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La Copertina
28 set 2016
L'INTERVISTA, IL GRIDO D'ALLARME. "COSI' LA LEGGE NON VA" - SEBASTIANO ARDITA, PROCURATORE AGGIUNTO DI MESSINA, GIA' DIRETTORE DELLE CARCERI CRITICA LA RIFORMA PENALE. "TESTO AMBIGUO, IL GOVERNO LA CORREGGA"
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"Sebastiano Ardita è procuratore aggiunto di Messina, sempre in prima fila, come pm, nella lotta alla mafia, è stato anche il direttore del Dap, il dipartimento dell’amministrazione pentitenziaria. Ha letto il testo della riforma penale in discussione al Senato ed è preoccupato perché si prospetterebbero m...

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LE NOSTRE IMMAGINI - PRIMA SALVATI, POI TRATTATI COME 'SCHIAVI'. MINACCIATI CON IDRANTE, MANGANELLO E FUCILE.... - OGGI NUOVO SBARCO DI UOMINI, DONNE E BAMBINI A MESSINA: 228 MIGRANTI A BORDO DELLA NAVE MALTESE 'POSTNAM SENTINEL'








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Inchiesta truffe Inps a Patti, sospeso maresciallo dei Carabinieri TINDARO CHIOFALO (comandante della stazione di Brolo). E' indagato per favoreggiamento e rivelazione dei segreti d'ufficio


Sfocia in un primo eclatante provvedimento l'inchiesta della Procura di Patti su un giro di truffe all'Inps e le cause "pilotate" al Tribunale di Patti. Il Giudice per le indagini preliminari dei Nebrodi ha emesso un provvedimento di sospensione temporanea dal servizio del maresciallo dei Carabinieri Tindaro Chiofalo, comandante della stazione di Brolo. E' indagato per favoreggiamento e rivelazione dei segreti d'ufficio....
BARCELLONA: LA MAXI INCHIESTA SUI FALSI SINISTRI. 28 RINVII A GIUDIZIO (SI PARTE IL 16 DICEMBRE). ECCO TUTTI I NOMI. TRA GLI IMPUTATI IL MEDICO SEBASTIANO BAURO, GIA' ASSESSORE E CONSIGLIERE COMUNALE DI BARCELLONA




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LA DENUNCIA – Veleni e omissioni: nuova denuncia della famiglia Manca. Certificati medici attestano la presenza di metalli pesanti pericolosi per la loro salute

ANGELA MANCA

di Lorenzo Baldo – “Non abbiamo altro da aggiungere, tranne che chiediamo l’intervento delle competenti autorità al fine di evitare ulteriori aggravamenti della nostra salute”. Sono le ultime parole della denuncia-querela (contro ignoti) di Angela e Gino Manca ai Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto che risulta depositata nella giornata di ieri. “Verso le ore 14:30 – verbalizza Angelina – ho sentito una sorta di forte irritazione alla gola e di seguito alle vie respiratorie ed un bruciore allo stomaco, nonché una sorta di calore al viso. Sono uscita fuori in giardino per verificare se le piante ivi esistenti avessero le stesse goccioline di qualche prodotto irrorato, cosa che ho accertato anche in questa occasione. Di seguito sono rientrata in casa, anche perchè i sintomi accusati continuavano ad aggravarsi ed ho chiamato mio marito che stava riposando”. Di seguito Gino dichiara di aver trovato tracce di sangue nelle sue feci e che “analogo problema di salute” si era manifestato fin dalla loro prima denuncia del 24 agosto scorso “e nei giorni successivi fino alla data odierna”. “Successivamente – sottolinea il padre di Attilio Manca riferendosi all’episodio di ieri pomeriggio – ho anche sentito una sorta di cappa, pesantezza nel respirare, anche dentro casa accusando bruciore alle vie respiratorie ed agli occhi”. Ed è alla domanda di routine “altro da aggiungere?” che i due anziani genitori si appellano alle “competenti autorità” per “evitare ulteriori aggravamenti della nostra salute”. E’ proprio di oggi il certificato medico che attesta una pericolosa presenza di metalli pesanti in entrambi i coniugi, soprattutto nel corpo di Angelina il cui livello energetico è risultato molto al di sotto dei valori minimi. Il rischio di un collasso psico-fisico è dietro l’angolo. Cosa altro serve alle “competenti autorità” per interrompere questo stillicidio? Le Forze dell’ordine (nella fattispecie i Carabinieri di Barcellona P.G.) e l’A.r.p.a. (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) sono state più volte allertate. Allo stato, però, non è stato avviato alcun intervento risolutivo – quanto mai urgente – finalizzato a qualificare la tipologia di tossicità dell’aria che sta infierendo sulla salute dei coniugi Manca. Stesso discorso per le mancate analisi del terreno del giardino di casa. Quante altre denunce dovranno presentare Gino e Angelina per ottenere una risposta? Al di là della buona volontà di qualche ufficiale dell’Arma, non si può non constatare la follia di una “lentezza burocratica” (per usare un eufemismo) che frena prepotentemente l’iter per risolvere definitivamente questo problema. Nel frattempo i responsabili di questi atti criminali ringraziano e continuano indisturbati il loro lavoro. “Mancanza di personale”, è la risposta ottenuta anche in questa occasione a mo’ di giustificazione per questo ingiustificabile immobilismo. In un Paese allo sfascio come è diventato l’Italia – al di là di una profonda indignazione – non meravigliano di certo simili affermazioni. Che qualificano lo stato in cui siamo e che preludono a gravose responsabilità delle “competenti autorità” qualora la situazione dei Manca dovesse peggiorare ulteriormente. da antimafiaduemila.com

