Quotidiano on line - News - Inchieste - Rassegna Stampa - Photoreportage

Home Chi sono E-Mail Archivio news Sentenze Mondo News Cronaca da Messina e dintorni Inchieste    Reportage
Commenti e appelli Diario Mondo Africa Periferie Culture Agenda & Consigli Fotografie Video








La Copertina
25 apr 2015
LA STORIA E I TRIBUNALI... - MESSINA: Nessun patto tra la mafia e MessinAmbiente. Raimondo Messina e Gaetano Nostro assolti dai giudici della Corte d’appello per non aver commesso il fatto
messinambiente

Le basi del castello accusatorio erano già state spazzate via. Adesso cade anche quel che resta dell’impianto costruito dalla Procura e smantellato, colpo dopo colpo, dalla difesa. Si sgonfia ancora l’inchiesta sulle presunte infiltrazioni mafiose nella società dedita alla raccolta e smaltimento dei rifiuti MessinAmbiente: ieri, i giudici della Corte d’appello (Tripodi presidente, Grimaldi e S...

?>


RASSEGNAWEB - MESSINA, IL CASO DI PRESUNTA PEDOFILIA: Frate della parrocchia di San Domenico incastrato da finto camionista gay. La Procura apre un’inchiesta. TUTTI I PARTICOLARI


DA MICHELESCHINELLA.IT - “Avevo trovato un padre che per prendersi la cocaina mi ha lasciato il figlioletto che accudivo. Alla fine è rientrato: non aveva soldi per prendersi la cocaina, ha voluto 100 euro e io sono andato a darglieli mi ha risposto “Io non sono mica frocio se vuoi ti faccio leccare due minuti il mio figlioletto”. Infine era carino e l’ho fatto. Aveva cinque o sei anni. Ho fatto due foto anche come dire guarda fino a che punto arr...
SICILIA: Spese pazze all'Assemblea regionale, la Procura: "Processo per 14 capigruppo". C'E' ANCHE CATENO DE LUCA


A un anno dagli avvisi di garanzia, la procura di Palermo diretta da Franco Lo Voi chiude l'inchiesta sulla gestione spregiudicata dei fondi affidati ai gruppi parlamentari dell'Assemblea regionale siciliana. Questa mattina, i finanzieri del gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di polizia tributaria hanno notificato il provvedimento di chiusura dell'indagine a 14 capigruppo che si sono alternati nella precedente legislatura. Sono Giulia Adamo (nel tempo...
MESSINA: Dia. Illustrato il bilancio della lotta alla mafia


Il direttore della Direzione Investigativa Antimafia, Nunzio Antonio Ferla, ha visitato la Sezione Operativa di Messina. Nell’occasione, alla presenza del caposezione, Letterio Romeo, e del capocentro di Catania, dal quale la sezione dipende, Renzo Panvino, e del personale in servizio nella struttura, sono state analizzate le attività investigative in corso ed effettuate future strategie da adottare nella lotta al fenomeno mafioso. Nel tracciare un bilancio dell’ultimo anno, sono stati m...

 

MESSINA: Banda del gasolio all'Atm, cinque pesanti condanne

RASSEGNAWEB - ALESSANDRA SERIO - Si è chiuso con sei pesanti condanne il processo abbreviato per sei delle persone coinvolte nell'inchiesta sui furti di gasolio ai danni dell'Atm. Il Gup Maria Vermiglio ha condannato a 6 anni di il dipendente dell'Azienda, Placido Fumia; 5 anni e mezzo la condanna per Giovanni Badessa, 2 anni e 4 mesi per Giuseppa Urbino, 2 anni e 10 mesi per Venero Rizzo. Decise anche multe salate....
Sicilia, ex Province. Ecco i commissari. A Messina confermato Filippo Romano

Il governatore Rosario Crocetta e l'assessore alle Autonomie locali, Ettore Leotta, hanno firmato i decreti di nomina dei commissari straordinari delle ex Province. Marcello Maisano, dirigente al dipartimento Formazione, ad Agrigento; Rosaria Barresi, dirigente generale Agricoltura, a Caltanissetta; Francesca Paola Gargano, dirigente dipartimento tecnico, a Catania; Pietro Lo Monaco, dirigente Energia, a Enna; Filippo Romano, prefetto, a Messina; Manlio Munafò a Palermo; Dario Cartabellotta, di...
L'INCHIESTA DI CENTONOVE - MESSINA, LA 'PARENTOPOLI' DI TIRRENOAMBIENTE: Dalle assunzioni che sarebbero state "pilotate" agli incarichi che "puzzano" di incompatibilità. Ecco tutte le anomalie della società mista



RASSEGNAWEB DA CENTONOVE DEL 23 APRILE 2015 - MAZZARRA SANT'ANDREA. L'operazione "Ghota" ha messo a nudo gli interessi delle cosche attorno alla Discarica ...

MESSINA, L’OPERAZIONE ANTIMAFIA GOTHA V: LE RIVELAZIONI DI SALVATORE ARTINO. IL NUOVO ASSETTO DEL GRUPPO DEI ‘MAZZAROTI’. LE POSIZIONI DI GIUSEPPE CAMMISA, SEBASTIANO TORRE, SALVATORE ITALIANO E SALVO ORAZIO

Gotha 5

Il nuovo assetto del gruppo dei “Mazzaroti”.

Cammisa Giuseppe

Artino Salvatore ha reso significative rivelazioni anche sulle più recenti evoluzioni del gruppo criminale operante in Mazzarrà Sant’Andrea.
Il collaboratore ha riferito che Cammisa Giuseppe ha sempre fatto parte del gruppo dei “Mazzarroti” fin dall’epoca in cui a capo della congrega si trovava Calabrese Tindaro, cognato del Cammisa, permanendovi anche dopo l’arresto di quest’ultimo a seguito dell’operazione cd. “Vivaio”, allorquando il comando era passato nelle mani del padre, Artino Ignazio (“Con Tindaro Calabrese erano inizialmente affiliati Angelo Bucalo, Giovanni Pino, Peppe Cammisa, Maurizio Trifirò, Roberto Martorana, Massimo Giardina, Carmelo Perrone; costoro, dopo l’arresto di Calabrese, sono entrati nel gruppo di mio padre Artino Ignazio” – verbale del 12.8.2013).
Il collaboratore ha poi ricordato che Cammisa aveva continuato ad essere organico al gruppo dei Mazzaroti anche nel periodo successivo, durante la reggenza di Bucolo Angelo e Perroni Carmelo (“Come ho già detto, agli inizi del 2012 ho costituito a Mazzarrà un mio gruppo criminale. In precedenza, prima che io costituissi questo mio gruppo, a Mazzarrà vi era un gruppo comandato da BUCALO Angelo, detto “sciuscia”, e Carmelo PERRONE, i quali si avvalevano di PINO Giovanni, CAMMISA Giuseppe, ed un marocchino di nome “MIROUD”, di cui non conosco il nome ed il cognome preciso. Quest’ultimo gruppo operava a Mazzarrà sin dagli arresti che si sono verificati con l’operazione del giugno del 2011. Questo gruppo già in precedenza faceva capo a mio padre ARTINO Ignazio, quando costui era ancora in vita, e comprendeva anche MARTORANA Roberto e TRIFIRO’ Maurizio. In pratica, PERRONI, BUCOLO, PINO Giovanni e CAMMISA erano quelli del vecchio gruppo di Mazzarrà che erano rimasti sul territorio liberi di operare, dopo gli arresti che si verificarono nel giugno del 2011. Ora che ricordo, in questo gruppo, prima facente capo ad ARTINO Ignazio e poi più recentemente a BUCALO e PERRONE, era compreso anche Massimo GIARDINA, detto “coddu muzzu”. verbale del 27.9.2013), sebbene non fosse considerato completamente affidabile in ragione della sua abitudine di assumere stupefacenti (“CAMMISA Giuseppe, come ho già detto, faceva parte del gruppo, anche se a lui non venivano dette “tutte le cose” perché era considerato un soggetto meno affidabile in quanto rubava e comprava droga, che poi successivamente spacciava, da BUCOLO Salvatore, che chiamava “cucino”; non so se siano cugini davvero. In ogni caso anche lui faceva parte del gruppo”).
Precisava, tuttavia, che il Cammisa non fosse entrato a far parte del suo gruppo allorquando l’Artino si era determinato a spodestare Bucolo e Perroni, affermandosi come nuovo leader del clan, pur rendendosi disponibile, insieme a Essaoula Miloud, nel partecipare a diverse azioni criminali (Ho menzionato CAMMISA Giuseppe e MIROUD come facenti parte del gruppo di BUCOLO e PERRONI, mentre non li ho menzionati nel mio gruppo. In effetti questi due soggetti erano “come bandiere al vento” e quindi dove batteva il vento battevano loro, cosicchè a volte partecipavano anche ad azioni commesse dal mio gruppo. – verbale del 27.9.2013).
Così questi ultimi presero parte – secondo il racconto del collaboratore – ad alcune azioni delittuose di rilevanza strategica per il sodalizio, quali il furto a fini estorsivi compiuto ai danni di Dante Mariano (“Un altro reato che commettemmo in quel periodo fu quello ai danni di DANTE Mariano. Decidemmo in quel caso di non collocare bottiglie perché temevamo che parlasse con i Carabinieri. Dopo un primo tentativo andato a vuoto, gli rubammo il furgoncino alle due di notte. Autori del furto fummo io, CRISAFULLI, MUNAFO’ Giuseppe, CAMMISA Giuseppe e MILOUD.”), nonché l’attentato compiuto ai danni della discarica di Mazzarà Sant’Andrea (“REALE Giuseppe per conto del nostro gruppo ha compiuto un attentato alla discarica di Mazzarrà insieme ad altri soggetti, ossia TORRE Sebastiano e Carmelo CRISAFULLI ”PISTOLO”, all’incirca nel settembre del 2012. … TORRE Sebastiano, CRISAFULLI Carmelo e REALE Giuseppe fecero l’attentato alla discarica recandosi tutti e tre a bordo del mio motorino, un Majestic 125 di colore blu notte. Avevamo deciso di compiere quell’attentato io, PERRONE Carmelo e BUCOLO Angelo dal momento che la discarica di Mazzarrà non pagava più l’estorsione da diverso tempo, come successivamente andrò a specificare. BUCOLO Angelo, circa venti giorni prima, aveva già mandato CAMMISA Giuseppe ed il marocchino di nome MIROUD a fare danno presso la discarica, ma costoro non avevano portato a termine l’incarico dal momento che era scattato l’allarme della discarica, così come mi fu riferito da Peppe CAMMISA e poi confermato da BUCOLO Angelo.”).
L’Artino ha, poi, rivelato di essersi rivolto proprio Cammisa Giuseppe per vendicarsi di Torre Sebastiano e Crisafulli Carmelo, ritenuti coinvolti dell’omicidio del padre Ignazio (“Qualche tempo dopo l’appuntamento che diedi al TORRE ed al CRISAFULLI presso il cimitero delle macchine con l’idea di ucciderli, cosa che ovviamente non si verificò, diedi incarico a CAMMISA Giuseppe di contattare il marocchino MILOUD per vedere se costui era disposto a sparare a CRISAFULLI e TORRE; CAMMISA Giuseppe però mi fece sapere che MILOUD non se l’era sentita. In quella occasione consegnai la pistola di mio padre a Peppe CAMMISA affinchè la conservasse, come ho già riferito in precedenza.”).
Il collaboratore, da ultimo, ha ricordato come affidò proprio al Cammisa la pistola in precedenza detenuta da suo padre Ignazio affinchè la custodisse in un terreno di sua pertinenza (“Dopo quell’incontro non andato a buon fine, consegnai la pistola a CAMMISA Giuseppe, il quale la nascose in un suo terreno), la stessa che poi si fece restituire nell’aprile 2013 per poi consegnarla al fratello Alessandro affinché la occultasse (“Mio fratello Alessandro, sapendo di questa consegna si rivolse a CAMMISA Giuseppe e gli chiese di restituire a me quella pistola. In effetti da lì a poco tempo, all’incirca nell’aprile del 2013, CAMMISA Giuseppe mi restituì l’arma. Io a mia volta ho consegnato l’arma ad Alessandro dicendogli di sotterrarla in qualche posto, cosa che costui ha fatto. Non so dove Alessandro abbia materialmente occultato quella pistola.”).
***
Orbene, già le superiori dichiarazioni, valgono, ad opinione di questo decidente, a delineare, a carico dell’indagato, un quadro connotato da una indubbia capacità dimostrativa della fondatezza dell’assunto accusatorio.
Oltremodo puntuale è, infatti, il ricordo di cui questi si è reso portatore e specifico il ruolo di che ha addebitato all’indagato in relazione al periodo in cui la cellula criminale mazzarrota era retta dal padre e dai suoi successori, senza nascondere la peculiare posizione che il medesimo aveva assunto rispetto al gruppo che l’Artino aveva creato.
Numerose sono, poi, le emergenze – autonome alle propalazioni accusatorie offerte dall’Artino – che permettono, nei termini probabilistici richiesti dal contesto cautelare, di inquadrare l’indagato nella cellula criminale indicata dalla fonte di accusa, nonché di cogliere l’evoluzione cha ha connotato la sua posizione associativa.
***
Nell’esplicitare le ragioni sottese a detta determinazione, devesi anzitutto premettere come acclarati siano i rapporti di intensa frequentazione che l’indagato ha intessuto con i soggetti che, a dire dell’Artino, componevano il gruppo criminale.
Il quadro accusatorio acquisito nel corso del presente procedimento, con riferimento alle ipotesi delittuose di cui ai capi 13, 14, 15, 16 e 17 della rubrica, ha, poi, consentito di apprezzare la caratura criminale del Cammisa, che in epoca successiva agli arresti eseguiti nell’ambito dell’operazione di polizia “Gotha 4” (e della contestuale uscita di scena di Artino Salvatore) si è dedicato in modo sistematico alla raccolta delle estorsioni sul territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, espressamente correlando il proprio intervento ad imposizioni risalenti e consolidate negli anni, di cui lo stesso mostra non solo di avere piena conoscenza, ma anche titolo per subentrarvi.
Circostanza che non troverebbe una plausibile spiegazione se non ipotizzando una sua risalente intraneità al gruppo criminale operante sul territorio di Mazzarà Sant’Andrea, risultando assai difficile ritenere che, in caso contrario, il medesimo abbia potuto spendere il nome del sodalizio senza conseguenze.
È stato, altresì, accertato come lo stesso disponesse, insieme ai suoi compagni, di armi con cui meditavano di compiere un agguato, fallito solo a causa del passaggio di alcune volanti della Polizia di Stato.
Da ultimo non possono essere taciute le modalità con cui il Cammisa ha portato a termine una vera e propria spedizione punitiva nei confronti di un soggetto responsabile di aver commesso alcuni furti senza alcuna autorizzazione da parte dell’organizzazione.
Ma vi è di più.
***
L’attività captativa autorizzata nell’ambito del presente procedimento ha consentito di accertare la permanente operatività sul territorio di Mazzarrà Sant’Andrea di uno stabile sodalizio criminale di stampo mafioso, dotato di una struttura gerarchica in cui la raccolta del denaro viene esercitata in favore dell’associazione da coloro che si trovano in regime di libertà, posto che la forza intimidatrice promanante dall’esistenza stessa del vincolo associativo consentiva di esercitare un capillare controllo del territorio mediante l’imposizione del pizzo agli imprenditori della zona, in mutua cooperazione con i referenti di altri gruppi criminali.
In particolare l’intercettazione in modalità ambientale delle conversazioni sull’autovettura BMW SERIE 530d, in uso a Cammisa Giuseppe (RIT n. 419/14), ha consentito di monitorare le condotte di coloro che a quest’ultimo erano soliti accompagnarsi, documentando l’incessante programmazione da parte di tali soggetti di multiformi attività illecite, che vanno ben oltre le predette condotte estorsive, deponendo per una più articolata attività associativa.
***
In data 26 ottobre 2014 si trovavano a bordo della predetta autovettura Torre Sebastiano e Cammisa Giuseppe.
Dal tenore della conversazione si comprende che gli stessi fossero in procinto di recarsi ad un appuntamento nei pressi di Novara di Sicilia.
Dopo avere recuperato Munafò Salvatore, gli indagati raggiungevano il luogo convenuto, intrattenendosi a colloquio con alcuni soggetti di origine catanese (come desumibile dall’accento con cui gli stessi parlano).
Gli interlocutori introducevano le ragioni di quell’incontro.
Si dolevano del trattamento riservato ad un loro amico (con ogni probabilità un imprenditore operante nel settore dell’edilizia), ritenendo tale condotta contraria agli accordi ormai consolidati tra gruppi contrapposti, in relazione alla ripartizione di proventi di carattere – evidentemente – estorsivo (Uomo1 con accento Catanese: ora dico una cosa… questo signore che è un amico nostro, abbiamo avuto noialtri sempre ottimi rapporti con Tindaro) … questo signore favorevole a Tindaro, da questa parte e dall’altra… ora che vogliono maltrattare, per forza lo… questo è un amico nostro, le cose …(incomprensibile) … allora, i soldi delle pale ve li siete mangiati voi e soldi a noi non ce ne avete dato… il primo il signor…(incomprensibile)…).
La natura illecita di tali traffici è, infatti, indiscutibile.
Nonostante le resistenze del Torre, che si diceva all’oscuro da tali dinamiche (Sebastiano: io no,no… queste cose, queste cose non le so), i catanesi riepilogavano i termini degli accordi che li avevano durevolmente legati ai barcellonesi e che prevedevano una ripartizione dei proventi estorsivi riscossi per competenza territoriale (Uomo1 con accento Catanese: il primo il signor Tindaro, si è preso i soldi che ce li doveva portare a noi… ne abbiamo discusso in galera con Carmelo D’amico che poi si è pentito, i nostri soldi da questa parte e dall’altra… dice: “non travagghiari” i barcellonesi … dovevano portare i soldi, il signor Gnazzieddu e Turi Carcò e se li sono conservati… ma insomma, noi non siamo “pesci di brodo” come gli altri… capisci quello che ti voglio dire?), indicando esplicitamente storiche personalità di spicco della congrega mafiosa operante sulla zona tirrenica.
A fronte dei maldestri tentativi del Torre di trovare una giustificazione nel perseguimento di interessi comuni ( Sebastiano: si, come no! Uomo1 con accento Catanese: però le cose vanno alla …(incomprensibile)… lo capisco … siete stati maltrattati qua dalla legge, la legge ha maltrattato a noialtri… ma siamo amici, sempre una bandiera portiamo Salvatore: …(incomprensibile)… certo!), i catanesi censuravano il comportamento arrogante tenuto da uno dei soggetti barcellonesi che pretendeva una immediata definizione della posizione dell’imprenditore vicino al sodalizio etneo, minacciando di restare inerte rispetto ad una speculare faccenda (Uomo1 con accento Catanese: se questa persona è un amico nostro, quello che gli possiamo fare uscire gli facciamo uscire… ma se lui li pretende e pretende pure il discorso di sistemare pure la cosa di Bonina e devi sistemare la cosa qua non ci siamo più… …(incomprensibile)…non ci siamo più, glielo dico io…(incomprensibile)… non ci siamo più).
Più in particolare i catanesi rammentavano agli indagati di avere sempre rispettato gli imprenditori di Barcellona che si trovavano a lavorare nella provincia di Catania (Uomo2 con accento Catanese: “a Tindaro (ndr Tindaro Calabrese) gliene abbiamo lasciate ditte da questa parte, tante! Uomo1 con accento Catanese: con Tindaro siamo stati pure in galera… io ero nel carcere di Enna con Tindaro, con Tindaro ci dividevamo la notte col giorno… certe volte c’era una ditta che veniva di Giarre, quel cornuto di Pippo Castro: ogni volta … “gli interessa ai Barcellonesi”… “a posto Pippo, sono amici nostri, a posto”… capito quello che voglio dire io”,), mentre in quel frangente era stato imposto che quell’imprenditore, sebbene vicino all’organizzazione, venisse messo subito in regola da parte dei catanesi stessi, paventando che in caso contrario sarebbe stata ritardata la messa in regola nei dell’imprenditore Bonina, il quale – evidentemente – stava operando in area catanese (“…ora c’è una persona che è vicino a noi e lui per forza lo deve maltrattare e mi mandi a dire sempre questo discorso… se prima non sistemiamo questa, non sistema il fatto di Bonina con i Catanesi, ma che pupazzo sei… io gli dovevo dire…”).
Circostanza sulla quale anche gli indagati convenivano, rivelando di avere una consolidata conoscenza dei criteri sottesi alla sparizione dei proventi estorsivi (Uomo1 con accento Catanese: che discorsi sono, che discorsi sono… questo è un amico… (incomprensibile)… viene una ditta vostra a Giarre Uomo2 con accento Catanese: quanto ve ne abbiamo lasciati noialtri… Sebastiano: allora lo sai che facciamo… Uomo1 con accento Catanese: capiscimi, è una ditta vostra apposto non ci sono cose … ma no che io per esempio prendo…. Giuseppe: allora da quando è che è detto, è sempre stato così… giusto? sempre così!! Sebastiano: è una cosa normale, lo sai che facciamo… Giuseppe: dico, io non è per qualche cosa, ma è da quando avevo tredici anni che ci sucu a minna! Sebastiano: se voi… se voi permettete, permettete… Giuseppe: ed è stato sempre così), dando piena ragione agli interlocutori catanesi.
Il Torre si mostrava, quindi, disponibile ad occuparsi dell’accaduto ed a concordare con il soggetto barcellonese un incontro teso a definire i termini economici dell’accordo, consapevole della gravità dei fatti che avevano indotto uno dei catanesi (tale Carmelo) a violare le prescrizioni imposte con la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di p.s. (“Sebastiano: allora guarda che facciamo, guarda che facciamo, perchè io sono preciso, Carmelo lo… sono preciso, tu stai rompendo la sorveglianza e sei qua… io ora vado e glielo dico, ti telefona, prendete un appuntamento e viene lui direttamente.. come state facendo voi…” Uomo1 con accento Catanese: io sono qua… Sebastiano: io ora vado e glielo dico, ti telefona, prendete un appuntamento e viene lui direttamente.. come state facendo voi… Uomo1 con accento Catanese: e poi un’altra cosa, dice: “io scendo solo quando mi devono dare i soldi”… i soldi poi te li dò io personalmente… Sebastiano: ora glielo dico … glielo dico… Uomo1 con accento Catanese: poi i soldi te li do io personalmente Uomo2 con accento Catanese: te la ricordi quest’altra parola, no… Sebastiano: glielo dico …(incomprensibile)… io Uomo1 con accento Catanese: se tu scendi, poi te li do personalmente io i soldi Uomo2 con accento Catanese: dice: ” mi devi chiamare quando ci sono i soldi” Sebastiano: ti sto dicendo, ora io glielo dico e viene lui personalmente…).
La mancata comparizione del diretto interessato veniva giustificata dal Torre in correlazione alle vicessitudini giudiziarie che lo avevano visto coinvolto nei giorni precedenti (“Sebastiano: ora quattro giorni fa, quattro giorni fa gli hanno notificato un anno e mezzo di sorveglianza… quindi mi ha chiamato ieri e mi ha detto: “puoi venire qua”), giustificazioni non soddisfacenti per gli altri (Uomo1 con accento Catanese: io non gli dico niente… io la cosa la nascondo lo stesso e gli dico: hanno avuto traffici per via della legge, la cosa io la nascondo… ma giustamente…), in quanto era stati espressamente mandati per conto dell’organizzazione (Uomo1 con accento Catanese: siccome giustamente lui mi deve dare una risposta a me, io gliela devo dare alla “famiglia”, è giusto?).
Sulla strada di ritorno gli indagati commentavano i toni della conversazione intercorsa, riepilogando le informazioni che avrebbero dovuto riportare (Sebastiano: volevano sistemata una cosa e lui gli ha detto: gliela sistemo… però mi dovete sistemare questa… noi sistemiamo questa e tu ci sistemi quella… Salvatore: …la corda è nodi nodi e poi paga chi non ha colpa ..ti ho detto, quello mi ha fatto capire e c’eri pure tu … Sebastiano: si Salvatore: dice: “quando ti vieni a prendere quelle cose mi devi dare i soldi a me” Sebastiano: questo l’ha rotto Salvatore: dice: ” e poi te li do io”… uhm.. Sebastiano: lui non gliene doveva dare Giuseppe: mi dovete chiamare solamente .. Sebastiano: lui … Giuseppe: mi dovete chiamare solamente… mi dovete chiamare… ma queste sono parole, Sebastiano, quando uno vuole stringere un contatto con altre persone… queste sono parole, dico: “voi mi dovete chiamare solamente quando mi dovete dare i soldi!”, questo è stringere delle… dei gemellaggi, parliamo, per dire in italiano…!! Sebastiano: si … Sebastiano: si… Giuseppe: gemellaggio con altre persone, queste sono parole che nemmeno dalla bocca gli devono uscire!!! Sebastiano: ma è una cosa normale!), pur censurandone i toni (Giuseppe: perchè … le cose vanno passo per passo e allora … Sebastiano: io ti sistemavo una cosa, e tu mi sistemavi questa cosa! Giuseppe: benissimo… ma tu non glielo puoi dire a queste persone qua: “tu mi devi chiamare a me solamente quando mi dovete dare i soldi!”… perchè, ma se io ho un altro problema che mi devi sistemare nella tua zona, per dire, io non ti posso chiamare… e allora che gemellaggio abbiamo, dei coglioni!!!. …omissis…).
Il successivo 29 ottobre 2014 interveniva un nuovo incontro in Mazzarrà S. Andrea.
Mentre si trovavano a bordo dell’autovettura oggetto di intercettazione, Cammisa e Torre commentavano con fastidio l’imminente incontro preteso dai Catanesi (Torre: vediamo quello che cazzo vuole questo! Cammisa: ma chi è? Torre: ma quello, Carmelo… Cammisa: il (incomprensibile)… Torre: deve parlare con me… Cammisa: il catanese, il catanese! ..ma che cazzo vengono tutti i giorni qua, questi? Torre: boh … no, no … diritto…), ripromettendosi di non intromettersi nelle questioni che occupavano costoro ed i membri del gruppo barcellonese (Torre: vediamo che vuole, che novità ci sono… io oggi là sotto sono sceso, gliel’ho detto… Cammisa: l’ultima volta che sono andati, non hanno fatto niente? Torre: io gliel’ho detto… no.. no… no… non lo so, mi ha detto: gli devi dire che non ne vogliamo legami stop e basta… Cammisa: con chi, con questi qua? Torre: questi con quelli…i barcellonesi con quelli non ne vogliono! Cammisa: uhm… Torre: i vecchi sono vecchi, dice… “vuol dire che c’è qualche cosa di grosso con i vecchi”, questi sono pure grandi… “non mi ti pari chi e’ chiddu” … “u …(incomprensibile)…” Cammisa: noh…).
Il Torre giungeva, tuttavia, armato all’incontro ed era pronto a reagire ad eventuali aggressioni da parte dei catanesi (Cammisa: qua sono, sempre con la solita macchina Torre: si, loro sono… apri gli occhi, va bene?… eventualmente se ci sono cose “scafuddamu” … niente, ragazzi sono, va bene, ma tu apri gli occhi!!).
Durante la conversazione – solo parzialmente intellegibile in quanto i conversanti si trattenevano al di fuori dell’autovettura – venivano ulteriormente ribadite le posizioni assunte durante il precedente incontro, come sinteticamente commentato dal Cammisa e dal Torre alla fine dell’incontro (Cammisa: questo … Torre: come non vogliono…(incomprensibile) … Cammisa: hai detto che non vuole sapere niente? Torre: non lui!… l’altro… l’altro, dice: noi non abbiamo niente a che “nacare”, dice …(incomprensibile) .. vengono qua loro… vengono qua e ci sediamo a tavolino qua, no noialtri là .. oggi gli ho detto, guarda… dice, a me … gli ho detto: cosi… cosi… mi hanno detto che salivi, no… gli ho detto di salire al paese, gli ho detto: si … oh… vengono là, no che tu devi salire là in mezzo ad una strada …vengono là, e te lo dicono là quello che ti devono dire …(incomprensibile) …domani mattina glielo dico… Cammisa: …(incomprensibile) .. basta, basta con questi vecchi… Torre: capito o no, e mi sembra che quello là …(incomprensibile) … quello è mezzo “cirividdanu”, quello che parlava quello lungo. Cammisa: uhm… Torre: mi hai capito o no? … questi siccome le cose le sanno, dice: noialtri… quelli sono cazzi suoi, quando escono se ne parla… capito qual’è tutto il sugo del discorso!! Cammisa: si! omissis Torre: questo fa avanti e indietro …(incomprensibile)… Cammisa: chi, Carmelo? Torre : si, poi dice … in questo avanti ed indietro Torre: in questo avanti ed indietro, se ci beccano ci beccano a noialtri, dice… facendo avanti e indietro ci incula a noi altri).
***
Qualche giorno dopo veniva captata un’altra conversazione di indubbio interesse investigativo.
Cammisa Giuseppe riferiva ad un ignoto interlocutore di un incontro avuto con Bucolo Angelo, nel corso del quale quest’ultimo aveva confidato alcune notizie riservate in merito alla imminente emissione provvedimenti restrittivi, invitandolo a tenere un comportamento discreto.
***
In data 31 dicembre 2014 Cammisa Giuseppe e Salvo Orazio, dopo avere incontrato Torre Sebastiano, intraprendono una dettagliata discussione in merito alla composizione che il gruppo di cui gli stessi fanno parte è andata assumendo.
Prendendo spunto dalla posizione del Torre, su espressa richiesta del Salvo (S: ma questo che ruolo ha preso? C: chi? Salvo Orazio abbassa il tono delle voce: Sebastiano… C: lui? : uhm… non ho potuto capire che gli ha detto a quello, quella sera: “qua comanda… ” e non ho capito il nome che ha fatto C: no, gli ha detto: “ora” … gli ha detto: “ora c’è chi comanda” gli ha detto… S: qua comanda… ma non ho capito il nome che ha fatto C: no, ha detto: “qua c’è chi comanda a Mazzarrà”.. S: ah.. così ha detto? C: si…), Cammisa Giuseppe non esita a fornire precise indicazioni su alcuni degli affiliati, indicati con i soprannomi con cui erano identificati (S: siamo noialtri soli? C: se i ruoli… S: solo noi dico, quelli che eravamo l’altra sera …(incomprensibile)… C: ci sono, ci sono dei ruoli per dire interdetti… S: uhm, uhm… C: ma non… S: quindi tu e “u sceccu” Cammisa Giuseppe abbassa il tono della voce: “l’annu a puttari sempri o italiano” S: uhm.. si, ma lui oramai mi sembra che è della “vecchia” C: no, ma sempre insieme… (incomprensibile)… S: si ma lui è della “vecchia” … C: poi c’è lo “zingaro” di qua … S: lo “zingaro”? C: di qua… C: “Malossi” S: …(incomprensibile)… C: il “Malossi”… S: ah! C: e poi ci siamo noi due… te l’ho detto, sono ruoli… S: e basta? .. quindi quello proprio zero … C: sono ruoli interdetti…vah).
Mette conto evidenziare che, in linea con quanto già emerso, anche in tale occasione gli interlocutori ribadiscono il ruolo di collettore finale dei proventi estorsivi rivestito da Italiano Salvatore (già emerso con riferimento alle singole fattispecie estorsive di cui Cammisa, Salvo e Torre sono stato ritenuti gravemente indiziati), nonostante lo stesso facesse parte della vecchia guardia, circostanza che non veniva ritenuta ostativa al persistere del legame associativo (“ S: uhm.. si, ma lui oramai mi sembra che è della “vecchia”; C: no, ma sempre insieme…; S: si ma lui è della “vecchia” …”).
Un riferimento alla ripartizione dei ruoli tra i diversi associati era stato compiuto dal Cammisa già in una precedente conversazione.
Comunicando al Salvo di essere in procinto di effettuare l’ennesima consegna di denaro ad Italiano Salvatore (C: ora come torniamo, gli dò i soldi a questo merda, per portarglieli a Salvatore…), il Cammisa riferiva all’interlocutore l’esistenza di precise gerarchie, cui si doveva obbedire e non si poteva derogare (“C:… ognuno, qua, d’ora in poi, ha il suo compito, perciò… così non c’è nè io, nè tu… nè tu, ne io… quello… uno decide e l’altro deve fare…; S: uhm… ed io che faccio? C: tu fai quello che ti dico io… già è importante … pensa che quando ti dico una cosa io, vuol dire… tuo compare lo sa cosa si deve fare!”).
***
Che gli indagati avessero intrapreso un articolato programma criminoso, teso ad un pervasivo controllo del territorio, è ipotesi ricostruttiva dotata di plurimi riscontri.
In una ulteriore conversazione ambientale del 10 dicembre 2014, Cammisa Giuseppe rivelava al Salvo che Torre Sebastiano, detto “il corto”, avesse imposto alcune assunzioni presso la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, tra cui quella dello stesso Cammisa (C: c’è quello che ha preso… sta prendendo accordi là sotto con la discarica S: eh… C: “il corto” S: uhm… C: dice: “ora queste cose aprono” S: uhm.. C: dice: “dieci li stabilisce lui” gli ha detto a quelli là… perchè non lo so se ci sono trenta… S: ma tu parli di …(incomprensibile)… C: …(incomprensibile) … o trenta cinque posti di lavoro S: uhm C: dice: che dice, che li stabilisce lui chi deve lavorare, tanto a lui non gli cambia niente (ndr: si riferisce a Torre Sebastiano che stabilirà chi sono i dieci lavoratori) S: …(incomprensibile)… C: a gennaio, penso che se lo prendono …(incomprensibile)… C: mi ha detto: “tu che vuoi fare?” … no che voglio fare, gli ho detto, a me mi tocca! … allora gli ho detto: facciamo un’altra cosa, sono nove i posti di lavoro… tanto dice, che il suo è sicuro … questa discussione fa).
Circostanza quest’ultima che ha trovato piena conferma nella nota n. prot. 139/18-1 di prot. del 5 settembre 2013 della Compagnia C.C. di Barcellona, relativa alle pretese avanzate da Cammisa Giuseppe e Torre Sebastiano nei confronti di Crisafulli Antonino, presidente della società Tirrenoambiente, chiedendogli dei posti di lavoro.
***
Gli stessi indagati erano, del resto, consapevoli dei rischi correlati alla attività poste in essere.
In data 23 aprile 2014 veniva captata una conversazione ambientale fra Cammisa Giuseppe e Salvo Orazio, in cui gli stessi si dicevano pronti ad affrontare un eventuale arresto, che ritenevano ormai imminente, sebbene il Salvo riteneva di non avere nulla da temere rispetto alle rivelazioni di Campisi Salvatore, competente su un diverso territorio (“S: Perchè non è che con quello avevamo a che fare… no… con quello di Terme… per niente…!”).
SALVO Orazio cercava di consolarsi, affermando come essi non avessero nulla da temere dalle dichiarazioni di CAMPISI Salvatore, persona che non frequentavano.
Timori che venivano ribaditi dal Cammisa il successivo 10 giugno 2014 (“dice Sebastiano … ha detto: prepariamoci “i robbi” che a fine mese c’è la retata…. C: dice: mi ha detto… se non è giorno 30 è l’1 o il 2 di Luglio, perchè lui non si era sbottonato mai… minchia, ci ha detto di prepararci la borsa…”), mostrandosi moderatamente preoccupato rispetto alla scelta collaborativa di Artino Salvatore ( (“…e quello della sala giochi ti pare che scherza? se la vedono loro, va… io speriamo che me la cavo… non dovrei avere problemi..”).
***
Gli elementi riportati offrono un individualizzante riscontro alle convergenti dichiarazioni rese nei riguardi del Cammisa da Salvatore Artino.
Sebbene le propalazioni accusatorie appena citate afferiscano ad un periodo temporale differente da quello rappresentato dalle intercettazioni riportate, non può certamente sfuggire come queste ultime descrivano la naturale evoluzione della posizione associativa indicata dal collaboratore.
La risalente vicinanza del Cammisa (insieme al Torre ed all’Italiano) all’organizzazione – certamente agevolata dal rapporto di parentela che lo legava ad una figura di spicco del clan dei Mazzarroti – ha favorito il consolidamento di una nuova compagine associativa che intende imporsi nel panorama delinquenziale gestendo il racket delle estorsioni e mantenendo rapporti con i gruppi criminali più influenti.
La fitta rete di contatti personali e telefonici intercorsi tra i sodali, la comunanza di interessi criminali, la pianificazione di comuni strategie delittuose, la gerarchizzazione dei rapporti tra gli affiliati e la ripartizione dei ruoli all’interno della consorteria, nonché l’esistenza di accordi e rapporti di reciproca influenza con gli altri clan mafiosi siciliani, costituiscono sintomi inequivocabili di un’associazione criminosa posta in essere dagli indagati con evidente “affectio”.
Particolarmente significativo, al fine di affermare la caratura criminale del sodalizio e la capacità dello stesso di incutere timore e assoggettare alla propria volontà – anche a prescindere dalla concreta esplicazione di atti di violenza – appare l’episodio delittuoso descritto al capo 13 della rubrica, in cui si evidenzia la tipica metodologia mafiosa, che non si estrinseca necessariamente in atti violenti ma si avvale della forza di intimidazione e dello stato di assoggettamento della persona derivante dalla convinzione di trovarsi esposti a pericolo.
Le stesse modalità con cui vengono condotte dagli indagati le descritte estorsioni, e la devoluzione del ricavato ad un unico collettore (anche al fine di non attirare le censure di altri soggetti coinvolti), depongono nel senso di una concordata strategia operativa, univocamente rivolta al consolidamento delle finalità associative.
In tale assetto il Cammisa risulta perfettamente inserito, partecipando alle vicende più salienti della vita associativa.
Lo stesso è stato frequentemente intercettato mentre discuteva con gli altri sodali in merito a somme di denaro riscosse e/o dovute, senza un apparente titolo legittimo.
In particolare, commentando il pestaggio di cui era rimasto vittima Pantè Mario in conseguenza del mancato versamento di proventi riscossi in una zona in cui non erano competenti, il Cammisa lascia intendere come tale condotta risultasse trasgressiva degli accordi esistenti in una dimensione associativa (“C: ah, sta a casa… esce di meno… A: eh.. e come mai? C: dopo che le ha buscate… lui all’epoca ha buscato, un paio di punti qua nell’orecchio… nella testa… così impara a parlare di meno, mamma.. perchè la linguetta ce l’ha sciolta… io all’epoca glielo avevo detto e lui non mi ha creduto… ad agosto, ad agosto… va questo in questi mesi per dire… tra aprile e agosto se ne sale a Campogrande e si fa dare i soldi di quelli… come si permette, come si permette… se li è presi lui e poi li ha dovuti rimpiazzare, mille euro… A: ah, se li è presi e non ha fatto niente.. se li è tenuti lui e basta! C: si, perchè gli servivano…”).
Lo stesso prende, poi, parte all’incontro del 26 ottobre 2014 con tre soggetti catanesi, avente ad oggetto il sistema di estorsioni “incrociate” concordato fra diverse organizzazioni mafiose e rivolto a chiarire alcuni problemi insorti in quello specifico settore, con espliciti riferimenti al ruolo ed alle figure di autorevoli esponenti del clan barcellonese.
In tale frangente il Cammisa ricordava il rispetto reciproco che era sempre intercorso fra la famiglia barcellonese e catanese (“Giuseppe: allora da quando è che è detto, è sempre stato così… giusto? sempre così!!”), secondo una consolidata esperienza nel settore delle estorsioni (“Giuseppe: dico, io non è per qualche cosa, ma è da quando avevo tredici anni che ci sucu a minna! … ed è stato sempre così!”).
Concluso l’incontro l’indagato censurava con il Torre il comportamento degli interlocutori, osservando come se si fossero mantenuti determinati toni sarebbe stato compromesso il gemellaggio fra le due consorterie (“Giuseppe: mi dovete chiamare solamente… mi dovete chiamare… ma queste sono parole, Sebastiano, quando uno vuole stringere un contatto con altre persone… queste sono parole, dico: “voi mi dovete chiamare solamente quando mi dovete dare i soldi!”, questo è stringere delle… dei gemellaggi, parliamo, per dire in italiano…!! … gemellaggio con altre persone, queste sono parole che nemmeno dalla bocca gli devono uscire!!!; Sebastiano: io ti sistemavo una cosa, e tu mi sistemavi questa cosa! Giuseppe: benissimo… ma tu non glielo puoi dire a queste persone qua: “tu mi devi chiamare a me solamente quando mi dovete dare i soldi!”… perchè, ma se io ho un altro problema che mi devi sistemare nella tua zona, per dire, io non ti posso chiamare… e allora che gemellaggio abbiamo, dei coglioni!!!”).
Nella conversazione del 31 dicembre 2014 era lo stesso Cammisa a rivelare al Salvo l’attuale composizione del gruppo, riconoscendo il ruolo di primo piano rivestito da Italiano Salvatore, e Bucolo Angelo, rispettivamente cassiere e reggente del clan dei Mazzarroti.
Da ultimo il Cammisa esternava a Salvo Orazio le sue preoccupazioni in ordine ad eventuali arresti (“Per adesso siamo come quando inizia la caccia… che ci si mette alla posta del coniglio… In quel modo siamo… quando per dire… trapassiamo quella linea rossa… Che siamo fuori budget… loro… per dire prende …tum… e ci tirano… perciò noi per adesso dobbiamo stare di dentro… in modo che abbiamo come uno scudo… per adesso ho un paio di palle… La sera prima che mi corico ce li ho qui davanti… ma no per il… perchè io lo so… loro per adesso vogliono che noi sbagliamo… perchè dove loro non possono avere una prova) sebbene il suo interlocutore rammentasse come non avessero nulla da temere dalle dichiarazioni di Campisi Salvatore, referente di una diversa cellula criminale (“S: Perchè non è che con quello avevamo a che fare… no… con quello di Terme… per niente…!”).
***
Sebbene l’Artino abbia, quindi, attribuito all’indagato la veste di occasionale “fiancheggiatore” del consorzio all’epoca della operatività del gruppo dal primo capeggiato, gli esiti dell’attività captativa depongono nel senso di un ruolo pienamente organico alla struttura criminale mazzarota.
Tale apparente contrasto non rappresenta, ad opinione di questo decidente, fonte di alcuna perplessità, posto che profondamente diverso è l’angolo prospettico dal quale la figura del Cammisa viene ad essere definita.
Si consideri, infatti che la conoscenza dell’Artino si arresta al momento in cui il medesimo è stato arrestato nell’ambito del proc. pen. n. 3666/11 R.G.N.R., dato che assume speciale rilievo avuto riguardo alla peculiare storia della cellula criminale operante a Mazzarà Sant’Andrea, descritta proprio nell’ordinanza applicativa di tale misura di rigore.
Tale articolazione territoriale ha, infatti, subìto repentini stravolgimenti nella sua composizione per il susseguirsi di numerose operazioni di polizia che hanno interessato i vertici del consorzio, sicchè è stata favorita l’emersione di figure criminali nel passato relegate a posizioni marginali .
Che tale sia stato il destino del Cammisa è, dunque, ipotesi del tutto verosimile e supportata da solidi riscontri.
Può, pertanto, ritenersi che l’indagato, già in passato mostratosi disponibile nei riguardi dei membri del sodalizio, abbia assunto un ruolo sempre più specifico, aderendo alle logiche associative con maggiore consapevolezza.
***
Da quanto sopra evidenziato può, dunque, concludersi che il Cammisa sia soggetto stabilmente inserito nel sodalizio, a conoscenza delle dinamiche criminali e dei rapporti con gli altri gruppi mafiosi e delle attività criminose portate avanti dall’associazione, in un momento della vita a associativa in cui i maggiorenti del gruppo sono detenuti ed è pertanto necessario ricorrere a “nuove leve” in grado di supportarli nella gestione delle attività criminali della consorteria.

