIZIARIE, AVREBBE INDICATO ALLA STESSA FAMIGLIA MAFIOSA DEI ‘BARCELLONESI’ LE IMPRESE DA SOTTOPORRE AD AZIONI ESTORSIVE O COMUNQUE DA AVVICINARE PER ASSOGGETTARLE AL SISTEMA DELLE TANGENTI, OTTENENDO IN CAMBIO BENEFICI ECONOMICI CON ELARGIZIONI DIRETTE DI DENARO. IL PENTITO SANTO GULLO INVECE E’ ENTRATO NEI DETTAGLI, ESSENDO VICINO A RAVIDA’. NEI COMUNI IN CUI LAVORAVA, IL GEOMETRA RIUSCIVA AD ORCHESTRARE I LAVORI PER LA REALIZZAZIONE DELLA DISCARICA DI MAZZARRA’, SI RICORREVA – HA RILEVATO GULLO – ALL’ESPEDIENTE DI ‘SOSPENDERE’ LA GARA PER POI TORNARE CON LE ‘MEDIE’ ARITMETICHE TRUCCATE DAI DATI MANOMESSI. DA GAZZETTA DEL SUD

SLITTA INVECE L’UDIENZA SULL’INCANDIDABILITA’: RESTITUITI I PREZIOSI OROLOGI ALL’EX SINDACO DI MAZZARRA’ SALVATORE BUCOLO. IL TDR CONFERMA IL DISSEQUESTRO

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LEONARDO ORLANDO – NULLA DI FATTO PER LA DICHIARAZIONE DI INCANDIDABILITA’ CHIESTA DAL MINISTRO DELL’INTERNO PER L’EX SINDACO DI MAZZARRA’ SALVATORE BUCOLO. IL TRIBUNALE CIVILE DI BARCELLONA, COSI’ COME HA FATTO RILEVARE L’AVVOCATURA DELLO STATO, HA DOVUTO DISPORRE UNA NUOVA NOTIFICA DEGLI ATTI NEI CONFRONTI DI SALVATORE BUCOLO. LA PRECEDENTE CITAZIONE, INFATTI, E’ STATA NOTIFICATA FUORI TERMINE, LUNEDI’ SCORSO. L’UDIENZA, NEL CORSO DELLA QUALE SARA’ ESAMINATA L’ISTANZA DEL VICINALE, E’ COSI’ SLITTATA AD ALTRA DATA. INTANTO SU RINVIO DELLA SESTA SEZIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE CHE IN PRECEDENZA AVEVA ANNULLATO IL SEQUESTRO DI PREZIOSI OROLOGI E GIOIELLI, EFFETTUATO IL 5 MARZO SCORSO DAL NUCLEO DI POLIZIA TRIBUTARIA A SEGUITO DELLA PERQUISIZIONE DOMICILIARE NELL’ABITAZIONE DI MAZZARRA’ SANT’ANDREA DI SALVATORE BUCOLO, IL TDR DI MESSINA, CHIAMATO A PRONUNCIARSI NUOVAMENTE SULLA QUESTIONE, HA DEFINITIVAMENTE DECISO IL DISSEQUESTRO DI TUTTI I PREZIOSI SEQUESTRATI, ACCOGLIENDO LE RAGIONI DELL’AVV. GIUSEPPE LO PRESTI. DA GAZZETTA DEL SUD

LE PAROLE AMARE DI SONIA ALFANO: ”Ancora manca la ‘zona grigia”’