IL GIALLO – Nuovo memoriale del pentito NINO LO GIUDICE: «Ecco tutti i delitti di Faccia di mostro». IL MISTERO MANCA. La Dda dello Stretto da tempo sospetta che Giovanni Aiello sia il misterioso killer di Stato, secondo diversi collaboratori coinvolto in omicidi ancora avvolti nel mistero

FOTO-ATTILIO-MANCA

REGGIO CALABRIA – «Fa paura solo a guardarlo anche perché sul lato destra della faccia è sfigurato perché nel suo passato durante un conflitto a fuoco con dei banditi gli venne esploso un colpo in faccia. Confrontandolo… allora, confrontandolo con una lastra di ghiaccio posso dire che lui è ancora più duro e senza sentimenti». Così il pentito Nino Lo Giudice definisce Giovanni Aiello nel memoriale che da oltre un anno scrive e il 3 maggio scorso ha letto di fronte ai pm di Palermo, Nino di Matteo e Roberto Tartaglia, e al sostituto procuratore Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria che lo stavano interrogando.

MEMORIALE ACQUISITO DA REGGIO – Pagine poi acquisite dalla Dda dello Stretto, che insieme agli uffici di Palermo e Caltanissetta da tempo sospetta che Giovanni Aiello sia Faccia di mostro, il misterioso killer di Stato, secondo diversi collaboratori coinvolto in delitti ancora avvolti nel mistero, dal fallito attentato all’Addaura all’omicidio di Nino Agostino. Crimini efferati, non ancora spiegati, su cui Lo Giudice afferma di sapere qualcosa. A rivelarglielo sarebbe stato Aiello in persona, quando in qualità di «uomo dei servizi» si è presentato in Calabria alla ricerca di armi ed è andato a bussare alla porta del clan Lo Giudice.

ME LO HA PRESENTATO SPADARO TRACUZZI – La prima volta – ha raccontato in udienza in Sicilia – mi fu presentato dal capitano Saverio Spadaro Tracuzzi che ne parlava come di un collega. Mi disse che era uno dei servizi, che si erano conosciuti in Sicilia perché Aiello aveva contatti con Cosa nostra». Di lui, Lo Giudice aveva già sentito parlare in carcere all’Asinara da Pietro Scotto, che tuttavia non gli aveva rivelato il nome del misterioso uomo responsabile della strage di Via D’Amelio. «Lo riconobbi dalla faccia bruciata», riferisce il collaboratore, per poi precisare «la seconda volta Aiello venne a trovarmi nel 2007».

PEDINAMENTO – Ma all’epoca, “Il Nano” non si fidava di quell’uomo con il volto sfigurato, né di Antonella, «la donna bionda, con accento calabrese» che all’epoca lo accompagnava. Per questo – spiega nel suo nuovo memoriale – «precedentemente parlammo con il Cortese di vedere dove i due si recavano e di fotografare la zona dove abitavano. Dopo che si era avviato per andare via, Antonio Cortese lo seguì fino a Montauro di Catanzaro dove poi scoprimmo che aveva una piccola casa in riva al mare. Il Cortese li fotografò così potevamo saper qualcosa in più». Ma molte informazioni sarebbero arrivate a Lo Giudice e Cortese per bocca dello stesso Aiello.