Torre Sebastiano

Artino Salvatore ha indicato Torre Sebastiano come uno dei soggetti che ha fatto parte del suo gruppo fin dalla sua costituzione, precisando come lo stesso, da sempre a disposizione dell’organizzazione sebbene non formalmente affiliato, avesse sollecitato la creazione di una nuova compagine associativa da contrapporre a quella retta da Bucalo e Perroni (“Agli inizi del 2012 ho deciso di costituire un gruppo autonomo a Mazzarrà. Come ho già detto io avevo ricevuto le lamentele di MUNAFO’ Giuseppe, figlio di Aldo, per il fatto che non arrivavano dall’organizzazione i soldi necessari per il mantenimento della famiglie dei detenuti e per le spese legali… Sempre in quel periodo fui chiamato da TORRE Sebastiano, cognato di CRISAFULLI Carmelo, detto “pistolo”. In quel momento costui non faceva parte dell’organizzazione ma “le cose le sapeva” ed era stato già a disposizione di mio padre “per ogni cosa”, intendendo perciò anche attività illecita. Il TORRE mi sollecitò e mi disse: “ma perché non ci muoviamo anche noi, invece di lasciare tutto in mano a quei quattro babbi…”, intendendo in particolare BUCOLO e PERRONE. Il TORRE mi disse anche : “Come mai amu statu sempi a Pozzu di Gotto e ora siamo a san Giovanni?” riferendosi al fatto che in questo momento comandava PERDICHIZZI Giovanni. Io all’inizio gli dissi di lasciare perdere, ma successivamente iniziammo ad organizzarci sul territorio, anche cercando di capire chi fossero gli uomini validi su cui affidarci. Fu così che iniziammo a costituire un gruppo su Mazzarrà di cui facevamo parte, io, TORRE Sebastiano, CRISAFULLI Carmelo, detto “Pistolo”, MUNAFO’ Giuseppe, figlio di Aldo” – verbale del 27.9.2013).
Ed invero, a detta del collaboratore, Torre Sebastiano partecipò attivamente alla lunga serie di attentati a fini estorsivi posti in essere dal gruppo di Artino (“Da quel momento in poi, io iniziai a chiamare “PISTOLO”, MUNAFO’ Giuseppe e TORRE Sebastiano ed iniziammo a “fare danno” a Mazzarrà, nel senso che iniziammo a commettere reati nel territorio di Mazzarrà e dintorni, senza peraltro informare preventivamente BUCOLO e PERRONE. Noi ci muovemmo in questo senso per far loro capire che non ci spaventavamo e che “la musica era cambiata”.”), tra cui quello compiuto ai danni dell’imprenditore florovivaistico CARUSO Gaetano (“All’inizio dell’anno 2012 venne effettuato il furto dei poter ai danni di Caruso Gaetano. Questo furto fu commesso da me, Torre Sebastiano, Giuseppe Munafò e Carmelo Crisafulli, inteso “pistolo”.”) nonchè numerosi attentati incendiari organizzati sul territorio di Mazzarrà (“Io ed il mio gruppo abbiamo collocato nel territorio di Mazzarrà Sant’Andrea diverse bottiglie incendiarie presso vari imprenditori che sapevamo essere in grado di pagare. Io e TORRE Sebastiano abbiamo collocato una bottiglia incendiaria presso il vivaista MUNAFO’ Mario; in particolare, TORRE ha collocato la bottiglie ed io l’ho accompagnato con la mia BMW. In altre occasioni le bottiglie incendiarie sono state collocate da CRISAFULLI Carmelo e MUNAFO’ Giuseppe, costoro hanno collocato le bottiglie presso Antonino BAGLIONI; SIMONE, chiamato Tommasino; LEONTI Federico; tale MIANO, almeno noi lo chiamiamo così perché è il nipote di un tale MIANO; non ricordo se quest’ultima ditta è intestata a MIANO oppure a BISOGNANO Daniele” – verbale del 27.9.2013).
L’Artino precisava, quindi, come il Torre avesse avuto un ruolo di primo piano nell’attentato programmato ai danni della discarica di Mazzarà Sant’Andrea (“REALE Giuseppe per conto del nostro gruppo ha compiuto un attentato alla discarica di Mazzarrà insieme ad altri soggetti, ossia TORRE Sebastiano e Carmelo CRISAFULLI ”PISTOLO”, all’incirca nel settembre del 2012. … TORRE Sebastiano, CRISAFULLI Carmelo e REALE Giuseppe fecero l’attentato alla discarica recandosi tutti e tre a bordo del mio motorino, un Majestic 125 di colore blu notte. Avevamo deciso di compiere quell’attentato io, PERRONE Carmelo e BUCOLO Angelo dal momento che la discarica di Mazzarrà non pagava più l’estorsione da diverso tempo, come successivamente andrò a specificare.”).
Il collaboratore ha ricordato come egli fu proprio Torre Sebastiano a fungere da tramite per contattare il sindaco Bucolo Salvatore e convincerlo a riprendere i pagamenti a titolo estorsivo da parte della discarica (“Fu proprio a causa di questi ritardi nei pagamenti da parte della società TIRRENO Ambiente che decidemmo di compiere nel settembre del 2012 l’attentato ai danni della discarica. Dopo l’attentato io contattai BUCOLO Angelo e gli chiesi di parlare con suo fratello BUCOLO Salvatore che in quel periodo era Sindaco di Mazzarrà per convincerlo ad intervenire nei confronti della società Tirreno Ambiente e convincerla a riprendere a pagare le somme a titolo estorsivo. BUCOLO Angelo mi rispose che non si fidava di suo fratello e che aveva paura che costui “ci avrebbe fatto ‘ttaccare”. Dopo questo incontro decisi ugualmente di contattare il sindaco di Mazzarrà BUCOLO Salvatore. Fissai un appuntamento con costui tramite TORRE Sebastiano presso il Cimitero di Mazzarrà. Preciso che io diedi incarico a TORRE Sebastiano di procurarmi un incontro con il Sindaco e quest’ultimo decise di vedermi presso il Cimitero di Mazzarrà.”).
Il collaboratore ha, inoltre, indicato nel Torre il custode di armi e munizioni – di cui non era in grado di descrivere modello e caratteristiche – a disposizione del gruppo almeno fino al momento del suo arresto (“A.D.R.:TORRE Sebastiano mi disse che le munizioni per quei due fucili se le procurava direttamente prendendole a Milazzo e pagandole cento euro ogni duecento colpi. Specifico che quei due fucili erano occultati nello stesso posto ed erano a disposizione del gruppo anche se quelli che li utilizzavano in modo specifico erano soprattutto REALE e “pistolo”. Riferirò successivamente che una di quelle armi venne utilizzata da MUNAFO’ Giuseppe. A.D.R.: Le cartucce erano occultate sopra il cimitero di Mazzarrà, in un terreno nella disponibilità di TORRE Sebastiano. I due fucili, invece, sono occultati in località Siberia del Comune di Mazzarrà, in un terreno di proprietà di Pietro TORRE e nella disponibilità di TORRE Sebastiano. Quelle munizioni e quelle armi sono state custoditi in quei luoghi certamente fino a luglio del 2013, data del mio arresto. Dopo non so dire. A.D.R.: Non sono in grado di descrivere con precisione questi due fucili, ricordo che uno era a doppia canna e piuttosto corto.”), precisando che di tali armi si erano avvalsi alcuni sodali per portare a termine singoli attentati, tra cui quello ai danni del macellaio Nino Raffa, da parte di Reale Giuseppe.
Da ultimo, il collaboratore ha riferito che il Torre aveva preso parte alla riunione durante la quale venne deliberato lo scioglimento del gruppo (La decisione di sciogliere il gruppo composto da me, TORRE Sebastiano, Giuseppe MUNAFO’, Giuseppe REALE, CRISAFULLI Carmelo detto “pistolo”, non avvenne in modo tacito ma a seguito di una riunione che si tenne presso la mia sala giochi. In quella occasione eravamo presenti io, MUNAFO’ Giuseppe e TORRE Sebastiano il quale interveniva anche a nome di suo cognato CRISAFULLI Carmelo. Mancava REALE Giuseppe, ma la sua presenza non era decisiva perché quello che avremmo stabilito in quella occasione sarebbe comunque andato bene per lui. Ci sedemmo a tavolino e fui io a dire che in quel modo non ne valeva la pena e che dunque era meglio sciogliere il gruppo. Era ovvio che rimanevamo sempre amici ed in contatto tra di noi e che dunque potevamo contare uno sull’altro”) e di avere appreso solo successivamente che lo stesso aveva cospirato contro suo padre, fornendo a Campisi Salvatore e Maio Carmelo assistenza in relazione all’attentato in cui Artino Ignazio era rimasto vittima (“Tutto ciò anche perché in quel momento io non ero ancora venuto a conoscenza dell’appoggio che CRIUSAFULLI Carmelo e TORRE Sebastiano avevano fornito a CAMPISI e MAIO per l’uccisione di mio padre. Scoprii quella circostanza, decidendo di vendicarmi, circa uno o due mesi dopo, come ho già detto in altri verbali”) , maturando, quindi, propositi di vendetta (“Qualche tempo dopo l’appuntamento che diedi al TORRE ed al CRISAFULLI presso il cimitero delle macchine con l’idea di ucciderli, cosa che ovviamente non si verificò, diedi incarico a CAMMISA Giuseppe di contattare il marocchino MILOUD per vedere se costui era disposto a sparare a CRISAFULLI e TORRE; CAMMISA Giuseppe però mi fece sapere che MILOUD non se l’era sentita. In quella occasione consegnai la pistola di mio padre a Peppe CAMMISA affinchè la conservasse, come ho già riferito in precedenza”).
***
Anche con riguardo alla posizione di Torre Sebastiano le emergenze compendiate nel presente procedimento hanno consentito di apprezzare come l’indagato, dopo l’arresto di Artino Salvatore nell’ambito dell’operazione “Gotha 4″, abbia mantenuto una posizione associativa ben definita, dedicandosi in modo sistematico alla raccolta delle estorsioni ed alla commissione di altri delitti nell’interesse dell’organizzazione criminale operante in Mazzarrà Sant’Andrea.
Basti avere riguardo, a mero titolo esemplificativo, alla fattispecie delittuosa commessa ai danni dei titolari dell’hotel – ristorante “La Rosa dei Venti” (di cui al capo 14 della rubrica), in cui l’imposizione del giogo estorsivo da parte degli indagati va ad innestarsi su di un solco già tracciato in precedenza da autorevoli esponenti dell’organizzazione con i quali il Torre, per stessa ammissione dell’Artino (che ha reso in proposito dichiarazioni autoaccusatorie), aveva già fattivamente collaborato e continua a relazionarsi.
Del tutto sintomatica appare al riguardo la costante devoluzione dei proventi estorsivi ad un unico collettore – identificato in Italiano Salvatore – che vale a delineare in maniera quanto più esplicita la dimensione associativa in cui tali vicende meritano collocazione.
Del pari il Torre è stato ritenuto gravemente indiziato del porto e della detenzione di alcune pistole, di cui gli indagati disponevano non solo in prospettiva dell’organizzazione di future azioni delittuose, ma anche per esercitare un pervasivo controllo sul territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, non esitando ad intervenire con sconcertante ferocia allorquando emergevano violazioni alle regole imposte.
Il semplice furto di alcuni capi di bestiame ha, infatti, scatenato la violenta reazione del Torre e dei suoi compagni, solo perché tale iniziativa non era stata avallata dal sodalizio mafioso di cui gli stessi facevano parte, di talchè gli stessi tendevano un agguato al presunto responsabile per impartirgli una lezione esemplare.
Ciò perché servisse da monito rispetto alla collettività (“Torre Sebastiano: questa storia si deve finire a Mazzarrà…!!!”), secondo un modus operandi tristemente noto negli ambienti malavitosi.
***
Ulteriori emergenze concorrono a rafforzare la fondatezza del giudizio appena espresso.
Soccorrono in tal senso alcuni elementi che vanno a riscontrare le dichiarazioni rassegnate da Artino Salvatore, principalmente desumibili dal tenore delle conversazioni captate in modalità ambientale sull’autovettura in uso a Cammisa Giuseppe (e compiutamente riportate in relazione alla disamina della posizione associativa di quest’ultimo), in cui si dà contezza della dimensione associativa dell’agire del gruppo.
Il Torre ha, innanzitutto, preso parte al summit intercorso in data 26 ottobre 2014 con alcuni esponenti della criminalità catanese, avente ad oggetto la reciproca gestione di alcune estorsioni sul territorio di pertinenza di altre organizzazioni.
In tale frangente è proprio il Torre ad interloquire con i catanesi sul sistema di estorsioni incrociate e sul ruolo di autorevoli esponenti della famiglia mafiosa barcellonese, convenendo con i primi in merito alle violazioni di cui si era reso responsabile un affiliato alla cosca di Barcellona P.G. (“Uomo1 con accento Catanese: se questa persona è un amico nostro, quello che gli possiamo fare uscire gli facciamo uscire… ma se lui li pretende e pretende pure il discorso di sistemare pure la cosa di Bonina e devi sistemare la cosa qua non ci siamo più… non ci siamo più, glielo dico io…!!; Sebastiano: si, si… è giusto così… allora uno fa … come state dicendo voi, come state dicendo voi, giusto…!!”), e facendosi portavoce delle rimostranze manifestate (Sebastiano: allora guarda che facciamo, guarda che facciamo, perchè io sono preciso, Carmelo lo… sono preciso, tu stai rompendo la sorveglianza e sei qua… io ora vado e glielo dico, ti telefona, prendete un appuntamento e viene lui direttamente.. come state facendo voi…”).
Sistema rispetto al quale il Torre, conversando con il Cammisa, rivela di ben conoscere i meccanismi, temendo che dall’atteggiamento poco rispettoso dell’ignoto soggetto barcellonese potesse derivare un pregiudizio per l’intera organizzazione, le cui alleanze avrebbero dovuto essere maggiormente tutelate (“Giuseppe: mi dovete chiamare solamente… mi dovete chiamare… ma queste sono parole, Sebastiano, quando uno vuole stringere un contatto con altre persone… queste sono parole, dico: “voi mi dovete chiamare solamente quando mi dovete dare i soldi!”, questo è stringere delle… dei gemellaggi, parliamo, per dire in italiano…!! …gemellaggio con altre persone, queste sono parole che nemmeno dalla bocca gli devono uscire!!!; Sebastiano: ma è una cosa normale!.. io ti sistemavo una cosa, e tu mi sistemavi questa cosa!; Giuseppe: benissimo… ma tu non glielo puoi dire a queste persone qua: “tu mi devi chiamare a me solamente quando mi dovete dare i soldi!”… perchè, ma se io ho un altro problema che mi devi sistemare nella tua zona, per dire, io non ti posso chiamare… e allora che gemellaggio abbiamo, dei coglioni!!!”).
L’indagato viene, poi, esplicitamente annoverato tra gli attuali componenti del gruppo operante sul territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, nella conversazione intrattenuta tra Cammisa Giuseppe e Salvo Orazio il 31 dicembre 2014 (“S: ma questo che ruolo ha preso? C: chi?… Salvo Orazio abbassa il tono delle voce: Sebastiano…! C: lui? S: uhm… non ho potuto capire che gli ha detto a quello, quella sera: “qua comanda… ” e non ho capito il nome che ha fatto..; C: no, gli ha detto: “ora” … gli ha detto: “ora c’è chi comanda” gli ha detto… S: qua comanda… ma non ho capito il nome che ha fatto; C: no, ha detto: “qua c’è chi comanda, a Mazzarrà”…; S: ah.. così ha detto?C: si…”).
Secondo gli accertamenti condotti dalla p.g. operante (e compendiati nella nota depositata in data 17 marzo 2015 dal Commissariato di P.S. di Barcellona P.G.), infatti, Torre Sebastiano è conosciuto con il soprannome di “u curtu”, per via della statura.
Che il Torre rivestisse un ruolo di primo piano in seno al gruppo mazzarroto lo si desume dal tenore stesso delle citate conversazioni.
In disparte il profilo della posizione assunta nell’incontro cui si è appena fatto riferimento (senz’altro idoneo a descrivere l’accreditamento di cui lo stesso godeva anche nei confronti degli altri gruppi), sintomatica delle gerarchie esistenti all’interno del gruppo risulta la vicenda che ha visto Pantè Mario doversi giustificare con i sodali per avere riscosso e trattenuto, senza l’autorizzazione del gruppo, somme di denaro presso alcuni esercizi commerciali.
Orbene, è proprio al Torre che Cammisa Giuseppe e Pantè Mario fanno riferimento quale soggetto deputato a gestire i proventi riscossi (“C: hai parlato con Sebastiano … se tu ti sei preso i soldi e ora li devi rimpiazzare… dico, a me non mi interessa… se poi devo corrispondere…; P: no, siccome loro a me mi stanno pressando… sai come… io per dire, mi hanno pressato per mille euro per là e gliel’ho fatti avere… anzi anche di più… poi ci sono stati i duecento euro, quelli che io mi sono andato a prendere a Barcellona, che sono andato io personalmente dove … tempo fa, e gliel’ho portate… dice, che se li doveva prendere Sebastiano perchè … cioè talmente mi stanno pressando… dopo mio cugino, ah però mio cugino, tuo cugino.. va bene … gli dici che io non posso scendere e gli dici che poi me la vedo io dopo con lui… poi io mi sono girato e gli ho detto queste parole così: “ma perchè tutta questa pressione sopra di me”.. ed io gli ho detto: “quando è successo il fatto di Peppe, sono stato quello che ha messo la buona parola” e ho detto: “ragazzi, va bene, mettiamogli una pietra di sopra, non è successo niente..” … questo è stato il paragone, no perchè gli ho detto che Peppe è pezzo di merda…”), nonché ad intercedere in favore del responsabile, come già accaduto in passato per lo stesso Cammisa (“C: Dico… ci sono problemi se quelle duecento glieli diamo dopo… No… glieli ho dati a mia sorella che si doveva prendere l’assicurazione… e ancora non me li ha potuti dare… dico ci sono problemi… Dico… che tu lo sappia… dico lo so… Dico… non lo so… Io ti domando… Sebastiano… S: Ci dovevano essere problemi… non l’ho capito… si portano quelli e basta…”).
Il Torre viene, infine, citato dal Cammisa sia con riferimento all’imposizione di alcune assunzioni presso la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea (di cui, allo stato, non sussistono adeguati riscontri atteso che, come precisato dalla p.g. nella citata nota, l’attività presso tale sito non è stata ripresa dopo il decreto di sequestro disposto dal GIP del Tribunale di Barcellona P.G. in data 3 novembre 2014), sia in relazione al paventato rischio dell’imposizione di misura cautelari a seguito della scelta collaborativa di alcuni soggetti (“dice Sebastiano … ha detto: prepariamoci “i robbi” che a fine mese c’è la retata…. C: dice: mi ha detto… se non è giorno 30 è l’1 o il 2 di Luglio, perchè lui non si era sbottonato mai… minchia, ci ha detto di prepararci la borsa…”).
***
Da quanto sopra evidenziato può, dunque, concludersi che il Torre sia soggetto stabilmente inserito nel sodalizio, a conoscenza delle dinamiche criminali e dei rapporti con gli altri gruppi mafiosi e delle attività criminose portate avanti dall’associazione, in un momento della vita a associativa in cui i maggiorenti del gruppo sono detenuti ed è pertanto necessario ricorrere a “nuove leve” in grado di supportarli nella gestione delle attività criminali della consorteria.
La richiesta cautelare nei suoi confronti va pertanto accolta.