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di Leone Zingales – Palermo. «Oggi per la mia famiglia non è cambiato nulla. Non sono arrestati i mandanti “esterni”. Non è stata assicurata alla giustizia quella “zona grigia”, i “colletti bianchi”, che ha autorizzato i sicari ad eliminare nostro padre. E Gullotti? Si sa tutto di Gullotti e del suo ruolo nell’omicidio di Beppe Alfano. Di cosa dovremmo essere soddisfatti?». Parole amare, quelle di Sonia Alfano figlia di Beppe, già eurodeputata eletta nelle liste di Italia dei Valori e già presidente della Commissione parlamentare europea. «Ringrazio – ha continuato Sonia Alfano – gli inquirenti, i carabinieri, i magistrati della Dda di Messina per l’impegno con cui stanno diradando questa nebbia che avvolge l’omicidio di mio padre, ma è giusto sottolineare che quelli arrestati in questa occasione sono personaggi che rappresentano la cosiddetta “ala militare”. Io, mia madre, i miei fratelli, vogliamo che si arrivi al vertice, ai piani alti. Qui devono pagare coloro che hanno deliberato l’omicidio di un giornalista che faceva il suo lavoro per passione e con coraggio. E oggi questi nomi non ci sono. Questa “zona grigia” non è stata ancora colpita. Ma la speranza è l’ultima a morire. E siamo fiduciosi che il lavoro del procuratore capo Guido Lo Forte e dei magistrati della Dda messinese alla fine sarà premiato. Lo Forte ha dichiarato che mio padre è stato ucciso perchè disturbava gli affari della mafia barcellonese e gli interessi che ruotavano attorno ai clan di questa zona. Ma tutto questo lo diciamo da anni».

Cosa si aspetta adesso?
«Facile rispondere a questa domanda. Nel 2003 abbiamo offerto agli inquirenti tutti gli elementi per potere avviare un’accurata e approfondita indagine tesa a raggiungere i fili che non si devono toccare. Sono 23 anni che questi maledetti mandanti “esterni” sfuggono alle manette ma, ripeto, le parole del procuratore Lo Forte ci fanno ben sperare. Se è vero che vi è una inchiesta supersegreta della Dda messinese, sul caso “Alfano” vuol dire che ci stiamo avvicinando alla verità».

Perché è stato ucciso Beppe Alfano?
«Mio padre ha scritto tanto. E le vicende di mafia non erano rare. Era un cronista attento e scrupoloso. Quando ha cominciato ad occuparsi dei mafiosi latitanti sono arrivati i guai. Un nome in particolare, quello del boss catanese Benedetto Santapaola, lo avrebbe esposto più degli altri. E sono sempre stata convinta che la pista da seguire, sin dall’inizio, era questa dei boss latitanti. Mio padre aveva scoperto cose importanti e ha scritto quegli articolo dopo avere attentamente verificato le sue fonti. Negli ultimi mesi del 1992 sono arrivate le minacce, quelle serie. E in casa mia piombò la paura. Mio padre non si fermò, andò avanti. Cercò riscontri, chiamo il giudice Canali per riferire quello che aveva scoperto. Si fidava del giudice Canali. Alla fine del 1992 io e mio padre andammo in casa del giudice Canali, in via del Mare, mi ricordo che era un tardo pomeriggio, mio padre voleva raccontare le tappe di alcuni fatti che aveva scoperto. Passarono alcuni giorni e mio padre fu ammazzato come un cane, sotto casa. A due passi dalla sua adorata moglie e da suoi tre meravigliosi ragazzi. Ci hanno rubato il sorriso quell’8 gennaio 1993».

Tratto da: La Sicilia

Fotovoltaico con il trucco: condannati in cinque tra tecnici e amministratori. NOVE MESI ALL’ING. ANTONIO PULIAFICO DI BARCELLONA E ALL’IMPRENDITORE SEBASTIANO BUGLISI, EX SINDACO DI TEME VIGLIATORE

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BRINDISI – Cinque persone sono state condannate a nove mesi di arresto al termine di un processo per lottizzazione abusiva in relazione alla realizzazione, nel Brindisino, di un parco fotovoltaico con il sistema dell’illecito frazionamento. Si tratta di un ingegnere, Santo Masilla, di Erchie (Brindisi) e dei titolari e amministratori e direttori tecnici di alcune aziende di settore, il messinese Roberto Sajia, residente tra Roma e Bolzano; Antonio Puliafico di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Natale Cicciari di Terme Vigliatore e Sebastiano Buglisi, già sindaco di Terme Vigliatore (Messina) e titolare della ditta ‘Edil scavi’. Tra gli indagati figurava anche Javier Ignacio Romero Ledesma, imputato in molti altri processi avviati a Brindisi, ma che è da tempo irreperibile.