DOPPIO LAVORO – Sarebbe stato lui in persona a raccontare di essere originario di Catanzaro ma di aver sempre lavorato a Palermo, «al Commissariato di San Lorenzo a Palermo dove svolgeva il suo doppio lavoro di poliziotto e agente segreto in missione per alcuni fatti, per conto di suoi superiori, di cui uno fra tutti Bruno Contrada che lo spediva in vari punti della Regione». Una delle missioni assegnate ad Aiello -racconta Lo Giudice – avrebbe avuto come teatro la Sardegna e come obiettivo stanare il superlatitante Graziano Mesina, all’epoca considerato il re dei sequestri.

LA MISTERIOSA ANTONELLA – «ln quell’occasione – appunta Lo Giudice – (Aiello ndr) era stato mandato anche ad Alghero dove c ‘era un centro addestramento dei servizi segreti, insieme a lui c ‘era una sua amica, Antonella, che dette dimostrazione della sua bravura, divenendo il braccio destro di Aiello in molti fatti accaduti in Sicilia prima e poi nel resto della penisola». Si tratta della stessa donna che si sarebbe presentata in Calabria insieme a quello che gli inquirenti ritengono Faccia di mostro. Ma non sarebbe stata l’unica componente della squadra di Aiello.

LA SQUADRA – Lo Giudice racconta che Faccia di mostro «mi raccontò che quando lavorava in Sicilia aveva altri colleghi che lo affiancavano nel suo lavoro di 007». Le loro riunioni – aggiunge – avvenivano nella villa a mare di Paolillo, (presumibilmente l’ex agente di polizia Guido Paolilli, all’epoca in servizio a L’Aquila, ma spesso aggregato alla sezione Antirapine della Mobile di Palermo, in passato indagato per favoreggiamento, per poi vedere archiviata la propria posizione) uno «della stessa falange dei servizi».

LA STRAGE DI PIZZOLUNGO – Ma soprattutto, al collaboratore avrebbe parlato dei tanti delitti di cui la “squadra” si sarebbe macchiata. «Mi raccontò di una donna e di due bambini uccisi durante un attentato vicino a Trapani», racconta il pentito, che sembra riferirsi alla strage di Pizzolungo, il fallito attentato al magistrato Carlo Palermo, che il 2 aprile dell’85 è costato la vita alla trentenne Barbara Rizzo e ai suoi due figli gemelli.

IL FALLITO ATTENTATO ALL’ADDAURA – «Poi – continua il collaboratore – mi narrò di un attentato all’Addaura nei confronti del giudice Falcone e che per pura casualità fallì e che insieme ai suoi amici palermitani che si trovavano con un gommone dovettero abbandonare l’area dove sarebbe dovuto avvenire l’attentato». Un particolare su cui i pm palermitani si soffermano per chiedere precisazioni. E Lo Giudice non si tira indietro. Sì, conferma, Aiello gli ha rivelato di essere uno degli uomini che attendeva sul gommone di far esplodere la carica esplosiva nascosta nel borsone da sub abbandonato sulla spiaggetta di fronte alla villa affittata dal magistrato.

VIA D’AMELIO – Anche l’attentato al giudice Borsellino, secondo quanto si legge nel memoriale di Lo Giudice, sarebbe da attribuire ad Aiello. «Mi disse che quell’attentato era frutto di un paziente lavoro e che la firma era sua e che era stato mandato dal suo capo, Bruno Contrada e altre alte cariche di Stato. Mi disse che la preparazione e il confezionamento della bomba era stata… era stato lui in prima persona con altri mafiosi della zona di Caltanissetta, appunto suo compare Gaetano Scotto e altri. Mi disse anche che l’azione fu portata a termine da lui che per fare… che per fare brillare l’ordigno si era nascosto nelle vicinanze della casa della madre del magistrato, dove in altura c’era un lussuoso albergo».