Italiano Salvatore

Con ordinanza del 5 luglio 2013 (nell’ambito del proc. pen. n. 3666/11 R.G.N.R.) Italiano Salvatore veniva sottoposto alla misura cautelare di massimo rigore in quanto ritenuto gravemente indiziato del reato di cui all’art. 416 bis c.p., sulla scorta delle convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, adeguatamente riscontrate da contributo orale offerto dalle fonti di accusa relative ad alcuni reati-fine riconducibili all’attività dell’organizzazione.
In particolare le coerenti accuse mosse dai collaboratori di giustizia nei confronti dell’odierno indagato (di cui tratteggiano l’ascesa criminale nell’ambito della cellula mazzarrota, in virtù del vincolo fiduciario e delle cointeressenze economiche che lo avevano da sempre legato ad Artino Ignazio, di talchè da mero soggetto contiguo all’organizzazione – con funzioni di raccordo tra quest’ultimo e gli altri associati – era divenuto pienamente organico alla consorteria), sono state riscontrate dal compendio investigativo acquisito in detto procedimento, consentendo di accertare come l’Italiano abbia fornito un contributo significativo e dotato di sistematicità a vantaggio del sodalizio criminale in esame, principalmente attraverso false fatturazioni tese ad occultare i proventi estorsivi realizzati, consentendone dunque la realizzazione degli illeciti fini.
Lo stesso ha inoltre mostrato di poter interloquire con autorevoli esponenti della congrega mafiosa barcellonese, essendo stato investito da Perdichizzi Giovanni, soggetto di indubbio spessore criminale, di una questione particolarmente delicata.
Con ordinanza del 29 luglio 2014 il GIP del Tribunale di Messina sostituiva la misura custodiale di massimo rigore con quella degli arresti domiciliari presso la propria abitazione sita in Mazzarrà Sant’Andrea loc. Giarrisi.
Il GUP del Tribunale di Messina, con sentenza del 20 dicembre 2014 resa in sede di giudizio abbreviato, condannava l’indagato alla pena di anni sei e mesi sette di reclusione, previa riqualificazione del fatto ai sensi degli artt. 110, 416 bis c.p.
***
Ciò premesso, occorre rilevare che le emergenze acquisite al compendio indiziario in atti, hanno, invero, consentito di accertare come l’Italiano abbia mantenuto la propria organicità al sodalizio in epoca successiva alla sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari e nel vigore di quest’ultima, delineando, oltretutto, il consolidarsi della sua posizione in seno al gruppo.
Ed invero Cammisa Giuseppe e Salvo Orazio, nella conversazione ambientale del 31 dicembre 2014, annoveravano Italiano Salvatore nell’attuale organigramma del gruppo dei Mazzarroti, precisando il particolare ruolo che lo stesso rivestiva.
In tale occasione il Cammisa puntualizzava, infatti, come quanto di spettanza del gruppo si dovesse consegnare nelle mani di Italiano Salvatore (“Cammisa Giuseppe abbassa il tono della voce: “l’annu a puttari sempri o Italiano…!”), riferendosi con sicura evidenza ai proventi delle estorsioni raccolte.
Dall’analisi delle successive conversazioni ambientali, si apprezza, invero, come gli altri componenti del gruppo, dopo riscosso somme a titolo estorsivo (si tratta delle fattispecie delittuose di cui ai capi 14 e 15 della rubrica) si recassero immancabilmente presso l’abitazione di Italiano Salvatore, indicando espressamente costui quale destinatario finale di tali proventi.
Circostanza che si verificava in occasione della estorsione posta in essere nei confronti dell’esercizio “La Rosa dei Venti” ad opera di Cammisa Giuseppe e Torre Sebastiano, allorquando gli interlocutori si portano presso l’indirizzo in cui l’indagato si trovava ristretto in regime di arresti domiciliari al fine di effettuare a quest’ultimo la consegna di quanto riscosso per conto dell’organizzazione (“T: scialati, non cercare niente a nessuno… capito o no?; C: si…; T: dico, scialati… capito?; C: si…; T: tutti … omissis… Ore 18:42:22 posizione gps: corso Principe Umberto del Comune di Mazzarrà Sant’Andrea; C:… (incomprensibile)… Italiano… eh?; T: là… me li levo no?; C: certo…; C: al …(incomprensibile)… lo ha chiamato? lo ha chiamato a questo?; T: si … anzi, più del suo dovere…; C: si..; T: uhm… Ore 18:43:02 si fermano in contrada Giarrisi del Comune di Mazzarrà Sant’Andrea.”).
Ed ancora in occasione dell’estorsione ai danni della farmacia Cannone di Mazzarrà Sant’Andrea, il Cammisa, subito dopo aver ricevuto la somma di mille euro dai titolari di quell’esercizio, riferiva a Salvo Orazio – che lo aveva accompagnato – che avrebbe immediatamente portato quei soldi proprio ad Italiano Salvatore (“chisti ora ci pottu a Italianu!”).
Tale sollecitudine nel consegnare i proventi estorsivi non può trovare altra plausibile spiegazione se non nell’ottica di una concordata devoluzione degli stessi ad un unico collettore, deputato a ripartirli secondo i criteri invalsi nel settore (in quanto destinati a garantire il sostentamento agli associati detenuti ed alle loro famiglie nonché ad essere condivisi con gli altri gruppi criminali secondo una percentuale prestabilita).
Non si spiegherebbe, altrimenti, la convergenza in capo all’indagato di tali emolumenti, attesa la natura certamente illecita di tali ricavi.
Delle due l’una: o tali somme sono state attribuite all’Italiano quale “stipendio” garantito agli associati in ragione del proprio status, o le stesse sono state versate a quest’ultimo in prospettiva della successiva ripartizione.
In entrambi i casi il conferimento presuppone uno specifico inquadramento nelle fila dell’organizzazione che non ammette interpretazioni alternative.
Può, di contro, certamente escludersi che in tale frangente l’Italiano si sia limitato a fornire un apporto al sodalizio ab externo, come (evidentemente) riconosciuto per il passato.
In disparte il profilo del notevole rischio che il medesimo si è assunto ricevendo tali somme mentre si trovava sottoposto al regime cautelare degli arresti domiciliari – che ha certamente violato – mette conto osservare che allo stato non ricorrono più le condizioni che in passato avevano favorito la sua attività agevolatrice nei confronti dell’organizzazione.
In altri termini, non disponendo più l’Italiano di un’impresa attraverso cui effettuare fatturazioni per operazioni inesistenti al fine di dissimulare l’attività estorsiva, tali attribuzioni possono giustificarsi solo nella descritta prospettiva.
Ma vi è di più.
Nella conversazione in cui Cammisa Giuseppe prospetta al Salvo l’organigramma del gruppo, viene operato un esplicito riferimento ad Italiano Salvatore ed alla sua attuale posizione rispetto al sodalizio.
Alle obiezioni del Salvo, che osservava come l’indagato facesse parte della “vecchia guardia”, Cammisa ribatteva che ciò non avesse alcun peso in quanto lo stesso continuava a fare parte della compagine dei “Mazzaroti” (“S: uhm.. si, ma lui oramai mi sembra che è della “vecchia”; C: no, ma sempre insieme…; S: si ma lui è della “vecchia” …”).
Alla luce di tali elementi complessivi appare evidente come l’odierno indagato, lungi dall’aver interrotto il suo rapporto organico con il gruppo dei Mazzaroti, dopo la scarcerazione abbia continuato ad esserne parte integrante ed assolutamente autorevole, mantenendo compiti di particolare rilievo in seno alla stessa.

Salvo Orazio

Il compendio indiziario in atti ha consentito di accertare come l’indagato si sia dedicato in modo sistematico alla raccolta delle estorsioni sul territorio di Mazzarrà Sant’Andrea insieme a Cammisa Giuseppe e Torre Sebastiano, nonché alla commissione di altri gravi delitti, le cui modalità esecutive danno piena contezza della dimensione associativa in cui tali condotte devono essere collocate (si rinvia sul punto a quanto già osservato con riguardo ai capi 13, 15, 16 e 17 della rubrica).
Sebbene Artino Salvatore non abbia fatto menzione alcuna alla personalità di Salvo Orazio, evidentemente solo in tempi recenti avvicinatosi all’organizzazione, l’eloquente tenore delle intercettazioni ambientali sopra riportate lascia fondatamente ritenere che il medesimo rivesta un ruolo organico nell’assetto che da ultimo il gruppo dei Mazzarroti ha assunto.
È proprio a Salvo Orazio che Cammisa Giuseppe, nel corso della conversazione del 31 dicembre 2014, chiarisce l’attuale organigramma del sodalizio, indicandone espressamente gli altri componenti oltre agli stessi interlocutori (“S: siamo noialtri soli?… solo noi dico, quelli che eravamo l’altra sera …; C: ci sono, ci sono dei ruoli per dire interdetti…; S: quindi tu e “u sceccu”; Cammisa Giuseppe abbassa il tono della voce: “l’annu a puttari sempri o italiano”; S: uhm.. si, ma lui oramai mi sembra che è della “vecchia”; C: no, ma sempre insieme…; S: si ma lui è della “vecchia” …; C: poi c’è lo “zingaro” di qua…; S: lo “zingaro”?; C: di qua…; C: “Malossi”; C: il “Malossi”…; S: ah!; C: e poi ci siamo noi due… te l’ho detto, sono ruoli…”).
Un analogo riferimento alla ripartizione di ruoli e compiti era stato compiuto dal Cammisa anche in una precedente conversazione, intercorsa in data 20 dicembre 2014 sempre con l’odierno indagato.
In tale frangente Cammisa Giuseppe non esitava a ricordare al Salvo l’esistenza di nuove gerarchie, cui si doveva obbedire e non si poteva derogare, specialmente se posti in una posizione subalterna rispetto alle altre (“C:… ognuno, qua, d’ora in poi, ha il suo compito, perciò… così non c’è nè io, nè tu… nè tu, ne io… quello… uno decide e l’altro deve fare…; S: uhm… ed io che faccio? C: tu fai quello che ti dico io… già è importante … pensa che quando ti dico una cosa io, vuol dire… tuo compare lo sa cosa si deve fare!”).
Non stupisce certamente il fatto che Salvo Orazio debba rivolgersi al Cammisa per assumere informazioni in merito alla composizione della compagine associativa di cui si assume che abbia preso parte.
Non sfugga, infatti, che a seguito delle numerose operazioni di polizia susseguitesi nell’arco degli ultimi anni l’organizzazione criminale barcellonese (con le sue varie articolazioni territoriali) ha subito un sensibile deterioramento, che ha favorito un repentino ricambio tra le fila degli associati che hanno progressivamente acquisito nuovi membri, sì da rimpiazzare quelli sottoposti a misure restrittive.
Orbene, in tale frangente, risulta oltremodo plausibile che coloro che sono appena entrati a far parte del gruppo non abbiano una completa visione dell’organigramma associativo, specie nell’ambito di organizzazioni criminali di tal fatta la cui composizione è spesso sfuggente in quanto caratterizzata da una moltitudine di figure che agiscono su piani paralleli per il perseguimento delle comuni finalità illecite.
È per questo motivo che già in una precedente conversazione, in data 23 aprile 2014, Cammisa e Salvo esternavano le loro preoccupazioni in ordine alla prospettiva di un imminente arresto (“Per adesso siamo come quando inizia la caccia… che ci si mette alla posta del coniglio… In quel modo siamo… quando per dire… trapassiamo quella linea rossa… Che siamo fuori budget… loro… per dire prende …tum… e ci tirano… perciò noi per adesso dobbiamo stare di dentro… in modo che abbiamo come uno scudo… per adesso ho un paio di palle… La sera prima che mi corico ce li ho qui davanti… ma no per il… perchè io lo so… loro per adesso vogliono che noi sbagliamo… perchè dove loro non possono avere una prova…”), sebbene l’odierno indagato si mostrasse tranquillo di non ricevere alcuna accusa da parte del reggente della cellula di Terme Vigliatore, Campisi Salvatore, recentemente pentitosi (“S: Perchè non è che con quello avevamo a che fare… no… con quello di Terme… per niente…!”).
Gli indagati sono stati frequentemente intercettati mentre discutevano di somme riscosse e versate senza alcun – apparente – titolo legittimo.
Di particolare interesse risulta la conversazione in cui Cammisa Giuseppe commenta con Salvo Orazio, alcuni problemi che Pantè Orazio aveva creato al gruppo appropriandosi di alcune somme pretese senza titolo (S: che ha Pantè?; C: niente, ogni tanto, per dire, mi piace a me vedere…. che cosa è successo…; S: uhm, c’è qualche discussione? C: siccome, per dire, c’è stato dove gli hanno cercato soldi, che lui si è andato a prendere dove non doveva andare…; S: lui si è andato a prendere? C: soldi… dove non ci doveva andare a prenderseli, no…S: lui, questo!; C: questo!…; S: uhm…; C: poi però dice… ora glieli hanno cercati perchè li, li deve rimpiazzare no…; S: uhm!; C: e lui si è girato e gli ha detto: “ma perchè, gli ha detto, vi state buttando agli occhi miei” …giusto?; S: uhm!; C: “e non andate a cercarglieli a Peppe”, perchè io una volta mi sono tenuto quattrocento euro… perchè era giusto che me li dovevo tenere, mi segui? … perchè io dovevo pagare l’assicurazione di mia sorella, mia sorella non ha un marito in carcere?; S: uhm…; C: perciò era giusto… gli dovevo pagare l’assicurazione, lui gli ha detto…; S: questa è stata la storia di fino agosto?; C: gli ha detto… si … gli ha detto…; S: di quello là, di coso..; C: si… gli ha detto lui: “ma perchè, dice, venite qua da me e me li cercate con la forza… perchè.. e non a lui… perchè lui è più malandrino di me?”; S: mah, è andato…. da “ventichili”?; C: e l’altro.. “perché, è più malandrino di me? .. no, qua non si tratta di malandrino, lui però gli ha detto… lui, dice, li sta rimpiazzando” .. senza che è vero niente…; S: tu li stai rimpiazzando?; C: gli ha detto “il corto”… (ndr: per corto intende Torre Sebastiano); S: uhm…C: ma senza che non è vero niente…”), mostrando un grado di confidenza che si può riservare solo ad un associato.
Certamente dirimente risulta, infine, l’evidente padronanza che il Salvo mostra rispetto alle dotazioni del sodalizio, di cui ben conosce le armi a disposizione.
Così nella conversazione del 31 dicembre 2014 al Cammisa, che raccontava di un agguato interrotto dall’improvviso avvistamento di alcune volanti della Polizia di Satto, Salvo Orazio chiede delucidazioni in merito all’arma utilizzata (“S: ma era quella grigia?”), così rivelando un grado di consapevolezza che va ben oltre la mera contiguità criminale.
È proprio il Salvo che coglie l’occasione per ribadire la necessità di acquistare ulteriori armi rispetto a quelle nella diretta disponibilità del gruppo, in modo da poterne fare immediatamente uso all’occorrenza, implicitamente riconoscendo come dette dotazioni dovessero ritenersi genericamente riferibili al gruppo di cui facevano parte e non agli interlocutori direttamente (“S: ma dico, noialtri, invece, quando abbiamo qualche due soldi, perchè non li facciamo qualche due acquisti!! C: va bene, ma ci sono, dico… ; S: ci sono compare, quando una cosa non è la mia o la tua… per dire, io ci sono non lo posso dire…!! io ci sono, lo posso dire quando una cosa è mia e tua e so, per dire… sai com’è, in un momento, per dire, di cosa, dove la vai a prendere, se queste persone non ci sono, rimaniamo come le cose come i cucchi!!”).
Esigenza che veniva ribadita in una successiva conversazione del 3 gennaio 2015 (“C: vediamo per dire poi se gli piace, per dire, avere guerra… perchè se loro non lo vogliono… subbuglio un paese.; S: non c’è n’è problemi, compare… te l’ho detto io, se dobbiamo comprare, noialtri personali le nostre… sappiamo che sono le nostre e basta… perchè, te l’ho detto, se per carità di Dio succede eh… e non c’è nessuno piedi piedi, rimaniamo come i cosi, e no!!”).
Tale quadro indiziario già, di per sè idoneo a sorreggere il giudizio di colpevolezza in termini adeguati al presente contesto, risulta ulteriormente corroborato dai rapporti di frequentazione del Salvo con gli altri soggetti sottoposti a misura custodiale nell’ambito del presente procedimento o comunque ritenuti intranei al sodalizio, come attestato dai servizi di osservazione disposti – riportati nella richiesta del P.M.