I cinque, secondo quanto hanno accertato le indagini coordinate dal pm Milto Stefano De Nozza, avevano realizzato un unico impianto di 2 megawatt tra Erchie e Torre Santa Susanna, in realtà composto da due piccoli parchi, aggirando la normativa che prevedeva all’epoca dei fatti una procedura per il rilascio dell’autorizzazione unica regionale per gli insediamenti di di potenza superiore a 1 megawatt. I due parchi delle società Fotoinpuglia e Solarpuglia facevano capo ai medesimi soggetti societari e si trovavano su terreni di proprietà della stessa persona.

fonte: http://quotidianodipuglia.it/brindisi/brindisi_erchie_torre_santa_susanna_fotovoltaico_condanna_processo_cinque-1527981.html

RASSEGNAWEB – L’INCHIESTA GOTHA 6: tutti gli indagati e i delitti più efferati. Le nuove verità sull’Aias

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FOTO DI ENRICO DI GIACOMO

ALESSANDRA SERIO – Sono 22 in totale gli indagati dell’operazione Gotha 6, l’ultima trance della maxi operazione della Dda di Messina contro il clan di Barcellona. Una offensiva anche questa volta siglata dai Pm della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, trai i più bravi sostituti a disposizione del procuratore capo Guido Lo Forte, e dai carabinieri del Ros e della Compagnia di Barcellona, in questi anni impegnati in un costante lavoro di monitoraggio degli equilibri mafiosi barcellonesi.

Tra gli indagati, insieme ai 13 arrestati figurano anche i pentiti che hanno contribuito all’operazione, cioè i fratelli Carmelo e Francesco D’Amico, Nunziato Siracusa e Santo Gullo, infine il più recente pentito Franco Munafò, passato alla collaborazione con la giustizia nel 2015, dopo l’arresto nel blitz Gotha6. Indagati anche Renzo e Sebastiano Messina, il nipote Tindaro Alesci e Domenico Abbate.

A chiamare in causa questi ultimi, in relazione al tentato omicidio di Pietro Arnò, ai vertici dell’Aias, sono proprio i fratelli D’Amico. Ma il loro racconto convince poco i giudici messinesi, che non hanno concesso alcun provvedimento legato alla vicenda.

Il racconto dei D’Amico e di Siracusa è stato passato al vaglio degli investigatori i quali, attraverso una meticolosa e paziente operazione di “incrocio” con il racconto degli altri pentiti e coi dati offerti dai riscontri, ha composto un quadro preciso dei retroscena di una lunga serie di delitti che hanno insanguinato il Longano nello scorso ventennio. Alcuni dei quali erano rimasti impuniti. Eccone due in particolare.