L’OMICIDIO AGOSTINO – Ma il rosario dei crimini di Aiello non sarebbe finito. «Poi – aggiunge il collaboratore – mi raccontò dell’uccisione dì un suo collega, tale Antonino Agostino che lavorava nello stesso commissariato di San Lorenzo». E specifica: «Il poliziotto venne ucciso vicino a un molo mentre era insieme alla moglie e che era pure incinta di pochi mesi». Motivo? «Il poliziotto non era un venduto, né una persona dei servizi, e aveva scoperto il doppio gioco che Aiello svolgeva sotto copertura e sotto le direttive del Bruno Contrada». Un’informazione che combacia e completa quella fornita da Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso, che qualche mese fa ha riconosciuto in Aiello quella «faccia di mostro» che ha sempre ritenuto responsabile della morte del figlio.

IL MISTERO MANCA – Ma c’è anche un ulteriore omicidio che Aiello si sarebbe attribuito. «Mi narrò (Aiello, ndr) di un omicidio avvenuto in Sicilia prima ancora che venisse arrestato Bernardo Provenzano… questo è un altro fatto… l’ucciso era un urologo che si era prestato di individuare una clinica… una clinica all’estero per fare operare il Provenzano». I pm intervengono, vogliono un racconto più preciso e vogliono capire se Aiello sia stato il materiale esecutore di quel delitto. E ancora una volta il pentito conferma. «Quando costui (Provenzano, ndr) fu operato, per non lasciare tracce dietro a quell’operazione, contattò un avvocato di nome Pataffio (presumibilmente Cattafi, ndr) che gli teneva i contatti e lo seguiva nelle sue cose delicate e doveva a sua volta… ah e dove a sua volta gli diede l’incarico ad Aiello per liquidare l’urologo. Il dottore venne strangolato nel suo stesso studio a Barcellona Pozzo di Gotto per conto dell’avvocato e di Provenzano». Esattamente quello che ha raccontato Carmelo D’Amico, mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto. Salvo per un particolare, Manca è stato ucciso a Viterbo, non in Sicilia. D’Amico invece era stato preciso.

LA VERSIONE DI D’AMICO – Spiega infatti di essere venuto a conoscenza della reale identità dei killer di Manca prima da Salvatore Rugolo, quindi da Antonino Rotolo. Proprio lui sarebbe stato il più preciso. «Aggiunse che di quell’omicidio si era occupato, in particolare un soggetto che egli definì “u calabrisi”; costui, per come mi disse Rotolo, era un militare appartenente ai servizi segreti, effettivamente di origine calabrese, che era bravo a far apparire come suicidi quelli che erano a tutti gli effetti degli omicidi. Rotolo Antonino mi fece anche un altro nome coinvolto nell’omicidio di Attilio Manca, in particolare mi parlò del “Direttore del Sisde”, che egli chiamava “U Diretturi”». E il calabrese per Rotolo era «”U Bruttu”».

RISCONTRI – Dichiarazioni che fanno il paio con quelle di Lo Giudice su Faccia di mostro e la lunga catena di omicidi di cui si sarebbe macchiato, ma che adesso dovranno essere accuratamente vagliate e riscontrate, anche per comprendere come mai il pentito non ne abbia fatto menzione nelle prime fasi della sua collaborazione. Allo stesso modo, le rivelazioni che il collaboratore è in grado di fare potrebbero non essere finite. Gran parte dell’interrogatorio, comprese le pagine in cui il pentito da lettura del suo memoriale, sono omissate. Un segnale che Lo Giudice potrebbe avere ancora molto da dire.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

Bimba di 11 anni investita a Messina: è grave

MESSINA – Una bambina di 11 anni di origini rumene è ricoverata in gravissime condizioni nel Policlinico di Messina dopo essere stata investita da un auto nello svincolo di San Filippo.

La bimba è stata centrata in pieno mentre stava attraversando la strada; nell’impatto ha sbattuto la testa. Indaga la polizia municipale.

PROCESSO A PALERMO: Formazione, scandalo Ciapi “Condannate Giacchetto a 12 anni”

PALERMO – Sono pesantissime le richieste di pena per gli imputati al processo sullo scandalo che ha travolto il Ciapi di Palermo: 12 anni per il manager della pubblicità Faustino Giacchetto; 9 anni per l’ex presidente dell’ente di formazione professionale, Francesco Riggio; 5 anni per Stefania Scaduto e 6 per Concetta Argento (rispettivamente segretaria e moglie di Giacchetto): 4 anni per l’ex dirigente dell’Agenzia regionale per l’impiego, Rino Lo Nigro; 4 per l’ex assessore regionale Luigi Gentile.