FONTE: MISURA CAUTELARE GOTHA V

MESSINA: L’ON. FRANCANTONIO GENOVESE CURERA’ LA BIBLIOTECA ALL’INTERNO DEL CARCERE DI GAZZI. L’AVVOCATO GRAZIA VOLO NUOVO AVVOCATO DELL’ONOREVOLE PD?

genovese

grazia volo

IL DIRETTORE DEL CARCERE DI GAZZI HA ACCORDATO ALL’ONOREVOLE OSPITE LA CURA DELLA BIBLIOTECA PER DETENUTI, CON L’INCARICO DI ARCHIVISTA CHE LO OCCUPA DIVERSE ORE AL GIORNO. GENOVESE DOVRA’ SISTEMARE I LIBRI SECONDO AREE TEMATICHE, CURANDO ANCHE LE SCHEDE PER I PRESTITI. INTANTO POTREBBE ESSERE L’AVVOCATO GRAZIA VOLO IL SOSTITUTO DEL PROFESSORE CARLO PALIERO NELLA DIFESA DI FRANCANTONIO GENOVESE. GRAZIA VOLO, CHE E’ STATA LA PROTAGONISTA INSIEME ALL’AVVOCATO SALVO RIELA DELL’ASSOLUZIONE DELL’EX MINISTRO CALOGERO MANNINO, SI E’ RISERVATA LA DECISIONE. DA CENTONOVE DEL 23 APRILE 2015

MESSINA, L’OPERAZIONE ANTIMAFIA GOTHA V. L’ORDINANZA: Il gruppo dei ‘barcellonesi’ e quello operante a Terme Vigliatore riconducibile a Salvatore CAMPISI. LE POSIZIONI DI FILIPPO MUNAFO’ E GIUSEPPE REALE

Carabinieri-e-Polizia

Il gruppo dei barcellonesi

Munafò Filippo

Con ordinanza del GIP del Tribunale di Messina – eseguita in data 5 luglio 2013 nell’ambito del proc. Pen. N. 3666/11 R.G.N.R. (denominato “Gotha 4″), Munafò Filippo è stato sottoposto alla misura cautelare di massimo rigore in relazione all’art. 416 bis c.p., in quanto gravemente indiziato di avere fatto parte di un sodalizio mafioso riconducibile a “Cosa Nostra” siciliana denominato “dei barcellonesi” e operante sul versante tirrenico della provincia di Messina, il quale gruppo criminale, avvalendosi della forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo e dalla condizione assoluta di assoggettamento ed omertà che ne derivava sul territorio, programmava e commetteva delitti della più diversa natura contro la persona, il patrimonio, la Pubblica Amministrazione, l’ordine pubblico ed altro, con l’obiettivo precipuo di acquisire in forma diretta e indiretta la gestione e comunque il controllo di attività economiche, di appalti pubblici, di profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri, nonchè in relazione al reato di cui agli artt. 110 c.p., 2, 4 e 7 L. 2 ottobre 1967 nr. 895, 7 L. 203/1991 perché, in concorso con persona da identificare, illegalmente deteneva e portava in luogo pubblico un fucile del tipo e marca non potuto accertare, con l’aggravante di cui all’art. 7 L. nr. 203/1991, per avere commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416 bis c.p. ed al fine di agevolare le attività dell’associazione di stampo mafioso dei barcellonesi.
Con successiva ordinanza del 25 luglio 2013 il Tribunale della Libertà, adito ex art. 309 c.p.p. annullava il provvedimento cautelare ritenendo insufficienti gli elementi indiziari addotti a sostegno della ricorrenza della colpevolezza in ordine al reato di cui all’art. 416 bis c.p. e dell’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/1991, confermando la misura cautelare in relazione al porto e detenzione illegale di armi, come sopra riqualificato.
Queste le considerazioni rassegnate dal Tribunale:
Alla trattazione del reato associativo occorre premettere l’analisi del quadro indiziario sussistente in capo all’indagato in relazione alla fattispecie di cui al capo 27) della rubrica, in considerazione del fatto che la stessa si pone a fondamento della valutazione relativa alla condotta di partecipazione del Munafò al sodalizio mafioso de qua.
Nel descrivere il Munafò come fidato referente del Perdichizzi per le attività criminali consumate nel territorio di Furnari, Cuttone Salvatore riferisce di avere saputo da terzi che il Perdichizzi aveva affidato proprio al Munafò la custodia di un fucile, che successivamente altri sodali si erano premurati di recuperare (Riguardo a quanto da me dichiarato nei verbali del 10/01/13 e 19/01/13 a proposito della figura di Filippo, da me riconosciuto in una delle fotografie sottopostemi in visione il 19/01/13 specifico che: il Filippo era referente per Giovanni Perdichizzi nella zona di Furnari per ciò che atteneva alle attività di gioco d’azzardo, specificamente nella zona di San Biagio, nel periodo del natale appena trascorso. La sua attività di referente l’ha svolta, anche se so che sono state organizzate solo due giocate, ma ne è stata effettuata solo una, in quanto uno dei frequentatori è morto in occasione di un incidente stradale. In realtà il Filippo non ha dimostrato doti particolari nello svolgimento delle sue funzioni, tanto che Perichizzi ne ha preso atto dopo che gliel’ho detto anch’io e lo ha rimproverato davanti a me. Per questo l’ho descritto come un “babbo”. Come ho saputo dopo la morte del Perdichizzi da Ciccio, da me già nominato, lo stesso Perdichizzi aveva consegnato un fucile a Filippo non per portare a compimento un incarico particolare, ma in ragione del ruolo che gli aveva attribuito. Ribadisco, però, che il Perdichizzi si era poi ricreduto delle qualità del Filippo e per questo Ciccio, come ho riferito nel verbale del 19 gennaio scorso, dopo la morte di Perdichizzi, mi ha detto che Filippo avrebbe dovuto riconsegnare l’arma – verbale del 19.1.2013, ore 20,30).
Tale ultima circostanza ha trovato un formidabile riscontro, in termini adeguati al presente contesto, nelle risultanze dell’attività intercettativa ambientale autorizzata nell’ambito del procedimento penale n. 9945/12 R.G.N.R., relativo all’omicidio di ISGRO’ Giovanni.
Dalle stesse emerge che il 12 gennaio 2013 Munafò Filippo veniva prelevato a bordo di un’autovettura Audi A3 tg CJ808NK in uso a tale Sofia Giovanni e fatto oggetto di un selvaggio pestaggio ad opera dei soggetti che erano a bordo della medesima autovettura.
Dalle conversazioni ambientali registrate a bordo dell’autovettura emerge come costui ed i suoi due sodali, rimasti non identificati, avessero incontrato casualmente il Munafò ed avessero immediatamente deciso di intervenire, essendo da tempo sulle tracce dell’indagato che doveva – verosimilmente – consegnare un “qualcosa”.
Gli interlocutori hanno espressamente fatto riferimento ad un’arma che era stata in precedenza consegnata all’odierno indagato (“…Ci desi l’armi ”).
Dopo avere portato il Munfò in un luogo appartato ed averlo picchiato (come emerge dai successivi commenti), il Sofia aveva sollecitato una specifica condotta (“u zainetto ci la scinniri oggi!”) da esitare in tempi brevi (“non fari passari troppu tempu”).
Nonostante il Munafò, escusso a sommarie informazioni testimoniali innanzi a personale appartenente al Commissariato di P.S. di Barcellona Pozzo di Gotto il 16 gennaio 2013, abbia fermamente negato di essere stato vittima di tale aggressione, il tenore dei commenti intercettati tra gli occupanti del mezzo non lascia alcun dubbio in merito.
Che lo stesso fosse in possesso di un’arma che non aveva provveduto a restituire, può essere desunto, oltre che dal riferimento espresso operato dai suoi aggressori (“ci desi l’arma”) mentre si lanciano al suo inseguimento e dalle cautele manifestate dal Munafò in relazione al trasporto dello zainetto (“e cu u scinni..se io aiu difficoltà”), anche dal contenuto delle conversazioni intercorse tra l’indagato e Gallo Vincenzo Vito (gravemente indiziato di aver fatto parte del gruppo criminale capeggiato dal Perdichizzi) il quale – a partire dal 3 gennaio 2013, dunque a soli due giorni dall’omicidio di Perdichizzi Givanni – gli aveva reiteratamente intimato di restituire immediatamente un “trapano”.
Risulta, nei limiti delle valutazioni probabilistiche richieste dal contesto cautelare, accertata la detenzione da parte del Munafò di un’arma – presumibilmente un fucile – appartenuto a Perdichizzi Giovanni, che l’uomo non aveva poi provveduto a restituire ai sodali immediatamente dopo l’omicidio.
Non risulta, di contro, provato che lo stesso abbia detenuto l’arma anche in favore del gruppo criminale facente capo a Perdichizzi Giovanni, con la specifica finalità di agevolare o comunque contribuire ai fini illeciti propria della consorteria barcellonese.
L’atteggiamento dallo stesso tenuto in epoca successiva all’omicidio del Perdichizzi, in uno con gli altri elementi che saranno trattati in relazione alla posizione associativa del Munafò, impediscono – allo stato – di ritenere sussistente l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. 152/91.
La condotta allo stesso ascritta al capo 27) della rubrica va, pertanto, riqualificata, previa esclusione di detta aggravante.
***
Passando all’esame della posizione associativa, in merito all’esistenza di un sodalizio mafioso collegato a “Cosa Nostra” siciliana, denominato “famiglia barcellonese” ed operante sul versante tirrenico della provincia di Messina, riconducibile alla previsione normativa di cui all’art. 416 bis c.p., possono richiamarsi le conclusioni del G.I.P., che nel corpo dell’ordinanza impugnata, con argomentazioni puntuali ed assolutamente condivisibili, ha richiamato la storia giudiziaria ed esso relativa nonché le risultanze investigative e la cospicua documentazione in atti, che documentano l’esistenza del gruppo associato, i suoi preminenti interessi delinquenziali, le forme di controllo del territorio di pertinenza e la ripartizione dei ruoli all’interno della consorteria.
È sufficiente a tal fine evidenziare come, anche alla luce delle recenti propalazioni di collaboratori di giustizia già associati al predetto sodalizio, sia emersa la progressiva alleanza siglata tra il clan dei mazzaroti – guidato da Bisognano Carmelo, cui era succeduto, dal 2003 in poi, Calabrese Tindaro – ed il gruppo dei barcellonesi al precipuo fine di gestire e/o controllare le attività economiche in tutto il territorio di riferimento, in conseguenza della quale venivano nominati alcuni referenti per ciascuna zona in cui il territorio è stato suddiviso.
***
Orbene, nel solco tracciato da tale realtà processuale si innestano le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia che – riscontrate dalle ulteriori emergenze del procedimento – valgono a delineare i termini dell’organico inserimento degli odierni indagati nella compagine associativa.
In particolare, è stata accertata l’esistenza di un sodalizio stabile e dotato di una struttura gerarchica e di distinte articolazioni operanti sul territorio, in cui la raccolta del denaro, viene esercitata in favore dell’associazione da coloro che si trovano in regime di libertà sia per la distribuzione tra gli associati che per far fronte alle esigenze di coloro che al momento si trovavano detenuti.
La fitta rete di contatti personali e telefonici intercorsi tra i sodali, la comunanza di interessi criminali, la pianificazione di comuni strategie delittuose, la gerarchizzazione dei rapporti tra gli affiliati e la ripartizione dei ruoli all’interno della consorteria, l’esistenza di accordi e rapporti di reciproca influenza con gli altri clan mafiosi – su cui ci si soffermerà in maniera più diffusa trattando le singole posizioni associative – costituiscono sintomi inequivocabili di un’associazione criminosa posta in essere dagli indagati con evidente “affectio” (di cui sono ulteriore espressione la divisione degli utili, il pagamento delle spese legali garantito ai sodali che necessitano del patrocinio di un avvocato, l’assistenza ai correi detenuti ed ai loro familiari).
Nel delineare l’articolazione della famiglia mafiosa barcellonese in diversi sottogruppi, i collaboratori hanno concordemente descritto la permanente operatività del gruppo c.d. “dei Vecchi”, storicamente riconducibile alle figure di Rao Giovanni, Isgrò Giuseppe, Di Salvo Salvatore e Barresi Filippo, consentendo – in rapporto alle rispettive posizioni – di ricostruirne dettagliatamente la composizione soggettiva e l’evoluzione delle attività dallo stesso gestite.
Se già le propalazioni di Bisognano e di Gullo avevano permesso di tracciare una dettagliata mappatura dell’organigramma associativo (pur se principalmente riferibile al periodo di rispettiva intraneita’ rispetto al clan), il contributo dichiarativo del Campisi ha fornito un determinate apporto per l’aggiornata ricostruzione di tale cellula criminale, essendosi mostrato lo stesso in grado di riferire in merito alle vicende più recenti della vita associativa, successive agli arresti operati nell’ambito delle operazioni di polizia succedutesi negli ultimi anni.
Al vertice del gruppo – operante nella zona di Barcellona P.G. – si colloca Barresi Filippo il quale riesce a preservare il suo status di vertice dell’organizzazione anche durante il periodo di latitanza, venendo investito delle decisioni di maggiore interesse per la vita del sodalizio. Secondo la ricostruzione offerta dal Campisi è stato, infatti, il Barresi ad imporre la supremazia del Perdichizzi in seno al sodalizio, sebbene quest’ultimo fosse inviso agli altri associati in quanto dedito all’uso di sostanze stupefacenti, senza che tale decisione potesse essere messa in discussione ((“Si parlò anche del fatto che Perdichizzi Giovanni, nonostante fosse un soggetto notoriamente aduso agli stupefacenti, avesse assunto il ruolo di emissario dello “zio”, ossia di Barresi Filippo. Francesco mi disse che per il momento la situazione era quella e che se in seguito si sarebbero presi dei provvedimenti”). È inoltre il Barresi a dovere fornire il benestare rispetto all’investitura formale dei reggenti delle varie zone in cui il territorio di competenza del gruppo si articolava.
Braccio destro del Barresi è, come già anticipato, Perdichizzi Giovanni, la cui caratura criminale è stata già sommariamente descritta. Lo stesso è stato investito di poteri decisionali in seno al sodalizio nella qualità di referente di Barresi Filippo, occupandosi di supervisionare la riscossione dei proventi delle estorsioni nonché di definire – fino alla sua progressiva estromissione dal gruppo, culminata con l’eliminazione fisica dello stesso – gli obiettivi strategici da perseguire, curando di affermare costantemente la supremazia della congrega sul territorio laddove messa in discussione.
Il gruppo si sostanzia, poi, di un nucleo di figure subalterne, che si pongono a disposizione dei soggetti che occupano posizioni apicali, pronti a sopperire alle esigenze del gruppo in relazione alla gestione delle attività estorsive ed al pervasivo controllo esercitato sul territorio di riferimento. Si tratta degli indagati Bucolo Salvatore, Gallo Vito Vincenzo, Scordino Antonino, Pirri Gianfranco, Alesci Santo e Mazzù Carmelo, i quali coadiuvano fattivamente il Perdichizzi nelle quotidianità del suo agire delittuoso, mostrandosi nella piena disponibilità del medesimo ogniqualvolta occorra perseguire gli obiettivi delittuosi del gruppo, ricevendo – per tale solerte operosità – uno “stipendio” periodico, nonché la garanzia della copertura delle spese legali in caso di eventuali arresti e di assistenza economica alle famiglie.
Nel gruppo storico dei barcellonesi, in posizione subalterna rispetto al Barresi ma cionondimeno connotata da una significativa autonomia decisionale e gestionale (tale da legittimare la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 416 bis cpv c.p.), si colloca – inoltre – Aliberti Francesco, imprenditore barcellonese che ha instaurato consolidati e risalenti rapporti di cointeressenza illecita con autorevoli esponenti della criminalità mafiosa barcellonese, mantenendo nel corso degli anni stabili legami con gli associati progressivamente affermatisi nel panorama criminale locale, conquistandosi un ruolo di sempre maggiore rilievo nella compagine associativa. Le emergenze investigative hanno, infatti, consentito di accertare come in un momento cruciale della vita associativa – allorquando veniva confermata la notizia della determinazione collaborativa del Campisi Salvatore – è proprio l’Aliberti a partecipare ad un incontro con i referenti delle cellule locali, con l’evidente finalità di ribadire la supremazia del gruppo di cui lo stesso faceva parte ed al quale gli altri gruppi erano tenuti a versare una quota dei proventi estorsivi.
In epoca successiva alla morte del Perdichizzi l’Aliberti va, dunque, assumendo una posizione di incontrastato rilievo in seno al gruppo, proponendosi come collettore unico dei proventi delittuosi e referente principale per la determinazione degli indirizzi strategici della congrega.
In posizione subalterna rispetto all’Aliberti si pongono Mazzù Lorenzo e Munafò Massimiliano, con i quali lo stesso interloquisce in merito agli indirizzi da conferire al gruppo nonché con riguardo alle principali vicende associative ed alle ripercussioni che alcuni episodi giudiziari avrebbero potuto comportare in ragione dei legami intessuti con le diverse cellule operanti sul territorio.
Particolarmente “vicino” al sodalizio si mostra, infine, Mazzeo Antonino, imprenditore ritenuto in passato intraneo da alcuni collaboratori, che ha continuato a relazionarsi con membri autorevoli dell’organizzazione criminosa al verosimile scopo di perseguire interessi economici comuni, fornendo all’associazione, in tempi recentissimi, un apporto determinante favorendo la latitanza di Barresi Filippo ed in tal modo, implicitamente, accettando di consentire la conservazione degli interessi del gruppo che allo stesso ha continuato a fare capo.
***
Soffermandosi – anche alla luce delle specifiche censure difensive – sulla condotta di partecipazione contestata all’indagato, mette conto osservare che le accuse nei confronti del Munafò muovono innanzitutto dalle dichiarazioni rese da Cuttone Salvatore.
Costui descrive il Munafò come fidato referente del Perdichizzi per le attività criminali consumate nel territorio di Furnari, soprattutto nel settore del gioco d’azzardo, e riferisce di avere saputo da terzi che il Perdichizzi aveva affidato proprio al Munafò la custodia di un fucile, che successivamente altri sodali si erano premurati di recuperare ( Riguardo a quanto da me dichiarato nei verbali del 10/01/13 e 19/01/13 a proposito della figura di Filippo, da me riconosciuto in una delle fotografie sottopostemi in visione il 19/01/13 specifico che: il Filippo era referente per Giovanni Perdichizzi nella zona di Furnari per ciò che atteneva alle attività di gioco d’azzardo, specificamente nella zona di San Biagio, nel periodo del natale appena trascorso. La sua attività di referente l’ha svolta, anche se so che sono state organizzate solo due giocate, ma ne è stata effettuata solo una, in quanto uno dei frequentatori è morto in occasione di un incidente stradale. In realtà il Filippo non ha dimostrato doti particolari nello svolgimento delle sue funzioni, tanto che Perichizzi ne ha preso atto dopo che gliel’ho detto anch’io e lo ha rimproverato davanti a me. Per questo l’ho descritto come un “babbo”. Come ho saputo dopo la morte del Perdichizzi da Ciccio, da me già nominato, lo stesso Perdichizzi aveva consegnato un fucile a Filippo non per portare a compimento un incarico particolare, ma in ragione del ruolo che gli aveva attribuito. Ribadisco, però, che il Perdichizzi si era poi ricreduto delle qualità del Filippo e per questo Ciccio, come ho riferito nel verbale del 19 gennaio scorso, dopo la morte di Perdichizzi, mi ha detto che Filippo avrebbe dovuto riconsegnare l’arma – verbale del 19.1.2013, ore 20,30).
Un primo riscontro alla descritta contiguità criminale dell’indagato al Perdichizzi è stato ravvisato nei contatti intercorsi tra i due in occasione del furto delle slot machines subito dall’imprenditore Triolo Maurizio, il quale aveva immediatamente investito il Perdichizzi della questione, attivando canali diversi da quelli istituzionali per rientrare nella disponibilità dei beni. In particolare, l’attività intercettativa cui le utenze del Perdichizzi erano sottoposte ha consentito di evidenziare i numerosi contatti che quest’ultimo ha intrattenuto con l’indagato subito dopo essere stato chiamato dal Triolo, al fine di concordare con lo stesso un incontro.
Il Perdichizzi si è nuovamente rivolto al Munafò per dare corso, insieme ad altri “figghioli”, ad una spedizione punitiva ai danni di alcuni rumeni, che avevano importunato la propria convivente (conversazione delle ore 17.10 del 24 ottobre 2012).
Le riprese video effettuate nelle immediate adiacenza del bar “Roxy” nonché le risultanze intercettative relative al periodo temporale successive all’ottobre del 2012 hanno, infine, documentato la frequenza dei contatti intrattenuti dall’indagato con il Perdichizzi.
Risulta, inoltre, che il Munfaò abbia certamente detenuto un’arma per conto del Perdichizzi.
***
Ciò premesso ritiene il Collegio che non possano condividersi le conclusioni cui è giunto il GIP, riconoscendo la gravità indiziaria in ordine alla partecipazione del Munafò al sodalizio mafioso oggetto di contestazione.
Invero le emergenze procedimentali hanno consentito esclusivamente di acclarare l’esistenza di un rapporto di stretta contiguità del Munafò a Perdichizzi Giovanni, ed una sistematica disponibilità dell’indagato ad attivarsi a tutela delle istanze criminali perseguite da quest’ultimo.
Di contro non risulta sufficientemente verificato che lo stesso abbia parimenti condiviso gli scopi illeciti del sodalizio, operando nella consapevolezza dell’esistenza e delle caratteristiche del suddetto sodalizio nonché dalla volontà di contribuire al conseguimento dei suoi scopi, in un determinato momento della sua evoluzione.
In particolare gli elementi indiziari posti a fondamento dell’ordinanza custodiale non appaiono di gravità tale da giustificare l’applicazione della misura cautelare per tale titolo di reato.
La cointeressenza di ordine criminale con il Perdichizzi, puntualmente rappresentata da Cuttone Salvatore, risulta assumere i caratteri di un favoreggiamento personale, piuttosto che quelli di una organica condotta associativa.
L’assistenza allo stesso prestata per dare una lezione ai vicini rumeni della fidanzata, si attaglia più ad una offesa di carattere personale che non ad un pregiudizio all’egemonia del gruppo sul territorio.
Quanto alla vicenda delle slot machines sottratte al Triolo Maurizio, l’analisi delle conversazioni captate sull’utenza del Perdichizzi subito dopo essere stato investito del recupero dei macchinari non consente di ritenere che il Munafò sia stato investito di tale incombente, atteso il grado di equivocità delle stesse.
Si sono, infatti, susseguite una serie di telefonate con cui il Perdichizzi ha convocato sia il Munafò che lo Scordino (soggetto anch’esso ritenuto gravemente indiziato di appartenere al sodalizio), manifestando – tuttavia – solo a quest’ultimo l’esistenza di camurrie da sistemare.