OMICIDIO SBOTO: Aveva appena 21 anni Antonino Sboto quando finì i suoi giorni miseramente. Il suo peccato più grave? Aver commesso piccoli furtarelli, ma uno nel negozio sbagliato: quello di una parente di un mafioso. Mafioso appartenente al clan del Logano, che non amava i furti non autorizzati dalla famiglia, men che mai ai danni di un affiliato. Mafioso che non esita ad ordinare l’omicidio brutale di un ragazzino, commesso da mafiosi che si comportano come macellai, non esitando a straziare il cadavere di un ragazzino. Non sono inediti i dettagli raccontati da Carmelo D’Amico relativi all’omicidio del 3 maggio 1999. Ma rileggerli nelle pagine dell’ordinanza Gotha 6, nei verbali atoni dell’ex boss, desta sempre sgomento. Il motorino del ragazzino venne ritrovato ad Acquacalda, e nella sua abitazione quella stessa sera i carabinieri trovarono i proventi del furto. Il fratello qualche giorno dopo si recò in Commissariato presentanto una dettagliata denuncia. Denuncia poi ritrattata. Sono rimasti a lungo impuniti, quindi, gli assassini. Oggi D’Amico inchioda ognuno alle proprie responsabilità, autoaccusandosi di essere stato tra i “macellai” che gli ha sparato alla testa e poi gli ha tagliato le mani, per poi effettuare la telefonata anonima che consentì agli uomini dell’Arma di ritrovare il cadavere straziato, nel torrente Landro. E’ stato Salvatore Micale, riferisce D’Amico, a ordinare la morte del ragazzino, per vendetta. Sam Di Salvo, interpellato in proposito, diede il proprio assenso tra un caffè e una birra, in un bar di via Kennedy. Micale gli tese una trappola: invitò il ragazzo a commettere un furto insieme e Nino Sboto arrivò a bordo del proprio motorino, salì in macchina con Micale e si avviò verso il torrente Idria. Qui, li aspettavano D’Amico, il fratello Francesco, Aurelio Micale e Antonino Calderone, su una jeep, armati di due pistole calibro 7,65. Sul torrente Micale abbandonò il ragazzo al kommando, che lo immobilizzò legandogli le mani dietro la schiena e caricandolo nel cofano della jeep, poi si allontanò. In cima al torrente Buzzurro, Sboto venne scaricato, schiaffato faccia contro un muretto e giustiziato con un colpo alla nuca. Poi Carmelo D’Amico con un machete provò a tagliargli le mani, ma non ci riuscì. Finì il lavoro Calderone, di professione macellaio e quindi più esperto. Corpo e mani mozzate vennero poi lanciati in un roveto. Di Salvo, saputo delle modalità dell’esecuzione, espresse tutta la sua approvazione. “Decidemmo di tagliare le mani di quel ragazzo per dare un esempio a tutti. A Barcellona non si doveva robbare”, racconta D’Amico al Pm Angelo Cavallo. Il racconto di D’Amico è stato confermato dal fratello Francesco, che ha svelato anche una discussione con un altro del kommando, qualche giorno dopo. I due commentarono che le modalità con cui erano state mozzate le mani, con la precisione di un esperto, in corrispondenza delle giunture, potevano portare gli investigatori a Calderone, quasi fossero una “firma”.

OMICIDIO FICARRA: Era il primo luglio del ’98 ed a Santa Lucia del Mela moriva Fortunato Ficarra. Uno sventurato, un ubriacone cinquantenne che dava fastidio alle donne, un avventore molesto che allontanava la clientela dal bar di Pietro Nicola Mazzaggati e che aveva fama, nel paese, di aver violentato una donna. A quasi 20 anni dall’assassinio D’Amico chiama in causa proprio Mazzaggatti, non nuovo ai guai con la giustizia, anche se spesso ha risolto i processi con verdetti a suo favore. Ficarra fu ucciso con 5 colpi al capo ed uno al costato, esplosi da D’Amico e Calderone, arrivati a bordo di una Yamaha Supertenerè nera. La moto dei killer era stata notata dai carabinieri sfrecciare a Santa Lucia poco tempo prima del delitto, seguita dal furgoncino bianco di Mazzaggati. Come compenso dell’omicidio Mazzagatti consegnò ai due un anello e un bracciale di diamanti. Nulla a che vedere coi “miseri” 5 milioni che era costata l’esecuzione di Sboto. I soldi dovevano essere divisi tra gli esecutori, poi furono “devoluti” interamente ai familiari dei carcerati.