Chieste anche confische milionarie: Giacchetto, Riggio e Scaduto fino ad un milione di euro per le fatture emesse per presunte operazioni inesistenti: Giacchetto oltre 7 milioni e la Riggio 4 milioni per le presunte evasioni fiscali; Lo Negro e Gentile fino a 70 mila il primo e 17 mila euro il secondo: sarebbero state le somem pagate per la loro presunta corruzione.

Secondo i pubblici ministeri Pierangelo Padova, Maurizio Agnello e Sergio Demontis, Giacchetto avrebbe pianificato una mega truffa, creando un sistema illecito per gestire a suo piacimento, grazie alla presunta compiacenza di imprenditori, burocrati e politici, quindici milioni di euro destinati alla comunicazione del progetto Coorap.

Il processo davanti alla quinta sezione del Tribunale, presieduta da Mario Falcone, si è basato, oltre che sul lavoro della guardia di finanza, anche sulle dichiarazioni accusatorie degli imprenditori Sergio Colli, titolare della società di comunicazione Media consulting, e Angelo Vitale, rappresentante legale della Sicily Communication.

Obiettivo delle difese, a cui adesso passa la parola, sarà di dimostrare che Giacchetto e gli altri imputati non ebbero alcuna influenza sulla nascita e lo sviluppo del progetto e che non ci fu alcuna irregolarità nel loro operato.

 

LA REPLICA AL PENTITO LO GIUDICE DI ROSARIO PIO CATTAFI: ”Rispetto per il dolore dei Manca”. Le parole “incommentabili” di un condannato per mafia liberato dallo Stato

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LORENZO BALDO – DA ANTIMAFIADUEMILA.COM – “Solo una persona come Cattafi può pensare che una famiglia colpita profondamente nei suoi affetti più cari possa pensare al risarcimento… ma a Barcellona, terra di mafia e massoneria è possibile anche questo!”. Poche parole di Angelina Manca affidate a facebook dopo la pubblicazione sul Fatto Quotidiano delle dichiarazioni del pregiudicato condannato per mafia Rosario Pio Cattafi. E’ di questa mattina la replica stizzita alle affermazioni del pentito Nino Lo Giudice da parte di colui che viene indicato come il trait d’union tra pezzi “deviati” dello Stato e la mafia. “Menzogne incommentabili – afferma Cattafi a Walter Molino riferendosi alle parole del “nano” –. Non conosco nessuna di queste persone. Lo Giudice è il solito pentito che attinge informazioni da Internet. Uno che ne ha già combinate di tutti i colori, ha anche accusato dei magistrati. Ho rispetto per il dolore della famiglia Manca, ma da quando ci sono i risarcimenti dello Stato chi ha un morto in casa vuole farlo passare per vittima di mafia”. Il concetto di “rispetto per il dolore della famiglia Manca” esternato da un simile personaggio è più che un ossimoro: è realmente una menzogna incommentabile. Cattafi rappresenta l’unico caso in Italia: dal 41 bis alla libertà totale nella sua città. La decisione della Corte di Appello di Messina del dicembre del 2015 ha lasciato basiti. “Hanno vinto loro”, ha commentato a caldo la stessa Angelina Manca. Certo è che quella anomala scarcerazione per i malpensanti è apparsa come il sigillo definitivo sul silenzio di Rosario Cattafi. Che interesse potrebbe avere ora costui a riferire tutto quello che sa sulle commistioni tra mafia e Servizi negli omicidi eccellenti e nelle stragi? “Qua non si tratta di una dichiarazione, ma di una molteplicità di dichiarazioni misurate e anzi ridondanti provenienti da soggetti che non avevano bisogno di ulteriori accrediti – aveva dichiarato lo scorso 9 luglio il pg di Messina Salvatore Scaramuzza durante la sua requisitoria, accompagnato dai sostituti procuratori della Dda Vito Di Gregorio ed Angelo Cavallo, applicati in appello al processo Gotha 3 –. Davvero credete alla tesi del complotto? Non ritengo che vi siano dubbi sul ruolo apicale svolto da Cattafi che si è posto come uomo di vertice in grado di relazionarsi con le famiglie mafiose”. “Un soggetto – aveva specificato il pg – che apparentemente vive nelle istituzioni ma che opera nella mafia come anello di congiunzione”. In quella occasione il procuratore generale aveva definito il boss una sorta di “motore apparentemente immobile”, in quanto considerato uomo chiave dei rapporti tra servizi, istituzioni e criminalità, accusandolo tra l’altro di riciclare denaro di Cosa Nostra. Parallelamente non vanno assolutamente dimenticate le gravissime minacce dello stesso Cattafi nei confronti dell’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici, difensore di numerosi familiari di vittime di mafia. Il 17 ottobre del 2013, durante un’udienza del processo in abbreviato Gotha3, “l’avvocaticchio” aveva chiesto di rendere dichiarazioni spontanee: “Avrei dovuto prendere a schiaffi l’avvocato Fabio Repici, mi pento di non averlo fatto. Auguro con tutto il cuore all’avvocato Repici di subire tutto quello che ha fatto subire ad altri”. “Incommentabile”, si potrebbe dire nuovamente, ma in questo caso una simile minaccia racchiude in sé ben altre possibili conseguenze. La replica (del tutto scontata) di Cattafi alle dichiarazioni di Lo Giudice non stupisce più di tanto. Per certi versi sembra più che altro una sorta di manifestazione di nervosismo. E’ evidente che le affermazioni del “nano”, soprattutto in merito a certi temi, dovranno essere avvalorate da riscontri particolarmente pregnanti. Ma di lezioni di attendibilità sui collaboratori di giustizia da parte di un pregiudicato, su cui gravitano tutt’ora le ombre di una sua possibile responsabilità nell’omicidio di Beppe Alfano (per non parlare della morte di Attilio Manca o della trattativa), ne faremo veramente a meno. “Demoralizzarmi per le parole di uno come Cattafi? Mai, solo disgusto”, commenta su facebook Angelina Manca. Probabilmente non bisogna aggiungere altro.