Posto che dopo l’incontro con cui il Perdichizzi – alla presenza di tale Munafò Ernesto – si è impegnato con il Triolo a fare ritrovare le slot machines, essendo stato compiuto tale furto in un territorio di sua competenza (PERDICHIZZI Giovanni: “CHE STAI DICENDO, QUA’ LA PIAZZA E’ MIA… E FANNO QUELLO CHE CAZZO VOGLIONO!? TRIOLO Maurizio:- Ah..lo sò… no, va bene. PERDICHIZZI Giovanni:- <> TRIOLO Maurizio:- Certo, non m’interessa… PERDICHIZZI Giovanni:- <>”), l’unico contatto con il Munafò riguarda la relazione che i CC di Furnari per il ritardo nell’apposizione della firma cui l’indagato era tenuto in quanto sorvegliato speciale, non può ritenersi, in termini di qualificata probabilità, che lo stesso sia stato effettivamente coinvolto in detta vicenda.
Proprio la condotta descritta al capo 27) della rubrica – ed i fatti alla stessa connessi – evidenziano la posizione di estraneità del Munafò al gruppo mafioso capeggiato dal Perdichizzi.
Il suo fermo rifiuto a restituire l’arma consegnatagli dal Perdichizzi, prima di essere ucciso, rappresenta invero un indice rivelatore dell’insussistenza di quell’affectio societatis che deve contraddistinguere tale posizione associativa.
Se il Munafò avesse detenuto l’arma nell’interesse del sodalizio mafioso, una volta eliminato il soggetto di vertice della cellula, non si sarebbe ragionevolmente sottratto alla restituzione di parte dell’arsenale del gruppo.
Non può invece trascurarsi il dato che lo stesso abbia mostrato un atteggiamento chiaramente oppositivo, non ottemperando agli inviti del Gallo a restituire il trapano impastatore e rendendosi irreperibile, per poi essere ferocemente aggredito ed ammonito.
Che alcuni membri dell’associazione – ed in particolare proprio il Perdichizzi – si avvalesse di soggetti estranei al sodalizio al fine di custodire armi da impiegare in attività criminali, risulta, poi, circostanza riscontrata dalla stessa posizione soggettiva del Cuttone.
In tali termini, si può ritenere che l’indagato – coadiuvando il Perdichizzi anche in attività criminali (quale la detenzione di un’arma) – abbia voluto esclusivamente agevolare quest’ultimo, senza fornire alcun apporto causalmente rilevante ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione.
Insussistente risulta, inoltre, l’ affectio societatis , ossia la coscienza e volontà di contribuire attivamente alla realizzazione dell’accordo e del programma delittuoso in modo stabile e permanente, di cui il Munafò è senz’altro privo.
L’ordinanza va, pertanto, sul punto annullata.
***
Il descritto quadro accusatorio si è arricchito di nuove emergenze, a seguito della scelta collaborativa maturata, nelle more, da Artino Salvatore.
Quest’ultimo ha segnalato Munafò Filippo come intraneo al sodalizio mafioso barcellonese con funzioni subalterne rispetto a Perdichizzi Giovanni (“Filippo Munafò è organico della famiglia mafiosa barcellonese ed era il braccio destro di Giovanni Perdichizzi.”- verbale del 13.09.2013).
Secondo il narrato dell’Artino il Munafò era subentrato a Bucolo Angelo nel ruolo di referente del Perdichizzi per la zona di Mazzarà Sant’Andrea e dintorni, compreso il comune Furnari (“il referente di PERDICHIZZI per la zona di Mazzarà Sant’Andrea e dintorni era BUCOLO Angelo; infatti, BUCOLO conosceva bene PERDICHIZZI. Successivamente il referente per la zona di Mazzarà e dintorni, compreso Furnari, è diventato MUNAFO’ Filippo.”), ed era stato – per ciò – investito del compito di riscuotere i proventi estorsivi in relazione a detto territorio (“Il gruppo di Mazzarà invece consegnava i proventi dell’estorsione a MUNAFO’ Filippo di Furnari, che poi doveva consegnare a PERDICHIZZI Giovanni”) che sarebbero poi confluiti nella cassa comune dell’organizzazione tenuta da Scordino Antonino.
Il collaboratore, premettendo di avere ricevuto direttamente dal Munafò notizie in merito all’organigramma ed all’attività del gruppo facente capo a Perdichizzi Giovanni (“Queste vicende, e dunque la composizione del gruppo di PERDICHIZZI, mi è stata riferita anche direttamente da MUNAFO’ Filippo che, come ho già detto era quello che teneva i contatti tra Mazzarà e PERDICHIZZI Giovanni, o Nino SCORDINO, dopo BUCOLO Angelo.”), indicava i soggetti con cui lo stesso era solito accompagnarsi (“Un suo cugino di nome REALE Giuseppe, è vicino al MUNAFO’, anche se ultimamente i due non andavano molto d’accordo. Un altro soggetto vicino al MUNAFO’ ed al cugino è un marocchino, persona quest’ultima diversa da MIROUD di cui ho prima parlato”), precisando, in aggiunta, specifiche circostanze ritenute dal medesimo sintomatiche di una intraneità al sodalizio.
Oltre a mostrarsi al corrente della donazione di un fucile da parte del Perdichizzi (circostanza – in verità – già riferita da Cuttone Salvatore ed oggetto di disamina nell’ambito dell’operazione “Gotha 4″), il collaboratore ha indicato Munafò Filippo tra i protagonisti dell’estorsione commessa ai danni dell’imprenditore Genovese Antonino.
Nel precisare che solo una parte della quota di spettanza della frangia barcellonese (e segnatamente a Perdichizzi Giovanni) era stata effettivamente versata, il collaboratore ha riferito che queste ultime somme furono consegnate dal Genovese al cognato Italiano Salvatore, il quale le portò a Munafò Filippo affinchè le consegnasse al Perdichizzi (“GENOVESE consegnò questi soldi non a me, come ho detto in precedenza, ma ad ITALIANO Salvatore. Costui portò i soldi a MUNAFO’ Filippo il quale li consegnò per intero a PERDICHIZZI Giovanni. Per quel motivo MUNAFO’ Filippo litigò con ITALIANO Salvatore e MUNAFO’ Giuseppe in quanto questi ultimi due sostenevano che i soldi dovevano rimanere a Mazzarà e non essere portati al PERDICHIZZI”- verbale del 5.11.2013).
L’Artino ha citato il Munafò anche in relazione alla vicenda dell’attentato ai danni della discarica di Mazzarà Sant’Andrea, riferendo che fosse quest’ultimo il soggetto incaricato dal Perdichizzi (una volta interpellato sulla vicenda) di custodire un ordigno esplosivo, circostanza che gli sarebbe stata riferita da Bucolo Angelo e dallo stesso Munafò Filippo (“Successivamente quella bomba fu presa in consegna da MUNAFO’ Filippo e da qual momento non so più niente di quell’ordigno, non so se l’abbia ancora lui, almeno fino a quando non è stato arrestato o se l’abbia restituita a PERDICHIZZI Giovanni prima che costui morisse. Preciso che io non ho mai visto questa bomba e tutte queste circostanze mi sono state riferite da BUCOLO Angelo e dallo stesso MUNAFO’ Filippo.”).
Il racconto si colorava, poi, di ulteriori notazioni a proiezione accusatoria.
Il collaboratore ha riferito che il Munafò gli confidò di essere stato incaricato proprio dal Pedichizzi di coordinare un attentato incendiario ai danni della società “DUSTY” di Barcellona P.G., al fine di sistemare l’estorsione avanzata nei confronti di quella impresa (“Un altro episodio di cui sono a conoscenza è stato l’incendio dei mezzi della società DUSTY di Barcellona, che si occupa della raccolta dei rifiuti. All’incirca ad ottobre – novembre del 2012, PERDICHIZZI Giovanni diede incarico a MUNAFO’ Filippo di trovare delle persone che bruciassero alcuni mezzi della DUSTY per sistemare l’estorsione. MUNAFO’ Filippo diede questo incarico a MUNAFO’ Giuseppe e CRISAFULLI Carmelo, detto “pistolo”, i quali si recarono una prima volta e non conclusero nulla in quanto trovarono un guardiano o qualcosa di simile. Queste circostanze mi furono riferite direttamente da MUNAFO‘ Giuseppe. Dopo circa dieci o quindici giorni, le stesse persone ossia Giuseppe MUNAFO’ e “pistolo”, riuscirono a bruciare un camion. … Dopo qualche giorno ho saputo da MUNAFO’ Filippo che PERDICHIZZI Giovanni aveva sistemato l’estorsione con la DUSTY.”).
Nel contempo l’Artino ha ricordato come il furto promosso dal suo gruppo emergente ai danni dell’imprenditore Dante Mariano avesse provocato la reazione dei barcellonesi che prontamente li interrogarono in merito alla ratio di quel gesto.
In tale occasione fu nuovamente il Munafò, unitamente a Scordino Antonino, ad accompagnare il Perdichizzi (“Dopo un poco di tempo si presentarono PERDICHIZZI Giovanni e Nino SCORDINO presso la pizzeria del suocero di MUNAFO’ Filippo a Furnari , denominata “la vecchia fontana”, al fine di incontrare MUNAFO’ Filippo per poi recarsi da noi a Mazzarà. In effetti PERDICHIZZI, SCORDINO e MUNAFO’ vennero a trovarci a Mazzarà. L’incontro avvenne nel mio vivaio ed erano presenti, oltre a me, anche MUNAFO’ Giuseppe e Carmelo “Pistolo”. PERDICHIZZI Giovanni si lamentò del fatto che noi avevamo rubato quel mezzo di nostra iniziativa, nonché del fatto che avevamo chiesto al Nando la restituzione del mezzo. La questione si chiuse con il fatto che PERRONE Carmelo e Nando si recarono nuovamente alla pizzeria, dove fu chiarito che la richiesta era stata di tremila euro. Successivamente abbiamo saputo da Carmelo PERRONE che Nando consegnò mille euro a PERDICHIZZI Giovanni.”).
Il ruolo del Munafò di collettore dei proventi estorsivi del gruppo veniva ribadito dall’Artino in quanto corroborato da numerosi episodi.
Lo stesso provvedeva, poi, a ripartirne il ricavato – con cadenze prestabilite – ai componenti dell’organizzazione residenti a Mazzarà e dintorni, come avvenne in occasione del Natale 2012 (“Un’altra circostanza che mi sono ricordato in questo momento è la seguente: Il 25 dicembre del 2012, verso le ore 8.00 – 9.00 di sera, è venuto a cercarmi a casa a Mazzarà Sant’Andrea, Danilo FUMIA, figlio di Enrico, il quale mi disse che aveva incontrato MUNAFO’ Filippo, il quale gli aveva detto di avvisarmi di andare immediatamente da lui, a casa sua. DANILO si limitò a dire: “’nchiana a Furnari da Filippo” e non aggiunse altro. Io raggiunsi MUNAFO’ Filippo a casa sua dove quest’ultimo mi consegnò la somma di tremila euro da “spartire alle famiglie”; io subito dopo, quella stessa sera, consegnai cinquecento euro a Danilo FUMIA; cinquecento euro al figlio di MARTORANA, Nino; cinquecento euro alla moglie di Tindaro CALABRESE, Viviana; cinquecento euro a MUNAFO’ Giuseppe, figlio di Aldo. Il giorno successivo ho consegnato cinquecento euro alla moglie di TRIFIRO’ Carmelo; cinquecento euro li trattenni per la mia famiglia. MUNAFO’ Filippo mi disse che erano messi da parte anche altri mille euro, di cui cinquecento per Nunzio, ossia SIRACUSA Nunziato e cinquecento per Turi CALCO’.”), i quali usufruivano pro quota dell’ammontare dai medesimi raccolto (“I tremila euro che mi consegnò MUNAFO‘ Filippo erano una parte del provento di estorsioni che noi del gruppo di Mazzarà avevamo portato a termine nella zona di nostra competenza; avevamo consegnato l’intero ammontare di quelle estorsioni, pari a circa dieci – undicimila euro complessive a Barcellona, in particolare nelle mani di MUNAFO’ Filippo, il quale li aveva consegnate a Nino SCORDINO in qualità di cassiere di PERDICHIZZI Giovanni. Successivamente una parte di quei proventi, pari a tremila euro, era tornata a Mazzarà da Barcellona, nelle mani di MUNAFO’ Filippo, per essere distribuita fra “le famiglie di Mazzarà”).
Le sorti del Munafò avevano, quindi, seguito la parabola discendente correlata alla perdita di credibilità del Perdichizzi nell’ambito del gruppo barcellonese, sicché lo stesso era rimasto vittima di un violento pestaggio ad opera di alcuni sodali (tra cui Antonino Mazzeo ed Enzo Gallo) appena dopo l’uccisione dello stesso Perdichizzi.
Tali circostanze – già emerse all’esito delle investigazioni condotte nell’ambito del procedimento denominato “Gotha 4″ – venivano ricondotte dall’Artino al rapporto di particolare fiducia che aveva legato il Munafò al Perdichizzi e che aveva indotto quest’ultimo, oltre che a consegnare al medesimo un’arma appartenente al gruppo, a delegare all’indagato (a suo stesso dire) un’aggressione ai danni di Mazzeo Antonino (“Dopo l’uccisione di PERDICHIZZI Giovanni e l’arresto di BARRESI Filippo, “PIRITTA”, ossia MAZZEO Antonino, GALLO Enzo ed una terza persona che in questo momento non ricordo, pestarono pesantemente MUNAFO’ Filippo. Il motivo di tale pestaggio era da individuarsi in varie ragioni; in primo luogo perché MUNAFO’ Filippo era stato un uomo fidato di PERDICHIZZI, ed era stato incaricato dallo stesso PERDICHIZZI di trovare una moto per compiere un attentato ai danni di MAZZEO Antonino; infatti PERDICHIZZI Giovanni riteneva che MAZZEO Antonino fosse il responsabile dell’omicidio di ISGRO’ Giovanni, chiamato “maionese”, uomo di fiducia del PERDICHIZZI, ucciso all’interno di un barbiere i primi giorni del dicembre del 2012. PERDICHIZZI Giovanni aveva incaricato MUNAFO’ Filippo di rubare una moto con cui commettere l’attentato ai danni di MAZZEO. … Ritornando al pestaggio di MUNAFO’ Filippo, “piritta” e GALLO in quella circostanza gli chiesero la restituzione del fucile che in precedenza gli aveva consegnato PERDICHIZZI Giovanni. Costoro pretesero la restituzione di quell’arma sostenendo che esse era stata consegnata ad un babbo, non meritevole di possederla. Tutte queste circostanze mi sono state riferite direttamente da MUNAFO’ Filippo, il quale si presentò presso la mia sala giochi a Mazzarà, entrando dal di dietro, subito dopo il pestaggio”).
Ciononostante il collaboratore ha precisato che anche dopo la morte di Perdichizzi Giovanni il Munafò aveva mantenuto il descritto ruolo nell’associazione, interloquendo con lo stesso Artino per conto dei nuovi vertici del gruppo (“Dopo l’omicidio di PERDICHIZZI Giovanni interrogai MUNAFO’ Filippo sulla sorte di questo denaro, anche perché gli accordi erano che, dopo che quella somma era stata consegnata a PERDICHIZZI Giovanni, almeno una parte di quella”pignata” doveva tornare a Mazzarà per il sostentamento delle famiglie. Invece MUNAFO’ Filippo mi rispose che Nino SCORDINO aveva affermato che quei soldi se li era mangiati tutti il morto, il quale si era “tirato” anche le pietre. In sostanza io ed il mio gruppo non avevamo ricevuto niente da quelle attività estorsive. Per questo motivo io ed il mio gruppo rinunciamo a proseguire quell’attività. Nonostante questa nostra decisione, MUNAFO’ Filippo ha continuato a cercarmi numerose volte allo scopo di sapere se noi avevamo continuato nelle attività estorsive e se dunque potevamo consegnare altro denaro a Barcellona. Io gli ho più volte comunicato che non mi dovevano “cercare più niente” ed in effetti ciò risulta anche da alcune intercettazioni in cui io parlo di questo con Filippo MUNAFO’. MUNAFO’ Filippo mi chiedeva la consegna di questi ulteriori soldi, previsti per la ricorrenza di Pasqua del 2013, in nome di Nino SCORDINO, e non più, ovviamente di PERDICHIZZI Giovanni. Io per quanto mi riguarda non ho fatto più niente.”).
Il collaboratore ha, invero, precisato che fu proprio il Munafò ad aggiornarlo sui nuovi assetti assunti dall’organizzazione a seguito di tale ultimo fatto di sangue (“Dopo l’uccisione di PERDICHIZZI, i referenti di Barcellona sono diventati Nino SCORDINO e “Piritta”; ciò mi è stato detto da Filippo MUNAFO’ e dallo stesso Nino SCORDINO. Io in quel periodo chiedevo a queste persone chi si occupava del sostentamento delle famiglie di Mazzarà e dunque mi informavo di queste vicende – verbale del 27.9.2013”).
***
Ritiene questo decidente che le emergenze acquisite al compendio in atti integrino gli estremi di un apprezzabile novum rispetto al materiale investigativo che ha già costituito oggetto di valutazione critica nell’ambito del procedimento penale n. 3666/11 R.G.N.R..
In particolare, detta connotazione qualifica la rappresentazione offerta dal collaboratore di giustizia Artino Salvatore, permettendo di collocare il Munafò in seno al sodalizio in esame e ad apprezzarne la concreta vocazione delinquenziale.
E’ indubbio, a parere di questo Giudice, che le propalazioni appena evidenziate siano dotate di un elevatissimo margine di attendibilità intrinseca e ciò per le argomentazioni già diffusamente rassegnate in seno alla presente ordinanza e specificamente correlate alla storia criminale dell’Artino ed alla posizione dallo stesso assunta nella fase più recente della vita associativa del gruppo mafioso barcellonese.
Va, inoltre, premesso come nulla consenta di ipotizzare che, nel muovere gravi accuse nei riguardi di Munafò Filippo, l’Artino sia stato mosso da un qualsiasi intento calunniatorio.
Nessuna emergenza acquisita al compendio permette, infatti, di apprezzare l’esistenza di motivi di contrasto tra la fonte di accusa e l’indagato.
Devesi, poi, evidenziare che la rappresentazione offerta dal collaboratore appare qualificata da apprezzabili precisione e logicità.
Non sorprende, in particolare, il fatto che proprio all’indagato – soggetto già attenzionato dalle Forze dell’Ordine, ma del quale non era mai stato ipotizzato uno specifico ruolo in seno alla congrega criminosa – l’Artino abbia conferito la veste di collettore dei proventi estorsivi per conto di Perdichizzi Giovanni.
Appare, invero, assolutamente verosimile che Perdichizzi Giovanni – soggetto certamente scomodo e fortemente contestato in seno al sodalizio mafioso barcellonese – possa aver reputato opportuno affidare la riscossione delle estorsioni “sistemate” della cellula criminale da lui retta, ad un soggetto sul quale poteva riporre pieno affidamento (nei termini già evidenziati nell’ambito del procedimento “Gotha 4″).
Le stesse propalazioni accusatorie risultano, poi, qualificate da manifesti tratti di originalità, di talchè può escludersi che il collaboratore si sia limitato ad un’artificiosa rielaborazione delle risultanze compendiate nel corpo dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito del procedimento penale n. 3666/11 R.G.N.R..
In particolare, l’Artino, lungi dall’aver fatto proprio l’inquadramento ivi operato dal GIP (correlato esclusivamente al coinvolgimento del Munafò nell’attività di gestione del gioco d’azzardo da parte di Perdichizzi Giovanni descritta da un soggetto certamente estraneo alla compagine associativa, ossia Cuttone Salvatore), si è reso portatore di una lettura significativamente innovativa, attribuendo al’indagato una posizione ben definita rispetto alle lucrose attività facenti capo al gruppo.
Nella rappresentazione offerta dal collaboratore l’affiliazione dell’indagato al consorzio, lungi dall’integrare gli estremi di una mera ipotesi conseguente al rapporto di particolare fiducia che lo ha legato al Perdichizzi Giovanni, presenta quindi caratteri di stringente attualità.
L’attività di indagine posta in essere ha, poi, permesso di raccogliere sorprendenti riscontri di carattere estrinseco alle dichiarazioni accusatorie sopra esaminate.
In particolare, alcune delle emergenze fattuali che detta connotazione posseggono verranno puntualmente indicate e commentate alle pagg. 212 e ss. della presente ordinanza (trattandosi delle medesime in cui risulta coinvolto Bucolo Angelo) cui può operarsi un integrale rinvio.
Basti citare l’acclarato interesse manifestato – in termini perfettamente in linea con quanto rappresentato dal collaboratore – dal gruppo di Perdichizzi Giovanni rispetto ad un attentato nei confronti della discarica di Mazzarà Sant’Andrea appena pochi giorni prima dell’azione programmata dal gruppo dell’Artino.
Ciò posto, una significativa conferma rispetto al narrato del collaboratore si desume dagli accertamenti delegati in relazione alla descritta estorsione posta in essere ai danni di un fabbro di Terme Vigliatore.
La Compagnia Carabinieri di Barcellona P.G. ha, invero, identificato il soggetto indicato dal collaboratore in Costantino Carmelo, amministratore unico dell’impresa artigiana COSTANTIN COOP. SOCIETA’ COOPERATIVA, con sede in Terme Vigliatore, avente ad oggetto l’attività di lavorazione, preparazione, rifinizione e messa in opera di ferro per l’edilizia (cfr nota prot. N. 139/5-56-2 dei CC di Barcellona P.G. del 4 marzo 2013).
In data 26 febbraio 2013 veniva escusso il titolare, Costantino Carmelo, il quale dichiarava di conoscere Munafò Filippo di Furnari e Giardina Massimo di Fondachelli Fantina, soggetti poi tratti in arresto a seguito l’operazione “Gotha 4”, precisando sinteticamente che, mentre il primo aveva effettivamente lavorato presso il suo cantiere, tra il febbraio ed il marzo dell’anno 2013, il secondo, prima di venire arrestato, aveva prelevato del ferro lavorato presso il suo cantiere senza pagare alcun corrispettivo.
La rappresentazione offerta dal collaboratore ha trovato altrove un ben più determinante conforto.
Ed invero l’Artino, nel verbale del 19 novembre 2013 ha ricordato di aver fatto menzione dell’estorsione commessa ai danni del ferraiolo di Terme Vigliatore nel corso di una conversazione verificatasi nel marzo del 2013 a bordo della sua autovettura, proprio con Munafo’ Filippo, conversazione che aveva appreso poi essere stata registrata; in quella occasione il Munafò gli avrebbe rivelato di essere stato incaricato da Enzo Gallo di passare dal fabbro per riscuotere (“Io e MUNAFO’ Filippo abbiamo fatto menzione di tale estorsione nel corso di una intercettazione ambientale verificatasi nel marzo del 2013, prima di Pasqua, a bordo della mia autovettura. In quella occasione eravamo a Furnari, davanti all’EUROBAR, nei pressi della pizzeria del suocero del MUNAFO’, e costui mi disse che Enzo GALLO gli aveva detto di passare dal fabbro per riscuotere. MUNAFO’ Filippo mi disse che però non ci sarebbe andato.”).
Ebbene all’esito del riascolto di detta conversazione (nr. 209 del 23.03.2103, ore 11.29), svoltasi a bordo della autovettura BMW X5 in uso a ARTINO Salvatore, fra costui e MUNAFO’ Filippo, è stato rilevato un effettivo riferimento ad un ferraiolo ( cfr. nota del Commissariato P.S. di Barcellona P.G. del 10 marzo 2014, in atti).
Quanto ai contatti intercorsi con i sodali successivamente alla morte del Perdichizzi, mette conto osservare che già nell’ambito del procedimento “Gotha 4” era stato documentato un incontro tra l’Artino ed il Munafò nel marzo 2013, durante la quale il primo esortava quest’ultima a continuare a dedicarsi all’attività di raccolta dei proventi delle estorsioni citando tale Enzo (ragionevolmente identificabile in Gallo Vincenzo), nei termini prospettati dal collaboratore.
Venivano parimenti documentati i contatti tra il Munafò ed il Gallo, il quale mostrava nei confronti dell’indagato toni duri ed autoritari.
***
Le descritte circostanze oggettive valgano certamente a delineare la parabola criminale dell’indagato in senso pienamente coerente alla ricostruzione appena operata.
Sulla scorta del determinante contributo dell’Artino è stato possibile acclarare che il Munafò, oltre ad essere stato vicino a soggetti dotati di assoluto spessore criminale nell’alveo del gruppo criminale operante nella zona di Barcellona P.G., ne fosse pienamente intraneo, con compiti di assoluto rilievo nell’ambito del medesimo.
Quanto sin qui evidenziato impone, conseguentemente, di formulare un giudizio di convinta condivisione dell’opzione accusatoria.