IL TENTATO OMICIDIO DI PIETRO ARNO’. Presidente della Nuova Igea, Direttore amministrativo dell’Aias, l’ente per l’assistenza dei disabili, Arnò venne colpito di striscio alla testa, il 14 novembre del 2003, al ritorno nella villetta di Spinesante. Da subito Arnò sospettò di Sebastiano Messina, vice presidente dell’Aias sotto la presidenza di Luigi La Rosa. Arnò voleva infatti estromettere Messina dalla gestione, liquidandolo se pur con una cospiqua buona uscita. Sospetti mai concretizzati in accuse formali, ma Messina fu costretto comunque, qualche anno dopo, a dimettersi. Nel 2010, morto Arnò e con l’Aias nella bufera, provò a rientrare nella gestione. Una parte dei suoi tentativi venne intercettata dagli investigatori anche perché La Rosa aveva nel frattempo intrapreso una collaborazione con gli inquirenti, e accettò di far registrare i colloqui con l’ex vice presidente. In uno di queste conversazioni La Rosa rinfaccia a Messina le pressioni subite a suo tempo da D’Amico proprio per le vicende legale all’Aias. Messina nega, parla di una iniziativa personale di D’Amico, che una volta pentito conferma il fiume di denaro pagato dall’Aias con le tangenti e una diretta “longa manus” del clan nella gestione dell’ente. D’Amico aveva già svelato quasi un anno fa sia le tangenti pagate dall’Aias che il mandante del tentato omicidio, attribuito a Giovanni Rao perché Arnò ad un certo punto non voleva più pagare tangenti così alte. Oggi svela l’interessamento dei Messina e la volontà dell’x vice presidente di eliminare il concorrente nella gestione dell’Aias. D’Amico afferma però di saperlo perché a raccontarglielo è stato lo stesso Giovanni Rao. Dei Messina non fanno menzione però altri pentiti, e anche Siracusa e Francesco D’Amico non forniscono conferme di prima mano del racconto di Carmelo, a sua volta confuso sia sulle scansioni temporali che su altri improntanti particolari.

(Alessandra Serio) – TEMPOSTRETTO.IT

L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & C.

Conferenza di fine anno del Presidente del Consiglio Renzi

Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale”.

Con circolare inviata il 15 dicembre 2015 dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti e la Valutazione del Sistema Nazionale d’Istruzione, i dirigenti scolastici e gli insegnanti di tutta Italia sono stati invitati a contribuire al successo delle proposte educative della nuova partnership libri-moschetto. Le iniziative per l’anno scolastico in corso e per quello 2016-1017 occupano quasi tutti i campi disciplinari: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport all’educazione stradale. Per celebrare i 70 anni della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, MIUR e forze armate hanno promosso il concorso Nazioni Unite per la pace: entro la data del 31 marzo, alunni e studenti sono chiamati a presentare composizioni scritte o figurative, progetti multimediali e/o interattivi sulle “sfide relative alla sicurezza di tutti gli Stati”. “In occasione della ricorrenza del 70° anniversario dell’ONU, nonché della prosecuzione delle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra, appare opportuno che gli studenti riflettano sul contributo che le Forze Armate hanno offerto in questo periodo per la difesa della Patria e delle libere Istituzioni e per la tutela degli interessi nazionali nel più ampio contesto delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte”, riporta il comunicato a firma del MIUR e della Difesa. “Le tracce proposte dal bando di concorso Nazioni Unite per la pace costituiranno l’occasione per una riflessione sulla più grande organizzazione intergovernativa mondiale, con particolare riferimento all’impulso che essa ha esercitato nel tempo e ancora oggi esercita (anche attraverso i suoi organismi, fondi e agenzie specializzate) nella cooperazione internazionale, in difesa dei diritti umani e della sicurezza internazionale”. Negli elaborati – si legge ancora nel bando di concorso – gli studenti dovranno focalizzare la loro attenzione sul “contributo specifico fornito dai caschi blu dell’ONU, ivi compreso il concorso delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale”. Guai dunque a far menzione ai crimini, alle violazioni e alle gravi omissioni commessi dai militari italici o stranieri nei loro interventi sotto l’egida delle Nazioni Unite, ai bombardamenti contro i civili in Iraq, Afghanistan, ex Yugoslavia, Libia e Corno d’Africa, agli stupri dei tanti caschi blu in Somalia, nella regione dei Grandi Laghi o ad Haiti…