RASSEGNAWEB – MESSINA, CONSORZIO AUTOSTRADE: Affidamento al broker senza gara, a processo 4 dirigenti del Cas

Sono stati tutti rinviati a giudizio i dirigenti del Consorzio autostrade coinvolti nell’inchiesta sulle polizze assicurative stipulate con la Europe broker.

L’inchiesta, nata da un blitz della Guardia di Finanza negli uffici di contrada Scoppo, risalente al 2014, è stata oggi vagliata dal Giudice per l’udienza preliminare Daniela Urbani la quale ha accolto la richiesta del PM titolare del fascicolo, Stefania La Rosa, e rinviato a giudizio Lelio Frisone, oggi non più in servizio, Giuseppe Stancampiano (50) di Raccuja, Walter Zampogna (57) di Palmi e Gaetano Amore (69) di Rosolini. Stralcio per nullità degli atti, che tornano al PM, per la posizione di Mario Pizzino, all’epoca dei fatti direttore generale del CAS.

Le polizze finite al centro dell’inchiesta furono stipulate nel 2012 con la Europe Broker. Con affidamento diretto e senza gara d’appalto, però. Circostanza che è costata ai dirigenti del Consorzio l’accusa di abuso d’ufficio. All’epoca Frisone e Amore erano a capo dell’aera amministrativa, Stancampiano a capo dell’ufficio sinistri, Zampogna era responsabile dell’ufficio gare d’appalto.

Al borker esterno venne affidata la gestione tecnica di tutte le richieste di risarcimento danni avanzate al Consorzio, con un premio annuo lordo di 1.320.000 e una franchigia di 20 mila euro.

Impegnati nelle difese gli avvocati Walter Militi, Enrico Ricevuto, Giovanni Calamoneri e Cristiano Leonardi.

Alessandra Serio – TEMPOSTRETTO.IT

Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai tribunali di Messina e di Torino. Slitta udienza Consulta del 4 ottobre sull’Italicum

Roma, 19 set. (askanews) – Il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, “sentito il collegio, ha deciso di rinviare a nuovo ruolo la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale, sollevate dai tribunali di Messina e di Torino in merito alla legge n.52 del 2015″, ossia l’Italicum, prevista per il 4 ottobre. E’ quanto riferisce una nota della Consulta.

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Il treno del ferro


Voci nel fango