Il gruppo operante a Terme Vigliatore riconducibile a Salvatore CAMPISI.

Reale Giuseppe.

Tra gli affiliati alla cellula criminale che, tra il 2009 ed il 2011, aveva costituito e, quindi, diretto sino al proprio arresto, Campisi Salvatore indicava Reale Giuseppe – di cui effettuava riconoscimento fotografico – presentatogli da Maio Carmelo come un soggetto di assoluta fiducia (“REALE Giuseppe ha fatto parte del gruppo da me costituito negli anni 2009-2010-2011. Non so dire se prima facesse parte di qualche altro gruppo, so che era un ragazzo “discolo” nel senso che era capace di compiere qualsiasi azione. Costui è nipote di TRIFIRO’ Carmelo Salvatore. Fu MAIO Carmelo a presentarmi il REALE Giuseppe proponendomi di farlo entrare nel gruppo da me diretto. In quella occasione MAIO Carmelo mi disse che il REALE era “un ragazzo a posto, con le palle” ed io diedi l’assenso e garantii per lui, così che anche lui entrò a fare parte del mio gruppo.”- verbale del 10.12.2012) .
Dichiarava che il sodale si era ripetutamente attivato nell’interesse del consorzio criminale.
Precisava così che il Reale lo aveva coadiuvato nel tentativo di sottoporre ad estorsione il vivaista Vito Giambò, nei cui confronti aveva maturato proprositi estorsivi (“…Io decisi di pedinare Vito GIAMBO’ in modo da comunicargli i miei propositi estorsivi; vidi che entrava in un bar vicino Portorosa, di fronte al quale vi è un locale della compagna di Nunzio Siracusa che vende abbigliamento intimo, costumi etc… Io, insieme a Giuseppe REALE, mi avvicinai a Vito GIAMBO’ e gli chiesi di appartarci fuori dal bar perché gli dovevo parlare in modo riservato. Lui mi seguì ed io gli dissi le seguenti parole: ”vedi, da oggi in poi ci sono io e devi corrispondere a me”. Aggiunsi che non mi ero presentato da lui direttamente presso i suoi vivai perché lì c’erano troppe telecamere. Vito GIAMBO’ mi disse di aspettare una decina di giorni e che mi avrebbe fatto sapere lui qualcosa. Specifico che questo dialogo fra me e GIAMBO’ avvenne sempre alla presenza di Giuseppe REALE il quale sentì tutto il discorso. Il REALE era lì con me in quanto appartenente al mio gruppo. Dopo qualche giorno io venni contattato da Aurelio MICALE, detto Chiocchio, il quale mi disse che Vito GIAMBO’ già pagava regolarmente quell’estorsione a Carmelo ALESCI, detto “u capitanu”, e che quindi io non dovevo metterci mano.”- verbale del 10.12.2012), per poi apprendere che il medesimo era stato già sottoposto al giogo estorsivo dal gruppo dei Mazzarroti.
Aggiungeva di essersi, inoltre, avvalso dell’ausilio del Reale per porre in essere alcuni atti intimidatori ai danni dell’imprenditore Giovanni La Fauci (identificato in La Fauci Cosimo, titolare della ditta “La Moderna La Fauci & C. s.p.a.” di Fondachello Valdina, società che si occupa della produzione di laterizi e dell’estrazione di argilla), rivolti a fare cedere quest’ultimo al giogo estorsivo già imposto su impulso di Treccarichi Antonino (“REALE Giuseppe ha partecipato, assieme al mio gruppo, all’estorsione nei confronti di un imprenditore di Rometta che si occupava di estrazione di argilla per la costruzione di mattoni in una fabbrica collocata in quel Comune. … Il soggetto che ebbe l’idea di compiere l’estorsione ai danni di questo imprenditore di Rometta fu Nino TRECCARICHI. Costui mi propose di bruciare un escavatore di pertinenza di questo imprenditore di Rometta al fine di convincerlo a pagare il pizzo e a fare lavorare i camion della mia impresa SEA di CAMPISI Vincenzo e di quella dello stesso TRECCARICHI, intestata al figlio Salvatore. Io fui d’accordo e così decidemmo di fare bruciare quell’escavatore. A tale scopo, dopo qualche giorno, io “pistolo”, ovvero Carmelo CRISAFULLI, e REALE Giuseppe andammo sui luoghi dove questa impresa stava svolgendo dei lavori per controllarla. Ci recammo a bordo di una Mercedes classe E, blu, di proprietà di Giuseppe REALE. Il luogo dove stava svolgendo questi lavori era nei pressi di un agriturismo che mi pare si chiami “La Camelia”, all’incrocio della strada fra Furnari e Falcone. Dopo tre o quattro giorni dal sopralluogo io, TRECCARICHI Antonino e REALE Giuseppe pranzammo insieme presso il ristorante di Portorosa, alla cui gestione era interessato lo stesso TRECCARICHI. In quella occasione io presentati REALE Giuseppe a TRECCARICHI e dissi a quest’ultimo che sarebbe stato proprio il REALE il soggetto che si sarebbe occupato dell’incendio di quell’escavatore”).
In proposito precisava Campisi che l’indagato conferì tale incarico ad un terzo – extracomunitario – essendo in quel periodo era sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di firma con la prescrizione di non allontanarsi dalla propria abitazione nelle ore notturne (“Effettivamente qualche tempo dopo il REALE diede incarico all’extracomunitario che mi aveva in precedenza presentato di andare a bruciare quell’escavatore. L’extracomunitario andò a bruciare quell’escavatore a bordo di un motorino XMAX di color giallo, appartenente al cognato di Carmelo CRISAFULLI, guidato da quest’ultimo. REALE, invece, non partecipò a quell’attentato dal momento che egli aveva l’obbligo di firma e doveva rientrare a casa entro le otto di sera. In effetti, quell’escavatore venne bruciato, per come mi disse successivamente lo stesso REALE. REALE consegnò 50 euro a CRISAFULLI e 50 euro all’extracomunitario per compensarli di quell’azione. Preciso che quei soldi vennero da me consegnati, in precedenza, al REALE affinché provvedesse a darli a quei due soggetti che ho prima indicato. REALE Giuseppe mi riferì che l’incendio dell’escavatore era avvenuto e che aveva provveduto a pagare il CRISAFULLI e l’extracomunitario.”).
Il collaboratore indicava, poi, il Reale tra i partecipanti ad una riunione presso il camping di Portorosa, nel corso della quale il Campisi e agli altri componenti del suo gruppo avevano discusso dell’opportunità di consegnare integralmente i profitti delle estorsioni al gruppo dei “barcellonesi”, al fine di conquistarne la fiducia.
Secondo il racconto del collaboratore – in un clima di particolari tensioni tra i vari gruppi criminali, in cui il Campisi fremeva per imporsi nel panorama delinquenziale della zona – l’indagato avrebbe dovuto fare parte del gruppo di fuoco deputato ad uccidere Artino Ignazio, e successivamente Perdichizzi Giovanni, progetti entrambi falliti per differenti ragioni.
Ricordava, inoltre, il Campisi, di essere intervenuto in favore del Reale per difenderne le posizioni in relazione ad una contesa intercorsa con un dirigente della società Tirreno Ambiente, alle cui dipendenze il Reale lavorava, evitando a quest’ultimo il licenziamento.
Secondo il narrato del collaboratore la ragione di tale intervento era da ricercarsi proprio nel vincolo di solidarietà derivante dalla comune affiliazione mafiosa (“REALE Giuseppe, appartenente al mio gruppo..”).
Il Campisi ha, infine, precisato che Reale detenesse una pistola cal. 38 ed un fucile cal. 12, arma quest’ultima utilizzata nell’attentato ai danni di Raffa Antonino.
Nel corso degli interrogatori il Campisi ha ripetutamente indicato il Reale come soggetto di assoluta fiducia, da cui lo stesso aveva appreso importanti dettagli in merito ad azioni ritorsive poste in essere da appartenenti ad altri gruppi criminali, tra cui Bucolo Angelo e Pino Giovanni (come verrà meglio precisato nei successivi paragrafi).
Il collaboratore si diceva, infine, incerto in ordine alla persistente intraneità del Reale al gruppo dopo il suo arresto (“dopo il mio arresto, REALE ha continuato a far parte del mio gruppo, era in contatto con MAIO Carmelo e mi mandava i saluti tramite costui. Dopo l’operazione “Mustra”, come ho già detto, non so dire se REALE abbia fatto parte di altri gruppi – verbale del 10.12.2013), pur mostrandosi a conoscenza dei rapporti che lo legavano a Carmelo Perroni.
***
Certamente la chiamata in correità formulata dal Campisi nei confronti dell’indagato risulta dotata di un’apprezzabile livello di attendibilità intrinseca.
Nulla, anzitutto, permette di ipotizzare che, nel rendere le propalazioni in esame, il collaboratore sia stato mosso da un sentimento di astio ed abbia, pertanto, inteso perseguire un intento calunniatorio ai danni dell’accusato.
Detta circostanza, valutata in uno alla speciale puntualità del narrato (rispetto a circostanze che attengono alla vita del gruppo criminale dallo stesso diretto per un apprezzabile periodo di tempo), nonché alla sua manifesta coerenza interna, consente di riconoscere al contributo del Campisi una piena valorizzazione nei limiti di un giudizio orientato ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 192, comma 3°, c.p.p.
Orbene, numerose sono le emergenze, autonome alle propalazioni accusatorie offerte dal Campisi, che permettono, nei termini probabilistici richiesti dal contesto cautelare, di inquadrare l’indagato nella cellula criminale costituita e retta dalla fonte di accusa.
Nell’esplicitare le ragioni sottese a detta determinazione, devesi anzitutto premettere come acclarati siano i rapporti di intensa frequentazione che l’indagato ha intessuto con i soggetti che, a dire del Campisi, componevano il gruppo criminale.
***
Le emergenze investigative offrono, poi, solidi conforti alle accuse mosse dal collaboratore di giustizia, nei termini di seguito meglio precisati.
Prendendo le mosse dall’estorsione ai danni di La Fauci Cosimo, mette conto evidenziare come nell’ambito del procedimento “Gotha 4” Treccarichi Antonino sia stato arrestato proprio in relazione a tale fattispecie delittuosa, sulla scorta delle dichiarazioni della persona offesa (cfr. ordinanza del Gip pagg. 39 e segg., in atti).
Rispetto alle circostanze già emerse in tale sede, gli elementi addotti dal collaboratore a corredo del suo narrato non hanno trovato una puntuale corrispondenza nella ricostruzione degli eventi effettuata dalla vittima, sebbene non si possa trascurare di evidenziare come della vicenda il collaboratore abbia, invero, offerto una descrizione che rimanda più alle dinamiche interne del gruppo che alla concreta estrinsecazione delle stesse nei confronti delle vittime.
Al di là della corretta indicazione dei mezzi di cui alcuni dei sodali al tempi disponevano – ossia l’autovettura utilizzata da Crisafulli Carmelo e Reale Giuseppe per effettuare un sopralluogo ove quell’impresa stava svolgendo i lavori ed il ciclomotore Xmax di color giallo, appartenente al cognato di Carmelo Crisafulli (con cui il soggetto extracomunitario avrebbe portato a termine l’incarico conferitogli) non trova, dunque, puntuale riscontro la circostanza indicata Campisi Salvatore quale giustificazione della mancata partecipazione del Reale all’attentato.
Quest’ultimo, in data 2 aprile 2011, veniva sottoposto alla misura cautelare egli arresti domiciliari per i reati di porto di arma da fuoco, minacce nei confronti di Raffa Antonino e danneggiamento aggravato dell’autovettura VW Golf tg BR765 PH in uso allo stesso, nell’ambito del procedimento n. 2826/2010 R.G.N.R. Barcellona P.G., misura che veniva sostituita con quella dell’obbligo di dimora nei comuni di Furnari e di Mazzarà e con l’obbligo di non assentarsi dai luoghi di residenza e di domicilio dalle ore 22,30 fino alle ore 6,30. solo in data 20 luglio 2011 (cfr. nota del Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. del 2 aprile 2011).
Sicchè alla data di commissione di quell’attentato, avvenuto il 7.7.2011, il Reale si trovava agli arresti domiciliari e non era ancora sottoposto all’obbligo di firma, come invece riferito dal collaboratore.
Dato che tuttavia non depone in senso radicalmente ostatitvo alla prospettata ricostruzione, nella misura in cui l’esperienza giudiziale insegna come alcune personalità siano del tutto riottose all’osservanza delle prescrizioni imposte in sede di trattamento cautelare.
Risulta, pertanto plausibile ritenere che tale vicenda estorsiva sia stata oggetto di ponderata deliberazione nell’ambito del gruppo in fase propedeutica a quella esecutiva, per poi venire messa in atto solo da alcuni degli associati.
L’attendibilità delle propalazioni del Campisi trova, infatti, ulteriori elementi di conforto.
Si considerino le dichiarazioni rese dal collaboratore in merito al mancato attentato ad Artino Ignazio.
Se la tempistica indicata dal collaboratore soffre di quella medesima contraddittorietà poc’anzi indicata – risultando il Reale già ristretto in regime di arresti domiciliari nei giorni precedenti all’eliminazione dell’Artino – il collaboratore ha riferito che i componenti del commando avrebbero dovuto utilizzare un motorino SH rubato a Sant’Antonio, di fronte all’abitazione del Foti e successivamente utilizzato per una rapina alla Banca CARIGE ad opera di Carmelo Abbate (“quel motorino era stato rubato a Sant’Antonio, di fronte all’abitazione del FOTI, ed era originariamente di colore bianco e riverniciato di nero. Ho già detto che questo motorino fu utilizzato per la rapina alla Banca CARIGE ad opera di Carmelo ABBATE. In questo momento ricordo che quel motorino era un SH.”).
Dagli accertamenti espletati dalla p.g. operante è risultato c che in data 08 gennaio 2011 tale Longo Domenico denunciava presso la Stazione Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto il furto del proprio ciclomotore Honda SH 125, di colore bianco, targato DT 94256, avvenuto tra le ore 22.00 del 6 gennaio 2011 e le ore 01.00 del giorno successivo, mentre il mezzo si trovava parcheggiato sul marciapiede di fronte all’ufficio postale sito in Piazza Mazzini di Barcellona Pozzo di Gotto (cfr. accertamenti integrativi del ROS su REALE Giuseppe del 28 maggio 2014).
Tale motoveicolo veniva rinvenuto dallo stesso proprietario il successivo 12 agosto 2011, abbandonato in via Battifoglia di Barcellona Pozzo di Gotto, mentre in data 29 luglio 2011 era stata messa a segno una rapina presso una filiale della Banca Carige di Barcellona P.G., ad opera di due giovani giunti a bordo di un ciclomotore.
Il Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. arrestava, quali autori di tale rapina, Abbate Carmelo e Parisi Filippo, sebbene il mezzo utilizzato per la rapina non veniva mai rinvenuto (cfr. nota del Commissariato di P.S. di Barcellona P.G.).
Risulta, certamente, significativa la precisa contestualizzazione offerta dal Campisi in ordine a tale furto, e coincidente la tempistica rispetto alla utilizzazione del motoveicolo nella citata azione delittuosa.
È stato, infatti, pienamente acclarato il dato relativo alla particolare ubicazione del mezzo sottratto con il predetto scopo delittuoso.
Alla data del furto risulta infatti che Foti Salvatore fosse residente a Barcellona P.G. in piazza Mazzini n. 13, circostanza che avvalora l’attendibilità del narrato del collaboratore nella misura in cui quest’ultimo ha mostrato di possedere un preciso ricordo in ordine alla collocazione del mezzo da utilizzare in successive azioni delittuose.
Ed invero, diversamente opinando non si comprende il motivo per cui il Campisi avrebbe conservato un così puntuale ricordo in merito alla sottrazione di un motoveicolo in prossimità dell’abitazione di un associato.
Sempre secondo il racconto del collaboratore, Reale avrebbe dovuto far parte anche del gruppo di fuoco destinato ad uccidere Perdichizzi Giovanni, e che per mettere a segno tale impresa si sarebbe dovuto avvalere di un furgone Fiat Fiorino di colore bianco, rubato a San Biagio di Terme Vigliatore da circa un anno e nascosto nei pressi del terreno di pertinenza del Campisi, di via Stretto Inferno; attentato che era saltato in quanto le Forze dell’Ordine avrebbero ritrovato il Fiorino rubato.
Tale circostanza è, tuttavia, rimasta priva di riscontro.
Accertato appare, di contro, il sostegno assicurato dal Campisi al Reale allorquando quest’ultimo era entrato in contrasto con un dirigente della società Tirreno Ambiente.
Tale soggetto è stato identificato in Luisolo Alessandro, il quale in data 17 dicembre 2011, presentava una denuncia-querela contro ignoti presso il Comando C.C. di Falcone, riferendo di avere avuto due giorni prima un acceso diverbio – per ragioni di lavoro – proprio con Reale Giuseppe, dipendente della società “EDERA AMBIENTE”, e di essere stato quindi minacciato pesantemente il giorno successivo da un soggetto che lo aveva fermato mentre stava scendendo dalla discarica di Mazzarà S.Andrea per fare rientro in Oliveri, all’altezza della s.s. 113 di Terme Vigliatore.
Il Luisolo precisava che costui (descritto come un ragazzo dell’apparente età di 25 anni, corporatura normale, altezza 1.75 circa, capelli corti neri, barba incolta), con il pretesto di voler chiedere una informazione, aveva aperto lo sportello dell’auto ed era salito a bordo della stessa per poi rivolgersi al conducente con toni fortemente intimidatori (“So che tu ti chiami Alessandro… per quel fatto che è successo ieri con Giuseppe, vedi che è un bravo ragazzo ed ha una famiglia… so che tu sei un bravo ragazzo intelligente… questa volta te lo dico con le buone maniere… ma la prossima volta…”).
Luisolo Alessandro, infine, assunto a s.i.t. in data 29 maggio2014, riconosceva senza alcuna dubbio proprio in Campisi Salvatore il soggetto che lo aveva minacciato in quella occasione (cfr. accertamenti integrativi del ROS su REALE Giuseppe del 28 maggio 2014 e del 30 maggio 2014, cit.).
Ciò costituisce un fortissimo riscontro al narrato di Campisi Salvatore, rappresentando al contempo prova emblematica del forte vincolo di solidarietà che univa gli affiliati al medesimo gruppo mafioso.
***
Come già riportato il Reale veniva sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari il 2 aprile 2011 per i reati di porto di arma da fuoco, minacce nei confronti di Raffa Antonino e danneggiamento aggravato dell’autovettura VW Golf tg BR765 PH in uso a quest’ultimo, commessi a seguito di una serie di scontri e diverbi avuti con quest’ultimo nell’estate del 2010 a causa di una ragazza, tale Doda Tania Natasa, dipendente del Raffa, con la quale entrambi i soggetti avevano instaurato una relazione sentimentale in quel periodo (proc. Pen. n. 2826/10 R.G.N.R. Barcellona P.G).
Nell’ambito di tali indagini i Carabinieri della Stazione di Terme Vigliatore accertavano che la VW Golf tg BR756PH, di proprietà di RAFFA Santino, era stata attinta da “un grosso foro, provocato verosimilmente da colpo di arma da fuoco, all’altezza della portiera posteriore” (cfr. C.N.R. nr. 4/36 datata 18 settembre 2010), certamente compatibile con un colpo esploso da un fucile calibro 12, arma di cui secondo la ricostruzione del Campisi il Reale aveva la disponibilità.
In tale sede venivano acclarati anche gli stretti rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Maio Carmelo e Crisafulli Carmelo, detto “Pistolo”.
Era lo stesso Raffa Antonino, assunto a s.i.t. in data 17 settembre 2010 a rivelare come il Reale fosse un soggetto che si accompagnava solitamente con Crisafulli Carmelo e con Maio Carmelo, puntualizzando come nell’estate del 2010, Crisafulli Carmelo e Maio Carmelo, soprannominato “Grillo” avevano accompagnato Reale Giuseppe ad un incontro chiarificatore con lo stesso Raffa (“Circa due mesi fa, mentre ancora Reale Giuseppe importunava Tania, gli telefonavo e gli dicevo che di scendere alla stalla perché gli dovevo parlare. Ivi affrontavo Reale Giuseppe arrabbiato e dicevo a questo che aveva approfittato della mia amicizia, di lasciare stare Tania perché è una brava ragazza e non merita di essere trattata come una poco di buono e che lui mi aveva mancato di rispetto. Nella circostanza gli dicevo che gliene avrei dato uno nella faccia, ma che non lo facevo in quanto sono amico di suo padre. Lui si incazza e mi chiede: “Ma che stai dicendo?”. Poi se ne andava e tornava con un certo Grillo, uno di Terme Vigliatore che è stato per fuori. Una volta tornati, Grillo diceva di farla finita ad entrambi perché non era il caso di fare discussioni per una femmina…”; sempre in quel contesto, proprio Maio Carmelo e Crisafulli Carmelo avevano accompagnato Reale Giuseppe ad un incontro chiarificatore con lo stesso Raffa: “Arrivò Reale Giuseppe con Carmelo, che è un figlio di Crisafulli, nipote di quello che ha “ Le comiche”, suo padre sposò una Fumia di Mazzarà e l’ingiuria è Pistolu; c’era poi lo stesso Grillo ed uno che non conosco…” verbale di Raffa Antonino del 17 settembre 2010).
Tali affermazioni trovavano ampio riscontro negli esiti dell’attività intercettativa disposta nell’ambito del medesimo procedimento.
***
Artino Salvatore ha inizialmente indicato Reale Giuseppe come soggetto legato da uno stretto legame criminale con Munafò Filippo, soggetto che era divenuto il referente di Perdichizzi Giovanni per la zona di Furnari e dintorni e che aveva ricevuto da quest’ultimo, come premio per la sua fedeltà, un fucile (“Come ho già detto, PERDICHIZZI Giovanni comandava a Barcellona in nome di BARRESI Filippo; il referente di PERDICHIZZI per la zona di Mazzarà Sant’Andrea e dintorni era BUCOLO Angelo; infatti, BUCOLO conosceva bene PERDICHIZZI. Successivamente il referente per la zona di Mazzarà e dintorni, compreso Furnari, è diventato MUNAFO’ Filippo. MUNAFO’ Filippo era anche lui un uomo di PERDICHIZZI Giovanni, ed in effetti so che PERDICHIZZI gli aveva anche regalato un fucile come segno di fiducia e che egli doveva utilizzare per difendersi. MUNAFO’ Filippo abita a Furnari. Un suo cugino, di nome REALE Giuseppe, è vicino al MUNAFO’, anche se ultimamente i due non andavano molto d’accordo” verbale del 27.9.2013).
Lo stesso ha, poi, precisato che il Reale era entrato a far parte del gruppo formato dallo stesso Artino ed operativo dal settembre 2012, unitamente ad altri soggetti tra cui Torre Sebastiano, Crisafulli Carmelo, detto “Pistolo”, e Munafo’ Giuseppe (“Prima di iniziare l’interrogatorio devo fare una rettifica a quello che ho detto nei precedenti verbali con riferimento alla persona di REALE Giuseppe. Anche il REALE faceva parte del gruppo che avevo composto io insieme a TORRE Sebastiano, CRISAFULLI Carmelo detto “Pistolo”, MUNAFO’ Giuseppe. In tutto eravamo cinque oltre ad altri personaggi quali, per esempio, CAMMISA Giuseppe che come ho già detto in altri verbali era “una bandiera”.”).
Secondo il racconto del collaboratore nella descritta qualità il Reale ebbe un ruolo attivo nell’attentato programmato ai danni della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea nell’ottobre 2013, su espresso mandato di Artino Salvatore, Bucolo Angelo, Perroni Carmelo e di Perdichizzi Giovanni (“REALE Giuseppe, per conto del nostro gruppo, ha compiuto un attentato alla discarica di Mazzarà insieme ad altri soggetti, ossia TORRE Sebastiano e Carmelo CRISAFULLI ”PISTOLO”, all’incirca nel settembre del 2012. … TORRE Sebastiano, CRISAFULLI Carmelo e REALE Giuseppe fecero l’attentato alla discarica recandosi tutti e tre a bordo del mio motorino, un Majestic 125 di colore blu notte. Avevamo deciso di compiere quell’attentato io, PERRONE Carmelo e BUCOLO Angelo dal momento che la discarica di Mazzarà non pagava più l’estorsione da diverso tempo, come successivamente andrò a specificare.”), specificando di avere appreso dallo stesso Reale da dinamica dei fatti (“Successivamente ebbi modo di parlare di quell’attentato anche con REALE Giuseppe e fu in questa occasione che il REALE mi specificò tutti i dettagli dell’attentato per come li ho prima narrati. In quella circostanza il REALE mi disse che era preoccupato perché aveva perso la tenaglia usata per tagliare la recinzione all’interno della discarica ed aveva quindi il timore che attraverso quello strumento potessero risalire a lui.”).
In particolare era stato proprio l’indagato a riferire all’Artino che, dopo essersi introdotto all’interno dell’area della discarica tagliando la rete di recinzione con una tenaglia, aveva esploso alcuni colpi di fucile all’indirizzo di una delle guardie giurate ivi presenti per consentire ai complici – Crisafulli Carmelo e Torre Sebastiano – di appiccare il fuoco ai mezzi della Tirreno Ambiente (“Poco dopo io ne parlai con TORRE Sebastiano, Carmelo CRISAFULLI “Pistolo” e REALE Giuseppe e gli dissi che se la sarebbero vista loro per quell’attentato e costoro accettarono l’incarico. Fui io stesso a comunicare ai tre come avvicinarsi alla recinzione della discarica senza farsi riprendere dalle telecamere per come mi era stato riferito da PERRONE e BUCALO. In altre parole, costoro mi avevano detto qual’era il punto scoperto, ossia non ripreso dalle telecamere ed io lo comunicai ai tre. Ricordo che in quel periodo REALE Giuseppe doveva rientrare a casa entro le 10.00 di sera a causa dei problemi giudiziari che aveva avuto a seguito dell’attentato che aveva commesso ai danni del macellaio RAFFA Nino. I tre, come ho già detto, salirono a bordo del mio motore Majestick e si recarono alla discarica. Potevano le nove e mezzo di sera circa. Prima di arrivare alla discarica tutti e tre, sempre a bordo del mezzo, andarono a prelevare un fucile collocato in una campagna di TORRE Sebastiano e successivamente si recarono presso la discarica. Specifico che tra i due posti vi è una distanza di circa cinque-seicento metri. Una volta arrivati presso la discarica, i tre tagliarono la recinzione con una tenaglia e penetrarono all’interno. Il primo ad entrare fu REALE Giuseppe. Il metronotte, che si trovava all’interno della discarica, iniziò a gridare e sparò un primo colpo di pistola. Specifico che tutte le dinamiche di questo attentato mi furono successivamente riferite direttamente da REALE Giuseppe. Sempre per come riferitomi da REALE, costui rispose con due colpi di fucile. Quegli spari avvennero al buio, i due non si videro e nel frattempo TORRE e CRISAFULLI riuscirono ad incendiare i mezzi. REALE mi disse di avere visto il metronotte che scappava. Furono incendiati quattro mezzi collocati all’interno della discarica, per come mi disse successivamente BUCOLO Angelo. Quei fatti si verificarono intorno alle nove e mezza di sera anche perché, come ho già detto, il REALE entro le 22.00 doveva rientrare a casa. Subito dopo quell’azione, i tre risalirono a bordo del mio motore e scapparono via, parcheggiandolo sotto casa mia a Mazzarà. Specifico che le dinamiche precise di questo attentato mi furono riferite da REALE”- verbale del 25.10.2013).
L’Artino precisava, poi, che Giuseppe Reale disponesse – a quel tempo – di un fucile cal. 12, arma certamente utilizzata da quest’ultimo in occasione dell’attentato ai danni del macellaio Raffa Antonino, mentre il collaboratore non era in grado di riferire se dello stesso fucile il Reale si fosse avvalso per l’aggressione da ultimo descritta, avendo saputo che della custodia del medesimo era stato incaricato Bucolo Angelo.
Da ultimo il collaboratore ha indicato il Reale tra i partecipanti ad un atto intimidatorio posto in essere dal gruppo – ormai in procinto di sciogliersi – ai danni di Munafò Mario, esplodendo alcuni colpi di arma da fuoco contro la porta della sua abitazione (“In questo momento ricordo che l’ultima azione riferibile al mio gruppo avvenne all’incirca nel febbraio del 2013, quindi qualche tempo dopo la decisone di sciogliere il nostro gruppo, verificatasi all’incirca nel gennaio – primi di febbraio del 2013, non riesco ad essere più preciso. Questa azione consistette nello sparare alcuni colpi di fucile alla porta di casa di mio suocero MUNAFO’ Mario, persona con la quale io non ho mai avuto buoni rapporti. In effetti io ed il mio gruppo, qualche tempo prima, avevamo deciso di sottoporre tale soggetto ad estorsione ed a questo scopo TORRE Sebastiano aveva collocato una bottiglie piena di benzina presso il vivaio di mio suocero. TORRE Sebastiano aveva contattato MUNAFO’ Mario attraverso suo figlio per convincerlo a pagare quella estorsione, ma il MUNAFO’ non aveva acconsentito ed aveva risposto provocatoriamente di raggiungerlo direttamente a casa sua. Ovviamente non se ne fece nulla. REALE Giuseppe, a sua volta, aveva motivo di astio nei confronti di MUNAFO’ Mario dal momento che egli aveva comprato da costui un’autovettura Mercedes e non aveva provveduto a sbrigare le formalità inerenti il passaggio di proprietà. MUNAFO’ Mario, per questo motivo, in una occasione, visto che erano trascorsi oltre due anni dall’acquisto senza che il REALE formalizzasse il passaggio di proprietà, lo aveva rimproverato aspramente davanti ai suoi genitori ed a sua moglie, a Furnari, il giorno di Carnevale. Per questo motivo il REALE si era adirato con MUNAFO’ Mario; REALE, incontrandomi presso un bar a Furnari, mi chiese come dovesse comportarsi con mio suocero, nel senso che voleva avere da me una sorta di autorizzazione per vendicarsi. In quel frangente intervenne MUNAFO’ Giuseppe, che era presente alla discussione, il quale disse: “me la vedo io”. Io dissi in quella occasione: “quello che volete fare, fate” e la cosa finì lì. Il giorno dopo MUNAFO’ Giuseppe mi disse che aveva sparato due colpi di fucile contro il portoncino di casa di MUNAFO’ e che per compiere questa azione aveva utilizzato uno scooter Majestic, in precedenza rubato dallo stesso MUNAFO’ ad un panettiere di Furnari.”).
***
Le dichiarazioni del Campisi, in ordine al ruolo associativo assunto dal Reale, trovano – dunque – individualizzante riscontro nelle convergenti dichiarazioni rese da Salvatore Artino.
E’ evidente che le propalazioni accusatorie appena ricordate afferiscano a periodi temporali tra loro differenti.
Mentre il narrato offerto dal Campisi concerne un periodo storico delimitato dall’arresto del collaboratore a seguito dell’ordinanza custodiale emessa nell’operazione “Mustra” (N. 5758/11 R.G.N.R.), le propalazioni accusatorie rese dall’Artino hanno ad oggetto il ruolo criminale asseritamente assunto dall’indagato in epoca recente, proprio in esito allo scioglimento della congrega di cui lo stesso aveva fatto parte.
Risulta dunque evidente che non sia circostanza del tutto inverosimile il passaggio del Reale dalla cellula mafiosa operante in Terme Vigliatore (e capeggiata da Campisi Salvatore) a quella promossa da Artino Salvatore nell’ambito del territorio di Mazzarà Sant’Andrea.
Entrambi i collaboratori, pur muovendo da angoli prospettici contrapposti, hanno concordemente descritto il legame il rapporto di speciale contiguità criminale esistente tra il Reale ed uno dei più autorevoli componenti della congrega mazzarota – Bucolo Angelo – il quale (come verrà evidenziato in maniera più puntuale nell’analizzare la posizione associativa di quest’ultimo) ha immediatamente aderito al gruppo dell’Artino uno volta costituito.
In tali termini la descritta collocazione associativa viene a riscontrare l’evoluzione delle dinamiche criminali contemporaneamente sviluppatesi all’interno della congrega operante sul territorio, nella misura in cui allo sgretolarsi del gruppo facente capo al Campisi non risulta che sia succeduto un altro sodalizio radicato sul territorio, con la conseguente dispersione dei membri rimasti ancora liberi.
Tanto il Campisi quanto l’Artino, con straordinaria comunanza di accenti, hanno invero specificato come Giuseppe Reale detenesse una pistola cal. 38 ed un fucile cal. 12, canna corta, arma quest’ultima utilizzata nell’attentato ai danni di Raffa Antonino e successivamente presa in consegna ed occultata da Bucolo Angelo.
Gli stessi, inoltre, commettono lo stesso errore nel ricostruire alcune circostanze relative all’attentato presso la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, riferendo che in tale periodo il Reale fosse sottoposto a misura cautelare cui discendeva l’obbligo di rientrare presso l’abitazione alle ore 22 (mentre in realtà in tale data lo stesso era ancora sottoposto alla più restrittiva misura degli arresti domiciliari), notazione rispetto alla quale si possono replicare le considerazioni già formulate in merito.
A ben vedere tali aspetti, lungi dal ridimensionare la portata di ciascun apporto, avvalorano la sinergia di tali fonti indiziarie – trattandosi di notizie che gli stessi affermano di avere appreso da una medesima fonte (lo stesso Reale Giuseppe) – che, confortandosi reciprocamente, integrano la c.d. convergenza del molteplice, bastevole – per giurisprudenza consolidata – a legittimare l’applicazione di una misura cautelare.
***
Anche le dichiarazioni dell’Artino hanno, del resto, trovato nelle emergenze investigative sintomatici riscontri.
L’ultima azione criminale cui il Reale avrebbe partecipato – a detta del collaboratore – consisterebbe nell’esplosione di alcuni colpi di fucile all’indirizzo della porta dell’abitazione di Munafò Mario, suocero dello stesso Artino Salvatore, nei confronti del quale il Reale nutriva rancori in conseguenza delle censure da costui mosse nei suoi confronti per il mancato passaggio di proprietà di un’autovettura Mercedes.
Ebbene, se la disponibilità da parte dell’indagato di una Mercedes all’epoca dei fatti può certamente ritenersi fatto notorio (o comunque di agevole verifica) , è stato accertato che Munafò Mario, in data 20 febbraio 2013, avesse denunciato che nel corso della notte precedente ignoti avevano esploso due colpi di arma da fuoco all’indirizzo del portone di ingresso della sua abitazione.
In sede di denuncia lo stesso precisava di non avere problemi con alcuno, all’infuori del genero Artino Salvatore, a causa di un mutuo contratto da quest’ultimo e non onorato e di “un ragazzo originario di Mazzarà, ma che adesso vive a Furnari”, al cui padre aveva venduto un’autovettura senza che fosse stato poi effettuato il passaggio di proprietà.
Trattasi di una importante conferma all’attendibilità del narrato dell’Artino, che nel contempo trova un sicuro conforto nel complessivo compendio investigativo, essendo risultata quella di avvalersi di mezzi ancora formalmente intestati ai cessionari una prassi invalsa tra i membri del sodalizio criminoso in esame.
Ma vi è di più.
Munafò Giuseppina, moglie di Artino Salvatore, assunta a s.i.t. in data 25 ottobre 2013, riferiva di essere spaventata per la sua incolumità e per quella dei suoi figli a seguito della scelta collaborativa del marito, indicando proprio nell’atteggiamento minaccioso assunto da Reale Giuseppe la ragione dei suoi timori.
La stessa precisava che il Reale, dopo avere assunto informazioni in merito alla collaborazione di Artino Salvatore, aveva rivolto velate minacce alla cognata Katia, affermando che non “avrebbe guardato nessuno in faccia” .
Si può, quindi, ragionevolmente ritenere che il medesimo temesse le conseguenze che detta evenienza avrebbe potuto comportare per la sua posizione.
***
Sussistono, conseguentemente, a carico di Reale Giuseppe gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di cui al capo 1.