Nell’anno scolastico in corso proseguiranno inoltre gli incontri tra studenti di ogni ordine e grado e il personale militare interforze fornito dai Comandi di Regione competenti a livello territoriale sui temi della Costituzione e della cittadinanza attiva, “con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese, nonché alla ricorrenza del centenario della Grande Guerra”. Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino ad oggi sono stati realizzati negli istituti italiani 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Parte delle conferenze sarà affidata ai militari del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa e verterà in particolare sulle “attività sportive militari e lo specifico settore paralimpico” e “sul ruolo che le Forze armate svolgono a livello nazionale e internazionale (in particolare sull’Art. 11 della Costituzione) e quindi alle operazioni umanitarie di pace”. Per il 2015-2016, comunque, questi ultimi interventi “formativi” saranno limitati a 8 regioni: Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna.

Onde sviluppare nel modo migliore i “percorsi di approfondimento e documentazione relativi alla Grande Guerra”, il ministero dell’Istruzione e quello della Difesa hanno invitato le istituzioni scolastiche a visionare il portale www.articoI09dellacostituzione.it appositamente creato nel 2012 in collaborazione con la Fondazione Benetton Studi Ricerche e il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. “In particolare – riporta la circolare del 15 dicembre 2015 – gli studenti e i docenti possono trovare nell’apposita sezione del sito del Progetto Articolo 9 della Costituzione una serie di strumenti utili per la riflessione e l’approfondimento e la documentazione d’archivio e museale custodita dalle Forze Armate, sia a livello centrale che territoriale”. Un invito viene fatto infine perché gli istituti scolastici delle città di Salerno, Marsala, Cattolica, Senigallia, Arezzo, Ascoli Piceno, Genova e Novara partecipino in massa allo spettacolo teatrale Voci e suoni della Grande Guerra, realizzato dalla compagnia Animazione 90 “sotto l’alto patrocinio del Ministero della Difesa”.

Agli alunni delle scuole primarie è riservato un ciclo di lezioni di educazione stradale della durata di 8 ore, denominato La buona strada della sicurezza, sempre a cura di esperti con tanto di stellette. “Questo progetto sperimentale – spiega la circolare del MIUR – è finalizzato ad educare i bambini al tema della sicurezza stradale, incentivando il senso di responsabilità individuale e collettiva e uno stile di comportamento che pone al centro il rispetto per la vita e per la persona”. Per gli studenti delle classi IV e V delle scuole secondarie superiori ci sarà invece il concorso dal titolo Scuola: spazio al tuo futuro. La ISS: innovatio, scientia, sapientia. “Il Ministero della Difesa intende offrire la propria collaborazione anche nella realizzazione di progetti di prestigio e ad alta valenza istituzionale a favore dei giovani, in particolare promuovendo la partecipazione in attività formative di eccellenza”, si legge nel bando. “Attraverso il concorso, gli studenti verranno chiamati ad elaborare proposte di sperimentazione innovative (manufatti veri e propri e/o protocolli di sperimentazione), da portare a bordo della International Space Station (ISS) nazionale”. Quello relativo alla Stazione spaziale internazionale è certamente uno dei programmi più controversi e dispendiosi della recente storia mondiale: avviato nel 1998 dopo la firma di un accordo intergovernativo tra Stati Uniti d’America, Giappone, Canada, Russia e i Paesi europei membri dell’agenzia spaziale europea (ESA), l’ISS punta a sviluppare la ricerca e la sperimentazione scientifica e tecnologica in ambito civile-militare. Il contributo diretto italiano all’International Space Station è assicurato dall’Aeronautica militare, dalle industrie del settore aerospaziale e dall’Agenzia spaziale italiana, grazie soprattutto alle risorse finanziarie attinte dal bilancio annuale del MIUR. Per il concorso Scuola: spazio al tuo futuro, gli studenti partecipanti “potranno avvalersi, durante la fase di progettazione, del supporto del cosmonauta tenente colonnello Walter Villadei, ingegnere aerospaziale dell’Aeronautica Militare”. Ai primi tre classificati nella graduatoria di merito di ciascuna area tematica andranno rispettivamente 2.000, 1.000 e 500 euro, somme messe a diposizione da Thales Alenia Space S.p.A., azienda aerospaziale controllata dai colossi militari-industriali Thales e Finmecannica, “partecipante al progetto anche in veste di tutorship tecnica”. La premiazione dei vincitori avverrà all’interno di un evento appositamente programmato all’interno del Salone del Libro 2016 di Torino.