FONTE: MISURA CAUTELARE GOTHA V

MESSINA, L’OPERAZIONE ANTIMAFIA GOTHA V. L’ORDINANZA: La disamina delle singole posizioni processuali. Il gruppo criminale storicamente riconducibile a Carmelo D’AMICO. Il ruolo di Salvatore Santangelo (misura cautelare rigettata) e Antonino Calderone

Gotha 5

Il sodalizio mafioso riconducibile a “Cosa Nostra” siciliana e denominato “dei Barcellonesi”, operante sul versante tirrenico della provincia di Messina.

La disamina delle singole posizioni processuali.
Si procede alla disamina delle singole posizioni degli indagati cui l’organo di accusa addebita la partecipazione al consorzio criminale descritto al capo 1) della rubrica, procedendo secondo un ordine che ha riguardo all’asserita appartenenza dei predetti alle diverse cellule criminali nelle quali, secondo la coerente rappresentazione offerta dai collaboratori di giustizia, la consorteria criminale barcellonese è, ormai da tempo, ripartita sul territorio.

Il gruppo criminale storicamente riconducibile a Carmelo D’AMICO.

Come ormai processualmente acclarato alla luce dei numerosi provvedimenti di rigore in atti, una delle più consolidate ed agguerrite cellule nelle quali, in atto, si articola l’ampia consorteria barcellonese è quella che si è formata attorno alla carismatica figura criminale di D’Amico Carmelo.

Calderone Antonino.

Calderone Antonino è stato condannato in primo grado nel processo c.d. “Pozzo 1” (N. 2656/07 R.G.N.R., 1838/08 R.G.G.I.P.) alla pena di anni 12 di reclusione perché reputato intraneo, con ruolo apicale, al sodalizio barcellonese, per il periodo compreso tra il 1993 ed il 30 gennaio 2009.
A seguito di tale condanna, l’indagato è stato tratto in arresto il 5 marzo 2013 in quanto colpito da ordinanza cautelare ripristinatoria della misura custodiale di massimo rigore.
L’opzione di accusa formulata, nell’ambito del presente procedimento, a carico del Calderone ipotizza che costui, nell’arco temporale compreso tra il gennaio 2009 ed il successivo arresto, abbia continuato ad esercitare i pregnanti poteri di direzione dei quali è stato reputato da tempo investito in seno al sodalizio.
***
Prima di procedere ulteriormente nella verifica critica del materiale investigativo acquisito al compendio del presente procedimento, mette conto osservare come – secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità – il vincolo che lega il singolo ad un’organizzazione criminale di tipo mafioso si connoti, sotto il profilo della sua durata, in termini oltremodo peculiari, in ragione delle caratteristiche intrinseche di tale struttura associativa.
Colui che aderisce ad una consorteria di siffatta natura acquisisce, infatti, un patrimonio di conoscenze riservate afferenti alla sua composizione, nonché all’attività cui sono dediti gli altri sodali, che gli impedisce, di regola, un successivo e volontario recesso.
Ed invero, è dato processualmente acclarato che il venir meno del rapporto instaurato da un associato con una consorteria criminale di tal fatta costituisca o l’effetto di condotte o scelte oltremodo “traumatiche” (si pensi al tradimento e conseguente transito in altra struttura associativa o, ancor di più, all’assunzione di una determinazione collaborativa) o, più raramente, il prodotto dell’avvenuta disgregazione della stessa struttura criminale.
Tale dato assume una pregnanza ancor più manifesta in relazione a quei sodali che rivestano posizioni apicali in seno alla congrega.
Ipotizzare che un soggetto che, a cagione della veste ricoperta, dopo aver organizzato l’agire dei sodali, aver assunto le più rilevanti determinazioni criminali, aver così acquisito un bagaglio cognitivo di straordinario momento, possa decidere in libertà di porre fine alla sua esperienza criminale costituisce, ad opinione di questo decidente, un percorso interpretativo privo di ogni ragionevolezza.
***
Le considerazioni logiche appena spese valgono già a conferire un imponente riscontro di ordine logico all’opzione accusatoria e già consentono, seppur nei limiti delle valutazioni probabilistiche richieste dal contesto cautelare, di proiettare l’acclarata appartenenza del Calderone al di là del recinto temporale oggetto di verifica critica nell’ambito del procedimento penale n. 2656/07 R.G.N.R.
Tale giudizio rinviene, peraltro, nelle emergenze acquisite al compendio un deciso riscontro.
***
Soccorrono, innanzitutto, le dichiarazioni – già ripetutamente richiamate nel corpo della presente motivazione – qualificate da tratti di indubbia consistenza intrinseca offerte dal collaboratore di giustizia Artino Salvatore.
Questi, premettendo di conoscere la composizione e l’operatività del gruppo facente capo a D’Amico Carmelo (“Con riferimento alla figura di D’AMICO Carmelo, devo dire che costui ha nel tempo sempre avuto un suo gruppo, operante a Barcellona Pozzo di Gotto, e più in particolare nella zona di Pozzo di Gotto. D’AMICO Carmelo ed il suo gruppo hanno gestito i loro traffici nel tempo soprattutto a Milazzo, occupandosi della gestione di discoteche, di appalti di vario tipo, di bische clandestine, oltre che, come ovvio, di estorsioni. D’AMICO Carmelo, come ho già detto, è stato arrestato nel 2009 per l’operazione Pozzo. Fino a quel momento il capo era lui, mentre dopo il suo arresto il capo del gruppo è divenuto il fratello Francesco – verbale del 7.10.2013), ha riferito che Calderone Antonino, detto “Caiella” ne ha sempre fatto parte.
In particolare, con specifico riferimento alla posizione dell’indagato, il collaboratore ha sostenuto che lo stesso ha fatto parte del gruppo barcellonese “D’Amico” anche nel periodo in cui esso era retto da D’Amico Francesco (“nel gruppo di D’AMICO Carmelo, sempre con riferimento al periodo in cui costui era ancora libero, operavano anche i fratelli CALDERONE, Gianni e Nino, quest’ultimo detto Caiella. Specifico che con il soprannome Caiella io conosco soltanto Nino, mentre l’altro fratello viene di solito chiamato con il nome Gianni e basta”), dunque a partire da un’epoca immediatamente successiva all’esecuzione della citata operazione, come già detto eseguita nel gennaio del 2009 (“Tornando al gruppo di D’AMICO Francesco, nel periodo in cui costui aveva preso il posto del fratello, ricordo che a questo gruppo appartenevano le stesse persone che ho menzionato prima, ossia i fratelli Gianni e Nino CALDERONE e CHIOFALO Domenico. A fianco a queste persone vi era una serie di ragazzi che erano a disposizione del gruppo D’AMICO…”).
L’Artino riconduceva tale affermazione ad alcune specifiche circostanze.
Il collaboratore ha riferito che nel periodo immediatamente successivo all’omicidio del padre, Calco’ Labbruzzo Salvatore (braccio destro dello stesso Artino Ignazio), gli riferì di essersi rivolto proprio a Calderone Antonino per perorare la causa della famiglia dell’Artino, rimasta priva di fonti di reddito a seguito di quell’omicidio, ritenendo che l’organizzazione barcellonese si dovesse far carico del sostentamento della medesima (“Sempre in quel periodo, dopo la morte di mio padre, Turi CALCO’ chiese a Nino “Caiella” se l’organizzazione poteva provvedere al sostentamento della mia famiglia, ma costui rispose al CALCO’ :“Era un bonu cristianu ma nui avemu assai cristiano intra e non putemu pinsari puru e motti”. Ovviamente CALDERONE intendeva dire che doveva pensare al sostentamento dei detenuti e quindi non poteva badare anche alla nostra famiglia. Tali circostanze mi furono riferire da Turi CALCO’, alla presenza di ITALIANO Salvatore che sentì le parole di CALCO’.”). Prospettiva che venne respinta dal Calderone, posto che l’organizzazione si era già sobbarcata l’onere economico di mantenere le famiglie dei propri affiliati che in quel periodo erano detenuti in carcere, sicchè non avrebbe potuto occuparsi anche di quella dell’Artino, ormai deceduto (“pensare pure ai morti”).
Il collaboratore ha, poi, ricordato un ulteriore episodio, certamente indicativo della persistenza del vincolo associativo in capo all’odierno indagato anche in epoca successiva al 2009.
Secondo il narrato dell’Artino, Bucolo Angelo, detto “Sciuscia” – referente per il territorio di Mazzarà Sant’Andrea dopo la morte di Artino Ignazio ed il successivo arresto di Trifiro’ Maurizio a seguito dell’operazione “Gotha 1” – ebbe a confidargli di essere stato convocato dal Calderone nel novembre del 2011 al fine di ottenere un resoconto preciso sulle attività estorsive gestite nella zone di competenza soldi (“Sempre con riferimento a CALDERONE Antonino, ricordo che BUCOLO Angelo mi disse che nel novembre del 2011 era stato chiamato da Caiella al fine di fornirgli un resoconto sulle attività estorsive che aveva gestito quale responsabile di Mazzarà).
Il collaboratore precisava che il Bucolo aggiunse di aver redatto in tale occasione una dettagliata lista, indicando puntualmente le somme raccolte e quelle versate all’associazione (“In particolare BUCOLO disse che aveva portato a CALDERONE la lista delle estorsioni e gli aveva spiegato punto per punto tutti i soldi che aveva raccolto ed a chi erano stati portati questi soldi. Specifico che BUCOLO fu chiamato dal CALDERONE all’incirca nel novembre del 2011, oppure subito dopo, nell’anno nuovo. In quell’occasione BUCOLO spiegò a CALDERONE che aveva preso quattromila euro da BONANNO Santino a Furnari e li aveva dati a Nino SCORDINO, affinchè li consegnasse a Giovanni PERDICHIZZI. Aveva preso settemila euro dalla discarica, con fattura emessa da SOTTILE , come detto in altri verbali, consegnandone quattromila e cinquecento a Nino SCORDINO, come per altro mi fu confermato da Nino SCORDINO”), ottenendo il plauso del Calderone (“A questo punto CALDERONE rispose a BUCOLO: “Tutto quello che è fatto è ben fatto continua così”. Tale circostanza mi fu riferita direttamente da BUCOLO Angelo.”).
Nel medesimo contesto temporale il Bucolo – sempre secondo le dichiarazioni dell’Artino – gli avrebbe fatto una confidenza dall’indubbio valore ricostruttivo, precisando che il Calderone rivestiva nella compagine associativa il ruolo di alter ego di Perdichizzi Giovanni, e che pertanto lo stesso aveva un potere di piena interlocuzione con il referente della cellula mazzarrota in merito alle attività proprie dell’organizzazione (“Sempre con riferimento alla figura di CALDERONE Antonino, aggiungo che in un’altra occasione BUCOLO Angelo mi disse che PERDICHIZZI Giovanni gli aveva detto che CALDERONE Antonino poteva venire a Mazzarà al posto di PERDICHIZZI e che ciò sarebbe stato la stessa cosa. Ovviamente quando BUCOLO diceva che CALDERONE poteva venire a Mazzarà al posto di PERDICHIZZI Giovanni, si riferiva al fatto che CALDERONE veniva a Mazzarà per discutere di attività proprie dell’organizzazione quali estorsioni o appalti. Quest’ultima circostanza mi fu riferita dal BUCOLO in un tempo successivo a quello che prima ho raccontato e si inquadra nel periodo in cui io e BUCOLO Angelo ci stavamo organizzando per creare un gruppo comune.”- verbale del 7.10.2013).
Artino precisava, infine, di essersi relazionato spesso con D’Amico Gaetano, figlio di Carmelo D’Amico e che lo stesso gli ripetutamente confermato la posizione egemone ormai conquistata a Barcellona da Nino Calderone (“D’AMICO Gaetano, figlio di Carmelo mi ha detto in parecchie circostanze che a Pozzo di Gotto comanda Caiella, ossia Nino Calderone,”).
Il collaboratore si mostrava – per il vero – in grado di contestualizzare e giustificare con puntualità le ragioni di tali confidenze, rivelando che il Calderone aveva mantenuto una posizione apicale nell’organizzazione pur a fronte delle aspirazioni manifestate dal D’Amico Gaetano, cui lo stesso aveva mostrato una “paterna” opposizione per impedire che il giovane annoverasse pregiudizi penali (“D’AMICO Gaetano, figlio di Carmelo mi ha detto in parecchie circostanze che a Pozzo di Gotto comanda Caiella, ossia Nino Calderone, e che costui “teneva a freno” lo stesso D’AMICO Gaetano, dal momento che quest’ultimo voleva iniziare ad organizzarsi sul territorio e a prendere il posto del padre. Secondo quanto mi riferiva D’AMICO Gaetano, Nino CALDERONE lo teneva a freno perché non voleva che si sporcasse la fedina penale.”).
***
Gli elementi indicati dall’Artino a sostegno della proprie dichiarazioni di accusa rinvengono un indiscusso conforto nella rappresentazione offerta dall’altro collaboratore Campisi Salvatore.
Anche costui ha inserito il Calderone nell’organigramma associativo facente capo alla figura di Carmelo D’Amico nel periodo in cui lo stesso era retto dal fratello di quest’ultimo, e dunque, in un epoca certamente successiva al gennaio 2009 (“Del gruppo D’AMICO, storicamente capeggiato da D’AMICO Carmelo, fanno parte quest’ultimo, Francesco D’AMICO, che ha preso il ruolo di capo del gruppo insieme ad IMBESI Ottavio dopo l’arresto di D’AMICO Carmelo, FOTI Mariano, Fabio D’AMICO, il quale gestisce il servizio di sicurezza in alcune discoteche di Milazzo, PUGLISI Salvatore, che gestisce le imprese di calcestruzzo riconducibili a D’AMICO Carmelo, IMBESI Ottavio, cassiere del gruppo, CALDERONE Antonino, Aurelio detto “Chiocchio”, Domenico detto “u niru”, quest’ultimo cresciuto da Carmelo D’AMICO.”).
Campisi ha, altresì, precisato che dopo il successivo arresto di Francesco D’Amico – avvenuto nel giugno 2011 a seguito dell’operazione “Gotha 1 – Pozzo 2” – il Calderone aveva conquistato una posizione apicale nel gruppo, in quanto unica personalità di indiscusso spessore criminale all’interno di quella congrega ad essere rimasta ancora libera sul territorio (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 31 Francesco D’Amico… il quale, dopo l’arresto del fratello Carmelo, divenne il nuovo responsabile dell’omonimo gruppo, finché anche lo stesso non venne arrestato nell’operazione “Gotha”. … Attualmente, dopo gli arresti delle operazione “Gotha” e “Pozzo 2”, il gruppo D’AMICO è comandato da CALDERONE Antonino, l’unico rimasto libero.”).
Il collaboratore così ricostruiva la composizione del nucleo facente capo al Calderone.
Tra gli altri lo stesso segnalava Aurelio Micale, detto “Chiocchio” (“…Ho già detto che Chiocchio è organico al gruppo D’AMICO ed ha il suo referente attuale in Nino Caiella.”), il fratello Gianfranco Micale, anch’egli soprannominato “Chiocchio”, Chiofalo Domenico, detto “u niru”, braccio destro di Nino Calderone (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 21 Domenico Chiofalo, detto “u niru”…, uomo di fiducia di Carmelo D’Amico, compare di San Giovanni di Ottavio Imbesi e braccio destro di Calderone Antonino detto “caiella”.”), Giovanni Calderone, Pirri Francesco, Salvatore Santangelo e Munafò Franco (“Il Franco indicato quale individuo vicino a Chiofalo Domenico e Calderone Antonino lo conosco dall’età di circa 12 anni. Ha due figli, una mano offesa, è robusta e possiede una casa a Barcellona ed una al mare nella zona di Calderà o Spinesante.”).
A sostegno della proprie dichiarazioni lo stesso si soffermava su specifici episodi, sulla scorta dei quali aveva avuto modo di apprezzare in via diretta l’ascesa criminale del Calderone all’interno della compagine associativa.
Il Campisi indicava proprio il Calderone tra i partecipanti (in rappresentanza della propria cellula criminale) ad un cruciale incontro, nel corso del quale – a seguito dell’omicidio di Artino Salvatore e delle prevedibili conseguenze che il pentimento di Bisognano Carmelo avrebbe comportato per il sodalizio – si sarebbe provveduto a nominare i nuovi referenti per le zone di Mazzarà, Terme Vigliatore, e Barcellona P.G. (“In effetti sono a conoscenza del fatto che dopo d’omicidio di ARTINO si doveva svolgere una riunione con i “vecchi” nella quale si dovevano stabilire i nuovi referenti per le zone di Mazzarà, Terme Vigliatore ed anche di Barcellona P.G.. Si dovevano prevedere i nuovi referenti anche per la zona di Barcellona dal momento che il pentimento di BISOGNANO Carmelo faceva prevedere come imminente una operazione di polizia; inoltre, si era anche diffusa la voce di una imminente retata che avrebbe colpito gli appartenenti alla famiglia barcellonese proprio a seguito delle dichiarazioni di BISOGNANO”).
Incontro che, tuttavia, non ebbe luogo in ragione della latitanza di Barresi Filippo (“A quella riunione doveva partecipare RAO Giovanni, Sam DI SALVO, BARRESI Filippo, OFRIA Salvatore, ISGRÒ Giuseppe, CALDERONE Antonino. Una prima riunione saltò perché BARRESI Filippo era già sparito dalla circolazione dal momento che temeva un imminente ordine di cattura, prima ancora che questo venisse emesso”), mentre un a seconda riunione – fissata per il 28 giugno 2011 – fu impedita dagli arresti disposti nell’ambito dell’operazione “Gotha 1 – Pozzo 2” (“Una seconda riunione era prevista per il 28 giugno, in un luogo che non sono in grado di indicare, ma non si tenne dal momento che intervennero gli arresti di “Gotha” e “Pozzo2”.).
Il collaboratore indicava quali fonti del suo dire Foti Salvatore, il quale aveva appreso la confidenza da autorevoli esponenti dell’associazione mafiosa barcellonese, di cui il medesimo faceva parte (“Di queste riunioni e del loro scopo sono stato informato da FOTI Salvatore, il quale l’aveva saputo da Angelo PORCINO e da Giuseppe ISGRÒ; venni a sapere tali circostanze prima che fossero eseguite le misure cautelari “Gotha” e “Pozzo2”. La conferma di ciò l’ebbi da Aurelio, detto “il chiocchio”, quando ci incontrammo nei pressi di una sua campagna dove sta costruendo una casa, dopo che erano state eseguite le misura cautelari sopra citate. In quell’occasione Aurelio mi disse che DI SALVO aveva dato lo star bene a che io fossi il nuovo responsabile di Terme Vigliatore e che di tale fatto si doveva parlare in una riunione con i “vecchi”).
Riferiva, quindi, di avere incontrato personalmente l’indagato dopo l’esecuzione della misura cautelare “Gotha 1 – Pozzo 2”, allorquando il dichiarante era in cerca di accreditamento presso l’organizzazione mafiosa barcellonese quale nuovo referente per la zona di Terme Vigliatore.
A tale scopo il Campisi si avvicinò al Calderone all’interno di un ristorante di Barcellona P.G. avanzando la propria candidatura, ed ottenendo alcune rassicurazione in tal senso (“Tornando ai fatti che riguardano la formazione del mio gruppo criminale, mi ricordo che in una occasione, dopo che erano avvenuti gli arresti di Gotha nel giugno 2011, io andai a mangiare insieme a mio cugino a nome Guidara Antonino, siamo cugini di quarto-quinto grado, presso un ristorante, di cui attualmente non ricordo il nome, sito in Barcellona dietro il municipio. Il proprietario del ristorante si chiama Scarpaci e circa un anno e mezzo fa gli tagliarono la faccia per un litigio riguardante un parcheggio. Presso quel ristorante era presente anche Nino Calderone, inteso “Caiella”, il quale partecipava ad un pranzo per una ricorrenza, si trattava di un battesimo o di una comunione. Io chiamai al mio tavolo Nino Caiella e con una scusa feci allontanare mio cugino. Io gli chiesi: “come siamo combinati a Terme?”; con ciò volevo ottenere da lui il benestare per essere io il “referente” per la zona di Terme Vigliatore. In quella occasione “mi buttai in avanti” e gli dissi che avevo già parlato con Francesco D’Amico per il tramite del Treccarichi e gli avevo fatto sapere che si poteva fidare di me come referente per la zona di Terme e che se io prendevo un tanto dalle estorsioni, avrei consegnato al gruppo del D’AMICO quanto gli spettava, così rispettando gli accordi. Nino Caiella, sentendo quelle parole, mi rispose di stare tranquillo e che comunque qualcosa “nell’ambiente” si era già detto in proposito riguardo la mia nomina a referente di Terme Vigliatore.”).
Dopo tale incontro il collaboratore ricorda di avere ricevuto una conferma di tale nomina attraverso le parole di Micale Aurelio, cui era stato demandato il compito di recare al Campisi il benestare dell’intera organizzazione barcellonese, ed in particolare dello stesso Calderone, che sarebbe stato il suo interlocutore privilegiato per la rendicontazione delle attività del gruppo (“In effetti dopo circa dieci giorni, mi incontrai con Aurelio, inteso Chiocchio, in un luogo dove solitamente mi incontro con costui, ossia in un terreno a Barcellona dove lo stesso sta costruendo una abitazione di sua proprietà. In effetti mi risulta che Aurelio fa il carpentiere ed ha una ditta di sua proprietà. Come ho già detto, Aurelio Chiocchio fa parte del gruppo D’AMICO. In quella occasione Chiocchio mi disse: “vedi che sei il nuovo responsabile di Terme, fatti i tuoi conti, raccogli i soldi delle estorsioni nella tua zona, quello che ti devi tenere tienitelo ed a noi consegna la nostra parte”. Chiocchio mi disse di indicargli i soggetti che pagavano le estorsioni in modo da evitare tragedie e poter controllare sia quelli che pagavano, sia se qualcuno di noi sottraeva del denaro. Devo aggiungere che il Chiocchio già in un periodo precedente mi aveva detto che aveva incontrato Sam DI SALVO, il quale si era espresso favorevolmente circa la mia nomina di referente su Terme Vigliatore. Sam DI SALVO, secondo quanto riferitomi da Chiocchio, aveva detto che della mia nomina a referente di Terme si era già parlato nell’ambiente dei “vecchi” e che anche costoro erano stati favorevoli a ciò. Ad ogni modo fu quando incontrai Chiocchio, presso il terreno dove aveva la casa in costruzione, che ricevetti la conferma definitiva del fatto che potevo considerarmi responsabile di Terme Vigliatore. In quel modo, dal Luglio del 2011 sono diventato il referente di quella zona. Sempre in quell’incontro con Chiocchio ricordo che costui aggiunse: “quello che dici a me è come se lo riferissi a Nino Caiella, visto che io e lui siamo la stessa cosa. Se ci sono delle discussioni con qualcuno, noi ti possiamo mandare i ragazzi da Barcellona per darti una mano, anche se so già che tu sei un ragazzo a posto!”.”).
Nell’agosto 2011 il Campisi riferiva di essersi nuovamente incontrato con il Micale, con Aliberti Francesco e Perdichizzi Giovanni, presso la sede dell’impresa di Aliberti, al fine di stabilire il nuovo cassiere dell’organizzazione.
Il collaboratore ha precisato che anche in quella occasione Micale Aurelio interveniva espressamente in nome e per conto di Calderone Antonino (“I primi di agosto del 2011 si tenne una riunione presso il deposito di infissi di tale Francesco ubicato a Barcellona, in via del Mare, nei pressi della ditta Bonina. A tale riunione partecipammo io, il Francesco titolare del deposito, Aurelio “Chiocchio” e Perdichizzi Giovanni che andò via proprio mentre io sopraggiungevo. In quella sede si decise chi doveva tenere “la cassa” delle estorsioni, le vittime e la ripartizione dei proventi. Venne stabilito che al momento “la cassa”, nonché il registro delle persone sottoposte al “pizzo” a Barcellona, sarebbero stati custoditi da Francesco; che io avrei dovuto occuparmi delle ditte di Terme Vigliatore sino a Patti e che i proventi delle estorsioni avrei dovuto interamente consegnarli ai barcellonesi nella persona dello stesso Francesco, in cambio di due mila euro mensili. Ciò non mi apparve conveniente ed io proposi di consegnar loro il 50% dei profitti estorsivi trattenendo la restante parte per me. I due non furono d’accordo dicendomi che quello era un momento brutto per l’organizzazione e che io avrei comunque potuto ottenere qualunque cosa di cui avessi avuto bisogno. Il Francesco di cui ho parlato di cognome si chiama Aliberti ed in quella sede parlava per conto dei vecchi barcellonesi, in quanto tenutario della “cassa” dopo l’arresto di Rao Giovanni, mentre il “Chiocchio” Aurelio parlava per conto di Antonino Calderone, “caiella”.”).
Il Campisi incontrava nuovamente il Calderone – sempre in compagnia di Micale Aurelio – in data 31 agosto 2011, poco prima di venire arrestato per l’estorsione ai danni dell’esercizio commerciale “Mojto’s”.
Il collaboratore ricordava che in tale circostanza aveva appena avuto un acceso confronto con Perdichizzi Giovanni presso il bar “Jolly” di Barcellona, in quanto quest’ultimo pretendeva con insistenza la consegna della quota dei proventi delle estorsioni relativa alla zona di competenza del Campisi, con una insistenza tale che il medesimo aveva dovuto cedere a tale richiesta nonostante i diversi impegni assunti con il Micale nel corso dei precedenti incontri (“Effettivamente, come ho già detto, io mi incontrai il 31 agosto con PERDICHIZZI Giovanni presso il bar Jolly. In quella occasione erano presenti anche il cugino di Giovanni PERDICHIZZI, suo omonimo, GALLO Vincenzo e questo ragazzo che voi mi state dicendo chiamarsi PIRRI Gianfranco. Ricordo che quando arrivai al bar, siccome ero piuttosto in ritardo, GALLO mi comunicò che lui e quel ragazzo stavano venendo di nuovo a casa mia per ricordarmi l’appuntamento con Giovanni PERDICHIZZI; in quella occasione Enzo GALLO si mostrò più tranquillo, a differenza di quanto aveva fatto l’altro ragazzo quando erano venuti a casa mia. Parlai al bar Jolly con Giovanni PERDICHIZZI e costui mi chiese immediatamente: “i soldi dove sono? I soldi d’ora in poi tu li devi portare a me!”. PERDICHIZZI si riferiva ai soldi che provenivano dalle estorsioni. Io gli risposi che avevo preso accordi diversi con Aurelio MICALE, detto “chiocchio”, nel senso che i soldi che dovevo consegnare a quest’ultimo erano una quota dei proventi delle estorsioni che io raccoglievo. Il tono della discussione era alto ed a quella discussione assistettero anche Enzo GALLO e l’altro ragazzo di nome Gianfranco, i quali sostavano all’ingresso della stanza attigua al bar Jolly. … Durante quella discussione il tono, come ho già detto, era molto alto, tanto che potrebbero aver sentito anche le persone che si trovavano al di fuori del bar, sulla strada. … La discussione con PERDICHIZZI finì ed io dissi: “va bene!”, nel senso che ero disposto ad accettare di consegnare direttamente a lui una quota dei proventi dell’estorsione, invece che al MICALE. Quando uscii dal locale, dopo avere detto questa frase, ricordo che PERDICHIZZI si rivolse a GALLO Vincenzo e a Gianfranco e disse loro :”andate con Salvatore che vi deve dare qualcosa”. Ovviamente PERDICHIZZI Giovanni si riferiva al fatto che io dovevo consegnare a questi due ragazzi i soldi dell’estorsione.)
Avendo incontrato poco dopo proprio Micale Aurelio e Calderone Antonino ed avendo riferito loro l’accaduto, rammentava che il Calderone fece intendere che si sarebbe confrontato al più presto sulla questione con il Perdichizzi.
Precisava di non avere avuto occasione di approfondire l’argomento con tali interlocutori per essere stato arrestato nel corso di quella stessa giornata (“Appena uscito dal bar, insieme a questi due ragazzi, incontrai per caso proprio MICALE Aurelio e CALDERONE Antonino detto “caiella” che si trovavano a bordo di un TMAX di colore nero. Io riferii subito quello che era appena successo a costoro e ricordo che Caiella disse: “va bene, ora me la vedo io!”; ricordo che quando io riferii loro queste cose, esclamai: “vedi che io sto mettendo la mi a faccia e non voglio essere trattato in questo modo da PERDICHIZZI”. In quel momento passò una macchina dei carabinieri, motivo per cui MICALE e CALDERONE si allontanarono immediatamente da quel luogo. Non so come finì quella storia, anche perché io subito dopo, in quella stessa giornata, mi recai al Mojto’s e lì fui arrestato.”).
***
Certamente i due collaboratori si sono dimostrati portatori di un patrimonio conoscitivo di assoluto rilievo, riconducibile in alcuni casi alla diretta partecipazione ai fatti criminosi riferiti, in altri al patrimonio conoscitivo comune alla congrega mafiosa, in altri ancora alle informazioni riferite da coloro che vi hanno dato corso.
Quest’ultima situazione, tuttavia, lungi dal ridimensionare ex se la capacità dimostrativa delle notizie riferite, imponendo il ricorso ai meccanismi di controllo della fonte previsti dall’art. 195 c.p., deve essere correttamente valutata alla luce del contesto in cui tali informazioni sono state assunte, al fine di verificare se queste possano qualificarsi come mere “confidenze”, come tali sottoposte al predetto vaglio di doppia attendibilità, o, piuttosto, se le stesse siano riconducibili ad un patrimonio cognitivo comune a tutti gli associati di un particolare sodalizio, acquisendo, in quest’ultimo caso, un’efficacia probatoria autonoma (Cass. pen. sez. I, 10 maggio 2006 n. 19612).
In tale ottica certamente attendibili possono ritenersi le dichiarazioni offerte dal Campisi Salvatore il quale proprio nel periodo oggetto di riferimento si andava affermando nel panorama criminale locale, non esitando a commettere reati di crescente gravità (tra cui l’omicidio di Artino Ignazio avvenuto il 12 aprile 2011, per il quale Campisi Salvatore ha reso piena confessione) pur di ottenere la formale qualità di reggente della cellula malavitosa operante sul territorio di Terme Vigliatore e di assumere un ruolo decisionale all’interno della congrega mafiosa di cui faceva parte.
Prerogativa che il Campisi conseguiva a partire dal luglio 2011, allorquando, secondo la sua ricostruzione, aveva ricevuto la formale investitura da parte dei maggiorenti del clan barcellonese, impegnandosi di contro a curare il versamento di una quota dei proventi delle estorsioni imposte sul territorio di sua competenza.
Ne consegue che appaia del tutto verosimile che lo stesso sia stato messo a parte del patrimonio conoscitivo comune alla congrega – con particolare riguardo all’evoluzione dell’organigramma associativo a seguito delle numerose operazioni di polizia che si sono susseguite in un contenuto arco temporale – e che abbia, conseguentemente, interloquito con gli altri referenti in merito ai rapporti di reciproca cointeressenza economica che legavano i diversi gruppi in cui si articolava il sodalizio operante sul territorio (circostanza questa che è stata ribadita da tutti i soggetti che si sono determinati ad una scelta collaborativa).
Orbene, che il Campisi – nella sua ascesa criminale – abbia dapprima assunto informazioni in merito alla personalità cui rapportarsi per ottenere l’anelato accreditamento, per poi definire i termini della propria collaborazione, con particolare riferimento al collettore dei proventi estorsivi che il gruppo da lui capeggiato avrebbe dovuto versare, risulta circostanza non solo plausibile ma del tutto acclarata dalla più recente esperienza giudiziaria che dimostra come detto iter rappresenti una costante nella tradizione criminale dell’associazione mafiosa barcellonese.
Quanto alle rivelazioni dell’Artino, sebbene le stesse appaiono connotate da una minore valenza indiziaria – trattandosi per lo più di confidenze che lo stesso avrebbe raccolto da altri sodali, il cui spessore criminale non è, di contro, seriamente dubitabile – non si può mancare di trascurare come descrivano una situazione perfettamente sovrapponibile a quella fotografata dal Campisi, in cui l’egemonia del Calderone veniva progressivamente intaccata dalla ingombrante figura di Perdichizzi Giovanni, determinato ad assumere su di sé il ruolo di cassiere unico dell’organizzazione.
***
Tale ultima circostanza ha trovato un indiscutibile conforto nelle emergenze investigative in atti.
Tra tutte può in questa sede appare sufficiente richiamare le ammissioni delle quali proprio il Perdichizzi si è reso latore nell’ambito del procedimento penale n. 3666/11 R.G.N.R.
L’attività captativa autorizzata all’interno del bar “Jolly” di Barcellona, consentiva di intercettare un significativo colloquio in cui il Perdichizzi – nel novembre di quello stesso anno – manifestava un atteggiamento palesemente oppositivo nei confronti del Calderone e dei soggetti allo steso vicini, pretendendo che quest’ultimo fosse condotto al suo cospetto per chiarire alcune questioni che non consentivano rinvii ulteriori (“…poi cerca a questo a “Chiocchia”, a qualcuno… e gli devi dire a “DON CAIELLA” di farsi vedere che devo parlare con lui, gli devi dire a “DON CAIELLA” di farsi vedere che devo parlare con lui, così definiamo le cose una volta per tutte, perchè ora non ci stiamo capendo più…!!”).
***
Un ulteriore riscontro rispetto ai rapporti intrattenuti dal Calderone nel periodo oggetto di contestazione deriva, infine, dalle numerose frequentazioni con altri sodali, tra cui si deve segnalare in particolare quella con Chiofalo Domenico.
***
Tutto ciò premesso occorre rilevare che dalla documentazione integrativa depositata dal PM in data 24 febbraio 2015 risulta che il Calderone sia stato sottoposto allo speciale regime detentivo di cui all’art. 41 bis O.P. dal 25 febbraio 2009 al 19 aprile 2011.
Tale circostanza, se certamente impedisce di ritenere permanente il vincolo associativo durante il periodo di sottoposizione del detenuto a tale speciale regime detentivo, non consente di ritenere del tutto recisi i rapporti con l’organizzazione che, nel caso del Calderone, sono stati certamente riallacciati con il medesimo vigore nell’epoca successiva.
Ed invero gli episodi cui i collaboratori hanno fatto riferimento – sintomatici di una effettiva permanenza nel gruppo in posizione apicale – afferiscono ad un periodo certamente successivo all’aprile 2011, così significando il pieno reintegro dell’indagato nella compagine sociale fino al momento del successivo arresto.
***
Sulla scorta di quanto sin qui osservato, può fondatamente ritenersi, in termini congrui al contesto cautelare, che Calderone Antonino, ben lungi dall’aver interrotto, il qualificato legame che da tempo lo avvinceva alla “famiglia” barcellonese, abbia conservato un ruolo apicale in seno alla stessa, e ciò certamente dalla revoca del regime detentivo di cui all’art. 41 bis O.P. sino al momento del suo arresto avvenuto il 5 marzo 2013.
Condivisibile appare, pertanto, l’opzione accusatoria a suo carico formulata, nei termini sopra precisati.

Santangelo Salvatore.

Campisi Salvatore indica tra le fila del gruppo D’Amico anche Santangelo Salvatore (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 77 Salvatore Santangelo, figlioccio di Mariano Foti, appartenente al gruppo D’Amico e di cui ho già riferito nei precedenti verbali” – verbale del 27.9.2012).
Lo stesso ha precisato che il Santangelo ha militato in tale cellula criminale al seguito di Calderone Antonino, nel periodo in cui quest’ultimo aveva assunto un ruolo di rilievo in conseguenza dell’arresto dei capi storici del clan (“Attualmente, dopo gli arresti delle operazione “Gotha” e “Pozzo 2”, il gruppo D’AMICO è comandato da CALDERONE Antonino, l’unico rimasto libero. A costui fanno capo… Salvatore SANTANGELO, figlioccio di Mariano FOTI…”).
Oltre a fornire dettagli anagrafici relativi alla personalità del Santangelo, il collaboratore ha indicato il medesimo tra gli autori dell’attentato incendiario posto in essere ai danni del vivaista Vito Giambò, su mandato congiunto di Imbesi Ottavio ed Artino Ignazio, al fine di convincere l’imprenditore a continuare a pagare una tangente all’organizzazione, come imposto da Tindaro Calabrese.
Circostanza che il Campisi dichiarava di avere appreso sia de relato da Reale Giuseppe (il quale, a sua volta, era stato informato da Bucolo Angelo, entrambi facenti parte del gruppo operante in Terme Vigliatore e facente capo allo stesso Campisi (“ARTINO Ignazio, nel suo ruolo di capo dei mazzarroti, diede incarico di bruciare il capannone di Vito GIAMBO’ ai componenti del suo gruppo BUCOLO Angelo, detto Sciuscia, PERRONI Carmelo e Giovanni PINO, tutti appartenenti al gruppo dei mazzarroti. Non sono sicuro se a questa azione partecipò anche TRIFIRO’ Maurizio. ADR: queste circostanze mi furono riferite da REALE Giuseppe, soggetto, come ho già detto in altri verbali, appartenente al mio gruppo. Il REALE era stato informato di queste circostanze direttamente dallo stesso BUCOLO Angelo. Preciso che REALE Giuseppe e BUCOLO Angelo erano in confidenza tra loro sia perché lavoravano entrambi presso la discarica sia perché il BUCOLO aveva in custodia le armi di REALE Giuseppe, come dirò più specificatamente in seguito”), sia direttamente dall’Imbesi durante un periodo di comune detenzione (“successivamente, quando io sono stato arrestato il 31 agosto 2011 per l’estorsione al Bar Mojtos e sono stato portato in carcere a Messina-Gazzi, ho incontrato IMBESI Ottavio con il quale sono stato nella stessa cella al n. 35 del 2° piano. Durante il passeggio ho avuto modo di parlare con IMBESI Ottavio del vivaio di GIAMBO’ Vito e gli ho confidato che io stesso mi ero presentato presso il vivaio. IMBESI, in quella occasione, mi disse che i soggetti che avevano deciso di incendiare il capannone di GIAMBO’ erano stati lui ed ARTINO Ignazio, in perfetta intesa fra di loro. IMBESI mi disse che egli aveva dato incarico di bruciare quel capannone anche ad alcuni suoi uomini appartenenti al gruppo dei barcellonesi, che erano: PIRRI Francesco, CRISAFULLI Alessandro e SANTANGELO Salvatore. Questi soggetti bruciarono il capannone di GIAMBO’ insieme ai soggetti appartenenti al gruppo dei mazzarroti che ho prima menzionato, ossia BUCOLO Angelo, PERRONI Carmelo e PINO Giovanni, su direttiva comune di IMBESI Ottavio e ARTINO Ignazio. IMBESI mi ribadì che quel capannone era stato bruciato per convincere Vito GIAMBO’ a continuare a pagare l’estorsione che si era interrotta a seguito dell’arresto di CALABRESE Tindaro, come ho già detto in precedenza. IMBESI mi disse anche che dopo quell’attentato Vito GIAMBO’ riprese a pagare; il soggetto incaricato di riscuotere i soldi di quella estorsione era ALESCI Carmelo, detto “u capitanu”, il quale effettivamente andò a riscuotere questi soldi. Ho già detto in altri verbali che IMBESI Ottavio mi disse che quella estorsione era stata chiusa nel senso che Vito GIAMBO’ dovette pagare tremila euro a festa, intendendo Natale, Pasqua e Ferragosto” – verbale del 10.12.2013).
Il collaboratore ha, poi, riferito di avere personalmente riscontrato come Santangelo Salvatore avesse collaborato nell’attività legata al gioco d’azzardo ed alle bische clandestine – attività storicamente riconducibile al gruppo D’Amico – radicata negli ambienti malavitosi di Barcellona P.G.
Nello specifico il Santangelo avrebbe svolto il compito di sorvegliante nel periodo in cui l’attività del gioco d’azzardo veniva organizzata e gestita da Foti Mariano, coadiuvandolo nel conteggio delle somme realizzate e detenendo la cassa (“Mariano FOTI ha organizzato e gestito l’attività del gioco d’azzardo, sempre per conto del gruppo D’AMICO, fino agli anni 2006-2007 circa; successivamente in questa attività è subentrato IMBESI Ottavio, sempre per conto della stessa famiglia. Quando FOTI Mariano si è occupato della organizzazione di quelle bische, ho visto il SANTANGELO svolgere il compito di sorvegliante, al di fuori di queste bische, in modo da controllare che tutto procedesse per il meglio; ho anche visto il SANTANGELO contare i soldi provento di quella attività insieme a suo padrino Mariano FOTI. Ho visto personalmente il SANTANGELO che prendeva la cassa dove venivano collocati i proventi dell’attività del gioco d’azzardo e la consegnava nelle mani di Mariano FOTI.”).
Riferiva, infine, che allorquando il Santangelo è stato arrestato ed associato al carcere di Messina Gazzi i predetti soggetti avevano provveduto al suo sostentamento, comprandogli i generi di prima necessità e mandandoglieli attraverso alcuni lavoranti, nonché accollandosi le spese legali dell’indagato cui nominavano l’Avv. Pino del foro di Barcellona (“SANTANGELO Salvatore è figlioccio di Mariano FOTI in quanto battezzato o cresimato da costui. Il SANTANGELO è stato arrestato, all’incirca nel giugno 2012, credo per un “definitivo”. Quando SANTANGELO è arrivato nel carcere di Gazzi, pianterreno, reparto comuni, IMBESI Ottavio e FOTI Mariano, i quali si trovavano anche loro in carcere a Messina, hanno provveduto al suo sostentamento, comprandogli i generi di prima necessità e mandandogli attraverso alcuni lavoranti. FOTI Mariano ha anche provveduto alle spese legali del SANTANGELO, nominandogli l’Avv. PINO del Foro di Barcellona, un giovane avvocato di cui non ricordo il nome preciso.” – verbale dell’11.12.2012).
***
Artino Salvatore ha ricondotto, con sostanziale comunanza di accenti – pur se in termini piuttosto generici – il Santangelo al gruppo D’Amico, indicando “un tale SANTANGELO” (di cui effettuava riconoscimento fotografico) tra i ragazzi che erano a disposizione di detta cellula criminale nel periodo in cui quel gruppo era retto da Francesco D’Amico, fratello di Carmelo (“Tornando al gruppo di D’AMICO Francesco, nel periodo in cui costui aveva preso il posto del fratello, ricordo che a questo gruppo appartenevano le stesse persone che ho menzionato prima ossia i fratelli Gianni e Nino CALDERONE e CHIOFALO Domenico. A fianco a queste persone vi era una serie di ragazzi che erano a disposizione del gruppo D’AMICO, fra cui un tale SANTANGELO ed altri di cui non ricordo il nome preciso. Si trattava di persone sempre pronte a iniziare “le sciarre” e che facevano confusione.”).
Il collaboratore ha, poi, riferito che lo stesso avesse rivestito il ruolo di sorvegliante presso le bische clandestine gestite dal predetto gruppo, curando che non insorgessero problemi (“La vigilanza delle bische era assicurata all’esterno dai ragazzi del gruppo D’AMICO, fra cui quelli che facevano capo a tale SANTANGELO, di cui non ricordo il nome. Io vedevo sempre questi ragazzi stazionare fuori dalle bische, con il compito di controllare l’esterno. Costoro ricevevano un compenso a serata, non so dire a quanto ammontasse con precisione.”).
***
Le dichiarazioni dei collaboratori hanno trovato un parziale riscontro nel compendio indiziario acquisito nel presente procedimento.
Quanto ai fatti relativi all’attentato ai danni di Giambò Vito gli stessi sono stati compiutamente ricostruiti – con riguardo alla posizione di Crisafulli Alessandro – già nell’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Messina nell’ambito del proc. pen. n. 3666/11 R.G.N.R., cui si rinvia per comodità espositiva.
Rispetto alla ricostruzione della vicenda (ed al ruolo in essa rivestito dal Santangelo, indicato quale membro del gruppo deputato al danneggiamento del capannone di proprietà del vivaista) si può integralmente richiamare quanto si avrà modo di osservare trattando la figura di Bucolo Salvatore, con particolare riguardo al positivo apprezzamento formulato rispetto al narrato del Campisi, pur senza dimenticare che la sua conoscenza della vicenda de qua è comunque indiretta.
A riscontro delle dichiarazioni del collaboratore, tuttavia, gli accertamenti condotti dal Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. hanno consentito di verificare che all’epoca dell’incendio del capannone florovivaistico del Giambò il Santangelo era libero di muoversi sul territorio (cfr. nota dell’8 maggio 2014).
Sotto altro profilo non si può negare come rappresenti dato processualmente acclarato – e come tale apparentemente neutro – che il gruppo D’Amico sia stato storicamente dedito all’attività legata al gioco d’azzardo ed alla gestione di bische clandestine, circostanza oggetto di ampio approfondimento già nell’ambito del procedimento “Pozzo 1” quanto alla posizione del citato Foti Mariano.
Orbene non si può mancare di sottolineare come nel compendio probatorio acquisito in tale procedimento siano confluiti elementi dotati di autonoma valenza a proiezione accusatoria rispetto alla valutazione della posizione associativa del Santangelo.
Sono state infatti captate diverse conversazioni tra il predetto Foti Mariano ed il Santangelo sintomatiche di un fattivo coinvolgimento di quest’ultimo nella citata attività illecita.
Ed invero il 31 dicembre 2007 – dopo il controllo promosso dai Carabinieri di Milazzo presso il circolo “Nuova Iris” di Milazzo, ove era stata impiantata una bisca clandestina riconducibile al gruppo D’Amico – il Foti notiziava proprio l’indagato di quanto avvenuto, senza nascondere una particolare preoccupazione per la gravità dell’occorso.
Nonostante i contatti intercorsi tra il Santangelo e soggetti la cui appartenenza al sodalizio è stata oggetto di approfondito vaglio dibattimentale, non si rinvengono, a parere di questo decidente, quanto alla descritta collaborazione, elementi di riscontro individualizzante che consentano di definire (in termini adeguati al presente contesto cautelare) il tenore del contributo del Santangelo, e conseguentemente a definirne la posizione associativa.
Nè tantomeno valgono a conferire solidità all’assunto accusatorio le verifiche condotte in ordine al periodo di comune detenzione del Santangelo, del Foti e dell’Imbesi presso la casa circondariale di Messina, in assenza di elementi di circostanze ulteriori che consentano di ritenere che questi ultimi si siano curati del sostentamento del prima, in ragione di quelle logiche assistenziali che caratterizzano i rapporti associativi di tale natura ( cfr. nota prot. 142-U/PG del 13.05.2014 pervenuta dalla Casa Circondariale di Messina corredata della richiesta n. 139/-5-72-2013 dei CC di Barcellona P.G).
Che il Santangelo abbia fatto parte del sodalizio mafioso storicamente legato alla figura di Carmelo D’Amico, è, dunque, affermazione che, allo stato, non può formularsi con un grado di fondatezza adeguata al contesto probabilistico proprio della fase cautelare.
Una prudente disamina delle propalazioni accusatorie offerte dai due collaboratori di giustizia (su cui principalmente si fonda la prospettazione di accusa) impone di per apprezzare come, a fronte di un’apparente convergenza contenutistica, esse siano connotate da un irrimediabile lacuna in ordine ai profili più qualificanti.
Mentre il Campisi attribuisce al medesimo una puntuale collocazione in seno al sodalizio, l’Artino ha di contro descritto il Santangelo in termini di contiguità più che di vera e propria intraneità dell’indagato rispetto alla congrega, contrapponendo agli associati una serie di soggetti a “disposizione” del gruppo per coadiuvarlo nelle singole operazioni.
Sulla scorta di tali scarni elementi non è possibile ricostruire l’effettiva posizione che l’indagato ha rivestito rispetto all’associazione mafiosa operante nel territorio di Barcellona P.G., nè – tantomeno – la (eventuale) proiezione temporale della medesima, attesa la descritta cronologia degli episodi richiamati.
La richiesta cautelare va, pertanto, rigettata.

FONTE: MISURA CAUTELARE GOTHA V

COMUNE MESSINA: Oneri riflessi, processo per gli ex consiglieri comunali ELIO SAUTA E GAETANO CALIO’. IL COMUNE PARTE CIVILE

sauta

tanino caliò

ALESSANDRA SERIO – Processo a partire da ottobre per i quattro indagati sugli oneri riflessi liquidati dal Comune di Messina nel 2012. Il Giudice per l’udienza preliminare Maria Teresa Arena ha rinviato a giudizio gli ex consiglieri comunali Elio Sauta (Pd), Gaetano Caliò e due dirigenti dei rispettivi enti presso i quali erano impiegati, Bartolone e Arcidiacono.

Il giudice ha così accolto la richiesta dell’accusa, oggi rappresentata in aula dal PM Federica Rende – l’inchiesta è stata condotta dall’aggiunto Ada Merrino, oggi in pensione.

Adesso ai quattro toccherà difendersi nel corso del processo di primo grado, dove potranno chiarire la posizione. Il Comune di Messina sarà parte civile, assistito dall’avvocato Carmelo Picciotto. I quattro imputati sono invece difesi dagli avvocati Salvatore Papa, Nicola Giacobbe e Alberto Gullino. Devono rispondere di truffa e falso perché avrebbero attestato falsamente verso l’attività lavorativa e il percepimento delle retribuzioni.

In pratica si tratta dei rimborsi che il Comune paga a coop o imprese che hanno tra i dipendenti consiglieri comunali i quali devono assentarsi per lo svolgimento dell’attività amministrativa.

Secondo la Polizia Giudiziaria della Polizia che eseguì gli accertamenti, alcuni di loro erano assunti fittizziamente proprio per intascare il rimborso. La coop Futura e l’ente di formazione Aram i due soggetti in questo caso beneficiari. DA TEMPOSTRETTO.IT

Bancarotta fraudolenta: 3 arresti a Messina. L’operazione della GDF ha riguardato complessivamente 10 indagati. Sequestrate quattro aziende

Questa mattina i finanzieri della Compagni di Taormina – su disposizione del Gip presso il Tribunale di Messina, dott. G. De Marco – hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Z.G.S., 50enne di Santa Teresa di Riva, associato al carcere di Gazzi, e due arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico nei confronti di M.G., 61enne di Savoca e R.B., 67enne di Messina.

L’operazione ha riguardato complessivamente 10 indagati responsabili, a vario titolo, di ipotesi delittuose quali associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, ricettazione ed infedeltà patrimoniale.

Le indagini – coordinate dal Sost. Proc. della Repubblica, dott. A. Carchietti – sono state avviate nella primavera del 2013 dopo che le verifiche fiscali condotte nei confronti di quattro imprese (di cui due successivamente dichiarate fallite) riconducibili a Z.G.S. ed operanti nei settori del commercio di carne ed animali vivi e macellazione avevano consentito di constatare, complessivamente, oltre 83 milioni di euro di base imponibile sottratta a tassazione ed oltre 5 milioni di euro di I.V.A. dovuta.

Grazie all’attività investigativa era stato così individuato un gruppo imprenditoriale operante dietro lo schermo di societario di imprese costituite con l’unico scopo di accumulare debiti, prevalentemente fiscali, per essere poi destinate al fallimento una volta che l’attività economica era stata trasferita ad una nuova società all’uopo costituita.

Le compagini societarie erano formate principalmente dagli stessi familiari che si alternavano nel ruolo di amministratore, sebbene la gestione de facto delle stesse fosse effettuata da Z.G.S. che operava in sostituzione dei propri familiari con il supporto costante di R.B., coordinatore e consigliere tecnico-contabile occulto.

Oltre agli arresti, le fiamme gialle taorminesi hanno effettuato il sequestro di quattro aziende riconducibili agli indagati nonché quote societarie, veicoli, immobili e disponibilità finanziarie a queste riconducibili per un valore di oltre due milioni di euro.

Sono stati sottoposti a sequestro e affidati alle cure dell’amministratore nominato dalla Procura della Repubblica anche 105 bovini e 35 ovini detenuti dalle aziende sequestrate.

MESSINA: IL SINDACO RENATO ACCORINTI MANTIENE IL CONSENSO. IL SOLE 24 ORE HA PRESENTATO L’ANNUALE CLASSIFICA DI GRADIMENTO DEI SINDACI DELLE CITTA ITALIANE CAPOLUOGO. UN MESSINESE SU DUE LO CONFERMEREBBE

ACCORINTI

Il Sole 24 ore ha presentato l’annuale classifica di gradimento dei sindaci delle città italiane capoluogo. Renato Accorinti , sembra mantenere un discreto consenso almeno nel confronto con il momento delle sua elezione. Il primo cittadino di Messina, in base al sondaggio condotto da IPR marketing, su 1000 messinesi, ha il 52% di gradimento. Rispetto a due anni fa, il suo consenso è sceso dello 0,7 %. Accorinti si attesta in 61 esima posizione generale.

La risposta a cui ha risposto il campione intervistato dai sondaggisti è stata posta fra il primo marzo e il 13 aprile scorso ed era “ Se domani ci fossero le elezioni comunali, lei voterebbe a favore o contro l’attuale sindaco? “. Un messinese su due, dunque, in base al sondaggio del Sole 24 ore, confermerebbe Accorinti.

video
Il treno del ferro


Voci nel fango