Intanto si moltiplicano in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche. Merita certamente una menzione per l’alto profilo “educativo militare” l’ispezione a fine ottobre degli allievi dell’Istituto tecnico tecnologico “Leonardo da Vinci” di Viterbo all’aeroporto cittadino “Fabbri” e successivo incontro con il personale del 1° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Antares” e i responsabili del progetto industriale del distretto tecnologico aerospaziale della Regione Lazio. “Ai giovani sono state illustrate tutte le novità tecnologiche, rimarcando, nel contempo, il ruolo educativo della scuola e lo stretto legame che intercorre fra crescita culturale, formazione ed istituzioni, anche alla luce dei progetti di alternanza scuola/lavoro previsti nella legge 107/2015 Buona Scuola”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa dell’Esercito. “Il 1° reggimento “Antares” ha ospitato la NH-90 Users Conference 2015, l’evento annuale organizzato dal consorzio industriale NHI e ciò ha permesso di offrire una panoramica tecnologica particolarmente ampia e qualificata nonché un’opportunità per i giovani studenti dell’indirizzo di Costruzioni Aeronautiche”. Per la cronaca, l’NH-90 è il cosiddetto NATO Helicopter per gli anni novanta, l’elicottero multiruolo medio-pesante sviluppato dal consorzio internazionale NHIndustries, costituito da AgustaWestland (Finmeccanica) e dalle aziende Eurocopter e Stork Fokker Aerospace. L’elicottero da guerra è stato acquistato a partire dal 2008 dall’Esercito italiano e dalle forze armate di Francia, Germania, Grecia, Olanda, Portogallo, Australia, Nuova Zelanda, Oman, ecc.. L’Italia ha ordinato sino ad oggi 116 NH-90 per una spesa complessiva che ha abbondantemente superato i 3,2 miliardi di euro.

Il 21 gennaio 2016, il capo di stato maggiore dell’Aeronautica, generale Pasquale Preziosa, dopo aver visitato l’ex installazione missilistica nucleare di Comiso (oggi aeroporto civile) è stato ospite dell’Istituto aeronautico “Fabio Besta” di Ragusa dove ha tenuto una Lectio Magistralis sul ruolo e le missioni dell’Aeronautica militare italiana. “La conferenza – riporta il sito della Difesa – è proseguita con la proiezione di video e una presentazione sulla nanotecnologia e il saluto dei fortunati studenti che con un’esperienza unica lo scorso ottobre hanno effettuato un’attività di familiarizzazione al volo sul velivolo Atlantic del 41° Stormo di Sigonella per andare a visitare la fabbrica degli F-35 (FACO) di Cameri”. La buona scuola di Renzi, Pinotti & soci è sempre più industria di consenso e cacciabombardieri di morte.

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Il treno del ferro


Voci nel fango